Le condizioni di vita che peggiorano costringono milioni di uomini e donne a emigrare, non solo dai paesi oppressi (in fuga da miseria, guerre e genocidi), ma anche dai paesi imperialisti come il nostro.
Molti giovani del nostro paese, a fronte del 43% di disoccupazione e della completa mancanza di prospettive, sognano, e in numero sempre maggiore mettono in pratica, di “mollare tutto” e costruirsi le condizioni di una vita dignitosa altrove.
Emigrare è il frutto della combinazione delle condizioni oggettive (in effetti lavorare in Italia è sempre più difficile, essere pagati poi è difficilissimo) e dell’opera di intossicazione e diversione seminate dalla borghesia che se ogni minuto lamenta “la fuga dei giovani” non fa nulla per impedirla e anzi alimenta in ogni modo l’idea che sia possibile trovare riparo dalla crisi in qualche paese non (ancora) travolto dai suoi effetti.
Molti giovani delle masse popolari partono dall’Italia attirati dalle promesse di lavoro, dal fatto che “all’estero funziona tutto, la mentalità è diversa”, salvo poi ritrovarsi nelle medesime condizioni di sfruttamento e precarietà che si sono lasciati alle spalle. Altri, invece, sognano di trovare fortuna in qualche paese oppresso (gli esempi più tipici sono il sud America o i paesi dell’est): è il caso del proletario che adopera i risparmi di famiglia per aprire un’attività commerciale, avviare un’azienda o costruirsi una carriera mettendo a frutto conoscenze e titoli di studio che in Italia sono carta straccia. Così facendo, che ne sia o meno consapevole, contribuisce nel suo piccolo all’opera di saccheggio e oppressione che i governi dei paesi imperialisti conducono invece su ampia scala.

L’Australia. La prendiamo come esempio di quanto affermiamo. Presentata da tempo come nuovo “paradiso economico” e meta agognata da moltissimi giovani italiani (dal 2010 si parla di oltre 32 mila italiani trasferitesi oltreoceano) recentemente le condizioni di lavoro nelle fattorie australiane degli immigrati italiani sono state oggetto di un’inchiesta televisiva. Cosa emerge? Terribili condizioni lavorative, orari disumani, feroce sfruttamento e precarietà (cioè quello che succede nel resto del mondo).
Ovviamente emergono anche testimonianze entusiaste di chi, pur lavorando in condizioni pessime, percepisce uno stipendio “alto” (del resto il paragone con l’Italia va fatto con il lavoro gratuito dell’EXPO o con i periodi di prova e tirocinio che durano anni). Non ci dilunghiamo sulle testimonianze, spesso contraddittorie, delle esperienze lavorative che decine di migliaia di giovani fanno all’estero: vogliamo principalmente mettere in evidenza che la crisi è globale, non riguarda solo l’Italia (e chi afferma il contrario è ingenuo o bugiardo…). Lo sfruttamento dei lavoratori è in ogni paese più dispiegato e le condizioni di lavoro tendono a peggiorare, la precarietà della vita è la regola per le masse popolari in ogni parte del mondo, la tendenza alla guerra aleggia su tutta la società e il massimo che i giovani possono sperare di trovare in altri paesi è un’oppressione “più dolce” che presto o tardi verrà comunque travolta dalla crisi.
Emigrare aspettando e sperando che la crisi passi. Una parte della borghesia sostiene (si illude e illude) che la crisi da noi perdura (mentre altri paesi ne sarebbero già usciti) per l’incapacità dell’attuale classe dirigente di vincere la concorrenza di altri paesi più solidi e forti o in rapida ascesa (Germania, USA, Francia, ma anche Cina, India, Brasile). La soluzione sarebbe l’eliminazione di quei diritti e conquiste che i lavoratori hanno strappato quando il movimento comunista era forte e che impedirebbero alla nostra borghesia di essere concorrenziale: la cosiddetta politica dei sacrifici che prevede per i lavoratori precarietà e sfruttamento.
Un’altra parte della borghesia sostiene che la crisi sia “finanziaria” e il problema starebbe nella libertà che i governi hanno progressivamente accordato agli Istituti finanziari nell’eliminazione di regole nella gestione del mercato finanziario e speculativo. La soluzione sarebbe quindi che la politica ristabilisse il proprio primato sull’economia, dettandole precise regole entro cui muoversi. Come se nel capitalismo, dove l’interesse individuale dei capitalisti viene prima di ogni altra cosa, quel primato fosse mai esistito o potesse mai esistere.
Infine, in particolare nel campo della sinistra borghese, c’è chi sostiene che la causa della crisi sia un’abnorme produzione di merci (offerta) rispetto alle reali esigenze del mercato (domanda). La soluzione, per loro, sarebbe: o aumentare la domanda conferendo maggiore potere d’acquisto alle masse popolari (ecco dove nasce la “splendida” idea del reddito di cittadinanza); o (non necessariamente in alternativa), ridurre la capacità produttiva per adeguarla alle reali esigenze della società (teoria della decrescita), cioè ridurre la produzione, cosa possibile solo in un economia pianificata (quindi socialista), ma del tutto impraticabile e “contro natura”, nel capitalismo (che ha nella continua valorizzazione e moltiplicazione del capitale la sua regola fondamentale).
Tutte queste teorie campate per aria (non scientifiche) alimentano a loro volta l’illusione che basta aspettare, tirare la cinghia, fare sacrifici e la crisi prima o poi finirà, in un modo o in un altro.

Fuggire (ma dove?) o combattere per conquistare il futuro. La verità è che la crisi ha la sua origine nella sovrapproduzione assoluta di capitale, il che significa che i capitalisti accumulano una quantità di capitale tale che all’interno del sistema attuale non può più essere valorizzato. Nel tentativo di valorizzarlo i capitalisti devono fare una forzatura alla società, sconvolgerla su tutti i livelli. E’ una crisi globale perché il mondo intero è avviluppato nella rete economica e finanziaria (nelle contraddizioni) del capitalismo, è un fenomeno irreversibile perché il sistema che l’ha generato non può sottrarsi alle sue storture.
L’unica soluzione realistica è trasformare la società capitalista e costruire un ordinamento superiore, il socialismo.
Ecco, la questione non è fuggire dove (cosa questo o quel paese offre nell’immediato a un giovane delle masse popolari), ma come costruire l’alternativa al destino che la classe dominante ha scritto per i giovani: esuberi, carne da macello e carne da cannone alla mercé della crisi e dei suoi effetti o complice dell’opera di sfruttamento e oppressione a danno di altre masse popolari.
Quanto prima e quanto più i giovani delle masse popolari prenderanno coscientemente un posto nella lotta per costruire il socialismo, tanto prima e tanto più la loro intelligenza, le loro conoscenze, la loro forza saranno valorizzate per la rinascita del paese e per la costruzione del futuro cui aspirano.

carc

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