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La campagna mediatica attorno alle auto, banche, negozi incendiati ha la funzione di distogliere l’attenzione dagli aspetti principali di una giornata di mobilitazione che racchiude molti insegnamenti. La criminalizzazione sensazionalistica, da una parte, e le giustificazioni (o i tentativi di “capire”) dell’opera di alcune centinaia di contestatori radicali dell’EXPO rispondono entrambe, benché con funzioni diverse, alla manovra diversiva.
Quello che la classe dominante dice di quella mobilitazione è in definitiva ciò che dice sempre e comunque, che ne abbia “il pretesto” o meno: è la liturgia trita e ritrita, con la bava alla bocca, della difesa di valori, morale, relazioni sociali ed economiche di una società in agonia. Chi assume quella lettura, quei valori, quella morale e si identifica nelle relazioni sociali ed economiche di questa società in agonia, non può che trovare del tutto “normale” e istintivo assumere anche la diversione che l’informazione di regime produce e alimenta.
Non ci interessa qui controbattere alla propaganda infame e strumentale con cui tanti servetti dei vertici della Repubblica Pontificia ammorbano le masse popolari. Più cocci di vetrine, più carcasse di auto, più banche e negozi incendiati: cresceranno esponenzialmente. Quanto più aumentano gli effetti della crisi, tanto più è destinata a crescere la ribellione; disordinata, caotica, primitiva, ragionata, organizzata, spontanea, distruttiva che sia. Con buona pace di chi oggi vuole primeggiare nella gara alla dissociazione e, con ciò, più o meno coscientemente e compiutamente si fa promotore del clima di linciaggio e delazione. Qualunque valutazione ognuno faccia dalla manifestazione NO EXPO del Primo Maggio riteniamo decisivo e dirimente esprimere solidarietà agli arrestati, ai fermati, agli indagati e agli espulsi: nessun tribunale e nessuna legge degli speculatori, degli assassini, degli sfruttatori sono legittimati a reprimere la ribellione al sistema di morte e oppressione che servono.

Ci rivolgiamo qui a quanti vogliono andare oltre la diversione e “il gioco delle parti” e valorizzare ciò che questa mobilitazione ha espresso, ha da insegnare a chi vuole imparare e può esprimere.

 

 

Nel loro complesso le “5 giornate NO EXPO di Milano” sono ulteriore e ultimo esempio (in ordine di tempo) che ogni ambizione di costruire movimenti di massa senza il coinvolgimento diretto e il protagonismo dei lavoratori e della classe operaia è destinata ad alimentare e diffondere frustrazione. Beninteso, non è una critica caustica a chi da anni promuove la mobilitazione contro l’EXPO, ma una critica ideologica, franca, a chi si ostina a ripetere che “la classe operaia non esiste più”, “i soggetti di riferimento sono nuovi e diversi”. L’unica iniziativa che ha davvero bloccato la città contro EXPO è stato lo sciopero dei mezzi pubblici del 28 di aprile (mezzi di superficie scarsi, metropolitane bloccate), indetto da un sindacato di base, la CUB, che ha raccolto un’adesione ben al di sopra delle sue dimensioni e del suo radicamento. Si è trattato della sola mobilitazione sindacale convocata chiaramente contro EXPO. L’adesione allo sciopero e i suoi effetti dimostrano due cose: la prima è che non sono i lavoratori a non essere interessati alla questione, ma è chi si oppone all’EXPO che deve trovare modi, strumenti e metodi per coinvolgerli. La seconda è la conferma (per alcuni una scoperta) che quando i lavoratori si mobilitano hanno un ruolo decisivo. La loro assenza da un movimento, pure, è decisiva. Tutto il resto delle mobilitazioni programmate, alcune riuscite, altre meno, altre abortite dopo il Primo Maggio, per quanto dense di contenuti e in certi casi comunicative, non hanno bloccato un bel niente.

Altro aspetto da portare a casa come insegnamento generale è che al NO occorre combinare un PER. Al netto dei creduloni che volevano “un altro EXPO” di legalità, tutele, posti di lavoro e opere durature, cioè al netto di chi crede che gli speculatori le speculazioni le possano fare e le facciano a fin di bene, sempre i tranvieri danno la linea: hanno scioperato per ottenere nuove assunzioni. Posti di lavoro. Non solo soldi, turni, diritti, tutele, ma posti di lavoro.

Hanno sintetizzato la prospettiva del PER da affiancare e combinare al NO: posti di lavoro contro il modello EXPO, le sue forme, i suoi contenuti e le sue speculazioni.

L’abisso che esiste fra il mondo reale e tutto ciò che riguarda EXPO, da un lato della barricata e dall’altro, è ben rappresentato dal fatto che la mobilitazione dei tranvieri si è repentinamente manifestata a 3 giorni dal “grande evento” (nel duplice significato di inaugurazione dell’EXPO e della May Day NO EXPO) a fronte di quasi 10 anni di mobilitazione, dal fatto che sia passata “inosservata” (come fosse un corpo eterno) e dal fatto che altrettanto repentinamente sia riombata nel silenzio (a beneficio delle vetrine, delle auto, delle banche, delle delazioni, degli anatemi, delle dissociazioni).  

Non serve a niente incolpare “gli spaccavetrine” se ora si parla delle vetrine e non dei contenuti della manifestazione, non serve a niente incolpare i vertici dei sindacati di regime che si sono venduti, che hanno fatto affari, che hanno sostenuto e sostengono la Speculazione Universale di Milano 2015: che abbiamo fatto, che avete fatto per piantare le radici di questo Primo Maggio nella lotta di classe in corso?

Qualche furbetto affemerà che fra le migliaia in corteo (e pure fra le centinaia in mantello nero) c’erano tanti e tanti lavoratori e precari, oltre che studenti e pensionati… e ci mancherebbe altro che fossero scesi in piazza amministratori delegati e quadri d’azienda…. La questione era, è e rimane la prospettiva. Se scendiamo in piazza per dire NO, la scena (e i modi, le forme, oltre che i contenuti) sono di chi dice NO in modo più radicale. Dire il PER è più faticoso e difficile. Ma necessario, sia per togliere ritualità alle proteste, sia per fare di ogni mobilitazione la tappa per quella successiva.

Il Primo Maggio NO EXPO di Milano parla di alternativa. Chi è troppo affranto per le vetrine e preoccupato delle conseguenze (più che delle premesse) ripete ossessivamente che “è morto sul nascere un movimento”. Non si accorge di avere la funzione di un disco rotto: nessun movimento muore per 10 o 100 vetrine rotte o 10 o 100 macchine incendiate. Nessun movimento muore perché il governo inasprisce la legislazione contro le manifestazioni (a proposito, oltre che lamentarsi, cosa fanno le schiere di parlamentari, consiglieri, amministratori per opporsi ai “giri di vite” repressivi?) e una volta l’anno  (la media con cui in Italia qualcuno va in piazza a spaccare vetrine e incendiare auto e banche) si ripete l’epitaffio per questo o quel movimento. Chi vuole vedere oltre la cortina di fumogeni e gas al CS invece lo può vedere bene.

Il Primo Maggio di Milano parla della necessità di mettere al centro della mobilitazione la lotta contro gli effetti della crisi, prima fra tutti la disoccupazione, parla della necessità e possibilità di mettere al centro la lotta per un lavoro utile e dignitoso per tutti. Parla della necessità di allargare il ragionamento su mobilitazione, conflitto e consenso su ambiti “nuovi”: quelli in cui la mobilitazione non si esaurisce con la testimonianza di una protesta (o di una rivendicazione), ma spinge i protagonisti ad assumere un ruolo attivo nell’indicare le misure concrete contro gli effetti della crisi e li chiama ad attuarle, a organizzarsi e organizzare per attuarle.

Parla del fatto che mille lotte rivendicative non fanno un movimento unitario ma tanti spezzoni che curano ognuno il proprio orticello e su questa linea finiscono per ostacolarsi a vicenda (benché tutti parlino di “unità delle lotte”).

Alla fine l’EXPO era già un fallimento prima che iniziasse, lo è ugualmente adesso che è iniziato e lo sarà anche dopo che sarà concluso. Speculatori, mafiosi e politicanti hanno fatto tutto da loro. A noi, a tutti noi, rimane la questione che esisteva pure prima: costruire l’alternativa. Riprendiamo il discorso da qui. Costruire l’alternativa all’EXPO significa costruire l’alternativa ai vertici della Repubblica Pontificia italiana, costruire la nuova governabilità dal basso, scoprire e sviluppare la relazione (che esiste già, è oggettiva) fra i lavoratori e la miriade di lotte territoriali. Il centro sono i lavoratori delle aziende capitaliste e delle aziende pubbliche.

Costituire organizzazioni operaie nelle aziende private e organizzazioni popolari nelle aziende (ancora) pubbliche che si occupino sistematicamente della salvaguardia delle aziende prevenendo le manovre padronali per ridurle, chiuderle o delocalizzarle, studiando in collegamento con esperti affidabili quale è il futuro migliore per l’azienda, quali beni e servizi può produrre che siano necessari alla popolazione del paese o agli scambi con altri paesi, predisporre in tempo le cose. Questo è oggi il primo passo: lo chiamiamo “occupare l’azienda”. Stabilire collegamenti con organismi operai e popolari di altre aziende, mobilitare e organizzare le masse popolari, i disoccupati e i precari della zona circostante a svolgere i compiti che le istituzioni lasciano cadere, a gestire direttamente parti crescenti della vita sociale, a distribuire nella maniera più organizzata di cui sono capaci i beni e i servizi di cui la crisi priva la parte più oppressa della popolazione, a non accettare le imposizioni dei decreti governativi e a violare le regole e le direttive delle autorità. E’ il contrario che restare chiusi in azienda ed è il salto decisivo: lo chiamiamo “uscire dall’azienda”.

Le organizzazioni degli operai e degli altri lavoratori che fanno questo sono la base per costituire un governo d’emergenza popolare e farlo ingoiare ai padroni. Il Partito dei CARC sostiene e organizza ogni operaio e ogni lavoratore che si mette su questa strada, che decide di prendere in mano  il proprio futuro!.

“Quando c’è un ordine sociale ingiusto, il disordine è il primo passo per instaurare un ordine sociale giusto” scriveva R. Rolland. Sacrosanto. Ai lavoratori, ai giovani, alle donne, agli immigrati oggi la situazione impone di combinare le due cose: rendere ingovernabile il paese per ogni autorità della Repubblica Pontificia, imparando a costruire la rete della nuova governabilità dal basso, imparando a diventare classe dirigente della società con la costruzione del Governo di Blocco Popolare.

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