“Un congresso che ha le radici nella lotta di classe”: sul numero scorso di Resistenza abbiamo caratterizzato così il IV Congresso del P.CARC che si svolgerà a Firenze il 13 e 14 giugno prossimi. Ha le radici nella lotta di classe nel senso preciso che attraverso i lavori congressuali miriamo a mettere a punto gli strumenti (piano d’azione, orientamenti, metodi) per ribaltare la situazione per cui oggi sono i Marchionne e i Renzi a condurre con scienza (la scienza di cui può essere capace una classe che non ha futuro e cerca di ostacolare il corso della storia) la lotta di classe, mentre gli operai e il resto delle masse popolari subiscono ancora la loro iniziativa. Per capirci: oggi Marchionne ha un progetto per far fuori la FIOM dagli stabilimenti FCA e indurre gli operai a lavorare se, come e quando va bene ai suoi affari, gli operai avanzati non hanno ancora un progetto per far funzionare gli stabilimenti FCA senza Marchionne.
Tre obiettivi hanno guidato l’elaborazione dei Documenti congressuali (reperibili sul sito del partito www.carc.it o scrivendo a carc@riseup.net).
Il primo. Che ogni membro, candidato, collaboratore e simpatizzante del nostro Partito vi trovi quanto gli serve per lottare con maggiore scienza e determinazione  a creare le condizioni perché le organizzazioni operaie e popolari instaurino il loro governo d’emergenza. E’ quello che grosso modo il nostro Partito già sta facendo, ma una cosa è fare le cose spinti dalle circostanze e dagli eventi e un’altra è assumersi con chiarezza un compito e darsi un piano per attuarlo. Significa, al nostro interno, rafforzare la comprensione di che cos’è il Governo di Blocco Popolare e della differenza tra il lavoro del P.CARC e l’azione della sinistra borghese che promuove proteste, lotte rivendicative e partecipazione alle istituzioni della Repubblica Pontificia, dei compiti da svolgere, di come svolgerli e di elevare il nostro intervento nella lotta di classe.
Il secondo. Che quanti hanno la falce e martello nel cuore e aspirano al nuovo mondo del comunismo, ci trovino il percorso da compiere per arrivare a instaurare il socialismo nel nostro paese partendo dalla situazione per com’è, dalle concrete condizioni di organizzazione, orientamento, relazioni esistenti nel nostro campo. Ci trovino cioè l’alimento per svolgere il compito che è proprio del movimento comunista fin dalla sua nascita: indicare l’alternativa, non un’alternativa qualsiasi, dettata dai gusti, dalle preferenze e dalle fantasie, ma quella di cui il presente contiene i presupposti (allo stesso modo per cui da un uovo può nascere un pulcino, non una mucca!) e creare le condizioni per cui le masse lottino per realizzarla, trovare nel presente gli spunti da cui sviluppare le lotte che porteranno le masse popolari a costruire il paese del futuro. La concezione comunista del mondo è la scienza delle attività con cui gli uomini fanno la loro storia.
Il terzo. Che ogni lavoratore, ogni precario, ogni studente, ogni pensionato deciso a fare la sua parte per farla finita con lo smantellamento delle aziende, la disoccupazione e la precarietà, con lo sfascio dei servizi pubblici, con il dissesto del territorio, con l’eliminazione dei diritti, l’imbarbarimento delle relazioni sociali e la “guerra tra poveri”, con la corsa alla guerra (in una parola: con la crisi del capitalismo e le manovre con cui i Renzi, i Marchionne e la loro comunità internazionale cercano di prolungare l’esistenza del loro sistema sociale) ci trovi un pezzo della sua esperienza e delle sue aspirazioni. Non sotto forma di “narrazioni” o di rivendicazioni a governi e ad autorità impegnate in tutt’altro, ma di obiettivi, linee, criteri, metodi che insieme compongono un piano d’azione per tirarci fuori, contando sulle nostre forze e usando a nostro favore le contraddizioni dei nostri nemici, dal vortice di crisi, miseria, devastazione ambientale e guerra in cui i “poteri forti” ci hanno trascinati.
E’ su questa base che invitiamo i lavoratori avanzati e gli altri elementi avanzati delle masse popolari che sono decisi a farla finita con la crisi del capitalismo a partecipare al dibattito che si svolgerà nei congressi di sezione, federali e nazionale per portarvi le loro esperienze, bilanci, riflessioni, osservazioni per arricchire i Documenti congressuali, verificarli alla luce della loro pratica, contribuire a farne strumenti più completi, più “concreti”.
Con questo articolo iniziamo a “rompere il ghiaccio”: trattiamo una parte (una piccola parte) delle questioni che sono emerse ragionando con gli operai e i lavoratori durante le manifestazioni, gli scioperi e le assemblee, nelle discussioni di Resistenza e nelle riunioni di sezione (cioè la cosa riguarda anche compagni nostri) a cui rispondiamo prendendo come base e orientamento i Documenti congressuali.

“Come si costruiscono le #unions? Per ora non è che me lo hanno spiegato proprio per bene (dalla pagina facebook di un operaio FIOM della CSO di Scandicci – Firenze). Mi hanno detto che è ganzo, che è giusto, che è geniale, che è un intreccio di soggetti sociali. Ma come si fa non è che l’ho capito proprio fino in fondo. Provo a dire quello che ho capito e se ‘sbalio voi mi corigerete’. Per mettere le basi alle #unions per prima cosa le RSU più avanzate, i lavoratori più coscienti (e ovviamente le loro organizzazioni) devono uscire dalla fabbrica (o ufficio) e diventare un punto di riferimento sul territorio partecipando alle iniziative culturali, sociali e alle lotte più generali come salute, istruzione, ambiente e buon ultimo l’antifascismo, mettendo a disposizione dei settori più deboli il proprio patrimonio di lotte, di conoscenza, di capacità progettuale e mettere in campo una loro idea di società. Mi si dirà: ‘la fai facile te, ma come?’. Con l’opposizione sociale, con gli aiuti solidali, con nuove strutture autogestite, in parole povere all’opposto di come fanno i grillini. E non la faccio facile per nulla ma ci candidiamo a diventare classe dirigente o stiamo qui a pettinare le bambole? E la sponda politica? Ma il primo babbo del primo operaio aveva sponda politica? No, se l’è costruita un 2 o 3 mila anni dopo ma cominciò a protestare da subito. Non tutti se ne sono accorti, ma siamo circondati. E io ancora non mi sento il generale Custer”.
“Le RSU più avanzate, i lavoratori più coscienti e le loro organizzazioni devono diventare un punto di riferimento sul territorio, (…) candidarsi a diventare classe dirigente” è l’orientamento che traduciamo nella linea “portare le organizzazioni operaie e popolari ad agire come nuove autorità pubbliche”. Il fattore portante della costituzione del Governo di Blocco Popolare sono le organizzazioni operaie delle aziende capitaliste e le organizzazioni popolari delle aziende pubbliche che escono ognuna dalla sua azienda e costituiscono collegamenti con organismi operai e popolari di altre aziende, mobilitano e organizzano le masse popolari, i disoccupati e i precari della zona circostante a svolgere i compiti che le istituzioni lasciano cadere (creare lavoro e in generale risolvere i problemi della vita delle masse popolari), a gestire direttamente parti crescenti della vita sociale, a distribuire nella maniera più organizzata di cui sono capaci i beni e i servizi di cui la crisi priva la parte più oppressa della popolazione, a non accettare le imposizioni dei decreti governativi e a violare le regole e le direttive delle autorità della Repubblica Pontificia. In sintesi, organizzazioni operaie e popolari che si occupano della gestione e del futuro della propria azienda (“occupare le aziende e uscire dall’azienda”), del proprio territorio (costringere le amministrazioni locali a diventare amministrazioni d’emergenza) e del paese (promuovere la costituzione del Governo di Blocco Popolare da imporre e far ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia e alla loro comunità internazionale).
Anche a noi, come all’operaio della CSO, qualcuno dirà: la fate facile voi, ma come si fa? Sicuramente è una cosa che anche noi dobbiamo imparare a fare. Però l’azione nostra e delle organizzazioni operaie si fonda su un dato oggettivo, e cioè che ogni azienda già oggi

1. è un centro di produzione di beni e servizi, con specifiche competenze, conoscenze e corrispondenti attrezzature, organizzazione e relazioni;

2. è un collettivo di lavoratori oggettivamente costituito capace di una vita politica, sindacale e culturale più o meno intensa (l’intensità dipende sostanzialmente dallo stato generale del movimento comunista cosciente e organizzato);

3. può essere (e in una certa misura comunque già è) un centro di orientamento, di aggregazione, di organizzazione e di direzione delle masse popolari della zona circostante (della lotta di classe e della loro vita, ha strumenti – locali di riunione ed altro – per esserlo: lo si è visto in casi di calamità naturali e di altre vicende) e di connessione di questo con la lotta di classe dell’intero paese.
E di conferme che solo i lavoratori organizzati possano rimettere in moto l’economia reale, su basi ecologicamente compatibili e tutelando la sicurezza dei lavoratori, per produrre beni e servizi nella misura e del tipo necessari al consumo interno, alle relazioni internazionali e a mettere in opera le misure necessarie per far fronte al dissesto idrogeologico, per mettere in sicurezza e migliorare il patrimonio edilizio, il sistema dei trasporti e delle comunicazioni, per conservare e valorizzare il patrimonio artistico, basta guardarsi intorno per trovarne: la chiusura degli stabilimenti Whirlpool, il crollo della scuola di Ostuni e il cedimento del viadotto sulla Palermo-Catania sono solo le ultime in ordine di tempo!

Perché le chiamiamo nuove autorità “pubbliche” e non (più) “popolari”? Per mettere in evidenza il passaggio, il salto da compiere: diventare organismi le cui direttive sono accolte ed eseguite dalle masse popolari. Agire da nuova autorità pubblica per ogni organizzazione operaia e popolare significa passare dallo sdegno, dalla denuncia, dalla rivendicazione e dalla protesta a concepirsi e agire come artefici e costruttori di una nuova governabilità, che poggia sul protagonismo e sull’azione delle masse popolari organizzate. Detto in altri termini, significa non affidare la soluzione dei problemi a partiti e istituzioni della Repubblica Pontificia ma occuparsi direttamente del futuro delle aziende e della società e sperimentare l’emanazione e l’attuazione delle misure d’emergenza (a partire dalla misura centrale, “un lavoro utile e dignitoso per ogni adulto”) in concorrenza e in rottura con quelle delle autorità della Repubblica Pontificia. Le masse popolari, anche la parte più attiva e combattiva, non sono abituate a concepirsi come “autorità di governo”, “a comandare”, a dirigere, a pianificare. Sono abituate ad affidarsi a questo o quel personaggio politico, sindacale o capopopolo, a questa o quella istituzione della Repubblica Pontificia (presidente della repubblica, papa, governo, prefettura, tribunali, ecc.). Fare di ogni organizzazione operaia e popolare una nuova autorità pubblica significa trasformare passo dopo passo il tradizionale ruolo delle masse popolari che “chiedono” e rivendicano alle istituzioni, nel nuovo ruolo di autorità di governo dal basso: come sono oggi in embrione i comitati NO TAV della Val di Susa, come sono stati su scala più ampia i consigli di fabbrica negli anni ’70, come furono compiutamente i soviet in Russia all’inizio del secolo scorso.

 

“Il partito non si presenta alle masse dottrinariamente proclamando una nuova verità che chiede di accettare né chiede di unirsi ad esso a professare una nuova teoria. Il partito cerca di ricavare dall’esperienza comune del movimento delle masse la ragione che sta negli avvenimenti che la compongono. Quindi non dice mai alle masse: smettete di lottare, quello che state facendo è inutile, dovete prima farvi una coscienza e darvi una teoria. Al contrario cerca di comprendere qual è il vero motivo per cui le masse combattono e qual è la fonte vera della loro forza e di ricavare da ciò una linea per andare verso la vittoria. La linea è una cosa che per procedere le masse devono far propria e attuare” (dal Manifesto-Programma del (nuovo)Partito comunista italiano, Ed. Rapporti Sociali, 2008).

 

Speriamo che, pian pianino, i giovani quando si renderanno conto di come stanno le cose veramente, facciano ciò che hanno fatto i nostri “vecchi” quando erano giovani, che hanno dato il giro a tutto e qualcosina hanno ottenuto (dall’intervista a un attivista USB licenziato da un’azienda dell’indotto Iveco di Torino, durante la manifestazione del 18 febbraio 2015 a Milano). “Io penso che il socialismo sia possibile, non mi dispiacerebbe affatto una società socialista dove ci sono diritti uguali per tutti. Nell’immediato diventa difficile, perché oggi c’è una sorta di rassegnazione da parte di larghe fasce di popolazione, lavoratori, disoccupati. Però secondo me, un passettino per volta, noi dobbiamo ambire ad arrivare a quello: una società dove la religione non sia il profitto e non si debba sacrificare sul sacro altare dei profitti padronali le vite di intere generazioni di persone. Penso ai giovani che, per esempio, non hanno oggi assolutamente nessun diritto. È stato sancito con il Jobs Act, con il contratto a tutele crescenti, che i lavoratori giovani oggi sono pura merce. Speriamo che, pian pianino, i giovani quando si renderanno conto di come stanno le cose veramente, facciano ciò che hanno fatto i nostri “vecchi” quando erano giovani, che hanno dato il giro a tutto e qualcosina hanno ottenuto”.
Al centro del nostro Congresso ci sono proprio i passi da compiere nell’immediato per arrivare a fare dell’Italia un paese socialista. Perché una cosa che abbiamo imparato dai nostri “vecchi” è che la rivoluzione socialista non è qualcosa che scoppia, una ribellione spontanea delle masse popolari costrette a condizioni di vita intollerabili, ma un processo promosso e guidato dal partito comunista, campagna dopo campagna come una guerra: una guerra nel corso della quale il partito comunista costruisce un nuovo potere popolare che si contrappone a quello della borghesia e lo stringe in una morsa crescente fino a soppiantarlo. Lo abbiamo imparato dai nostri “vecchi”, nel senso che dove i comunisti venuti prima di noi hanno agito così, hanno vinto. Dove invece non hanno fatto così, la loro lotta è rimasta a metà strada. Qui da noi hanno ottenuto anche più di qualcosina, ma il timone è rimasto in mano ai padroni, al clero, ai mafiosi. Tanto vero che, quando il movimento comunista ha smesso di essere una minaccia, hanno iniziato a toglierci anche quel qualcosina che i nostri “vecchi” gli avevano strappato.
E’ vero anche che per intendersi sui passi da fare nell’immediato, bisogna intendersi su dove vogliamo arrivare… è un po’ dura se uno ha in mente di costruire una capanna e un altro di costruire un grattacielo, anche se chiamano la capanna e il grattacielo con lo stesso nome. E oggi dobbiamo prendere atto che quelli che parlano di socialismo, parlano in realtà di cose diverse. E’ una società dove ci sono diritti uguali per tutti? Anche adesso sulla carta i diritti sono uguali per tutti, ma è sotto gli occhi di tutti che per alcuni pochi sono “più uguali” che per la stragrande maggioranza della popolazione. Noi comunisti siamo per l’uguaglianza nel senso che siamo per l’abolizione della divisione in classi di sfruttati e sfruttatori: è questa divisione che le classi dominanti chiamano “uguaglianza” e “democrazia”, è la libertà dei padroni di fare i padroni. Quindi il socialismo non è una società in cui tutti hanno gli stessi diritti, perché ai vecchi sfruttatori e ai loro seguaci vengono tolti i diritti, le libertà di cui godevano (sono sottoposti a una dittatura): è la condizione indispensabile non solo per impedire i loro tentativi di riprendere il sopravvento, ma anche perché invece i lavoratori e le classi e i settori oppressi della popolazione abbiano realmente diritti e libertà. E’ una società in cui la vita di intere generazioni non è sacrificata sull’altare del profitto? Certo, e per questo bisogna sostituire l’azienda creata e gestita dal capitalista per aumentare il suo capitale con l’unità produttiva costruita e gestita dai lavoratori organizzati che lavora secondo un piano pubblicamente deciso per produrre tutti e solo i beni e i servizi necessari alla vita dignitosa della popolazione (al livello di civiltà che l’umanità ha oggi raggiunto) e ai rapporti di solidarietà, di collaborazione e di scambio con gli altri paesi. Il capitalismo è un insieme di procedimenti e di relazioni tramite cui i lavoratori sono messi nelle condizioni necessarie per produrre e indotti a lavorare. Oggi sono combinati insieme dal capitalista che li mette assieme a lavorare per fare profitti (per valorizzare il suo capitale): perché il profitto smetta di essere il motore della produzione, occorre un modo diverso di mettere insieme i lavoratori per produrre. 

 

“I comunisti si distinguono dagli altri rivoluzionari perché hanno una comprensione più avanzata delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe e su questa base la spingono sempre in avanti” (K. Marx e F. Engels – Manifesto del partito comunista, 1848 – Parafrasi).

 

Dite che la disobbedienza non è un optional, ma siete un partito legale? (dall’intervento di un curioso a margine della lettura di Resistenza in un circolo ARCI). Legale vuol dire conforme alle leggi e le leggi oggi sono quelle della borghesia. Il P.CARC si avvale di quella parte delle leggi che vanno bene alle masse popolari, ma già oggi dice che bisogna disobbedire alle leggi contrarie agli interessi delle masse popolari. E’ un partito che non si subordina alle leggi, le usa. Nella campagna elettorale delle regionali e delle comunali, diciamo di appoggiare solo quei candidati che danno affidamento di violare le leggi e le regole imposte dal governo centrale tutte le volte che distruggono i diritti delle masse popolari, quei candidati che si impegnano ad avvalersi della loro autorità e delle risorse della loro carica, dell’amministrazione di cui faranno parte o di cui saranno alla testa per impedire l’applicazione di queste disposizioni del governo centrale. Quindi che il P.CARC è legale o non è legale, dipende dalle leggi. Se le leggi della borghesia fossero conformi agli interessi delle masse popolari, saremmo un partito legale. Le leggi della borghesia non sono conformi e quindi le violiamo e ne promuoviamo la violazione in tutti i casi in cui abbiamo la forza per farlo. Osserviamo le leggi quando non possiamo farne a meno, quando non abbiamo la forza per non osservarle.

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