Dedichiamo questo articolo ai giovani, parliamo soprattutto a loro, con l’obiettivo di mostrare, attraverso esperienze storiche, la strada per affrontare la situazione che vivono oggi. Riprendiamo in forme diverse il contenuto dell’articolo I giovani e il nuovo assalto al cielo pubblicato su Resistenza n. 9/2014 e, come in quel caso, richiediamo espressamente ai giovani che lo leggeranno le loro riflessioni, i dubbi, le critiche, le domande che dalla lettura emergono.

Essere “giovani” è una questione fisiologica. Per i milioni di giovani delle masse popolari è la fase in cui sono (più di altri settori popolari) esuberi, carne da macello che langue nella precarietà o carne da cannone da spedire a fare la guerra in giro per il mondo. Per i rampolli di buona famiglia essere giovani è sinonimo di intraprendenza e capacità di innovazione, spensieratezza ed esuberanza. Nella società il modello plasmato dai secondi vale universalmente anche per i primi e non avere chiaro che è una questione di classe (non di fortuna, capacità individuali, caratteristiche morali e intellettuali) alimenta quella tendenza per cui, fra i giovani delle masse popolari, “emergere” è sinonimo di comportamenti, condotte e concezioni adeguate a fare fortuna a discapito degli altri: individualismo, assenza di scrupoli, efficienza ed efficacia ad assumere il ruolo di aguzzino o sfruttatore o manovalanza per aguzzini e sfruttatori. Cose che milioni di giovani non vogliono essere e non vogliono fare e che frustrano i loro migliori valori e le loro migliori aspirazioni.

Quella che nella società borghese è la malattia incurabile dei giovani è l’inquietudine di chi non si sottomette “naturalmente” al corso corrente delle cose. E’ una condizione che poggia prima di tutto sull’oggettività delle cose: la società nel suo complesso marcia oggettivamente verso il superamento del capitalismo, verso il comunismo. Gli ostacoli che la classe dominante oppone a questa marcia generano sia il marasma economico e politico (materiale) che sconvolge il mondo, sia il marasma morale e intellettuale che sconvolge gli individui e in particolare i giovani, schiacciati dal presente da cui istintivamente cercano di liberarsi e ostacolati nella costruzione del futuro che istintivamente (anche fisiologicamente) vogliono e devono costruire e che non gli è concesso costruire.

I giovani e il movimento comunista. Il movimento comunista è il naturale ambito in cui i giovani trovano gli strumenti, le forme, scoprono i contenuti del mondo nuovo che spontaneamente sono spinti a costruire e in cui trovano gli strumenti, le forme e i contenuti con cui combattere, per vincere, il vecchio mondo decadente e oppressivo. Qualcuno potrà pensare che scriviamo questo perché “siamo comunisti” e “tiriamo acqua al nostro mulino”. E’ un’opinione, sbagliata. Scriviamo questo perché è l’esperienza della storia dell’umanità, una disciplina che le scuole non insegnano e la cui conoscenza nella società borghese viene ostacolata in mille modi. Ignorare “la storia dei giovani” è oggi una delle cause principali per cui tanti giovani cercano ognuno una scorciatoia che in linea generale è il ribellismo. Il ribellismo di sinistra (di certo sano e costruttivo, ma non è una soluzione) e il ribellismo di destra (che fa presa sui più disperati, su chi è disposto a credere che la guerra fra poveri possa essere una soluzione ai suoi problemi).

La storia dei giovani nel movimento comunista, che ha scritto alcune delle pagine più gloriose, eroiche, decisive e commoventi della storia della lotta di classe nel mondo, anche nel nostro paese ci offre esempi di portata inestimabile. Quello che ci dice è che i giovani, senza le limitazioni morali e materiali dei padri e delle madri di famiglia, senza le incrostazioni ideologiche sedimentate nel tempo, con lo spirito di scoperta e di conquista, sono la linfa della costruzione del socialismo, una società superiore di cui la classe operaia è la base materiale e i giovani, con le donne, sono la base fisiologica.

Lo dimostriamo con tre esempi, di tre fasi storiche diverse del nostro paese.

La fondazione del PCI nel 1921. Alessandro Vaia, dirigente comunista e partigiano, nel suo libro Da galeotto a generale (Teti, 1977), a proposito di quel periodo scrive: “Il partito comunista è nato attingendo fondamentalmente le sue forze dalla gioventù e giovani erano la maggioranza dei suoi dirigenti. La gioventù d’avanguardia più combattiva aveva aderito al partito comunista e alla federazione giovanile al momento della loro fondazione. Si trattava di una minoranza, ma essa rappresentava quanto di più sano e cosciente aveva saputo esprimere il movimento socialista nel primo dopo guerra. L’adesione della gioventù rivoluzionaria al partito comunista, avvenuta sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla Rivoluzione d’Ottobre, si era andata consolidando con gli anni, si era temprata nell’attività clandestina e nelle carceri”.

E’ questa un’epoca di cambiamenti tumultuosi, l’epoca della prima crisi generale che aveva avuto sbocco, ma non si era conclusa, con la Prima Guerra Mondiale: i giovani sono la “generazione perduta”, reduci del grande massacro bellico e colpiti ancora più degli altri dalla crisi economica, non vedono nessuna prospettiva nell’Italia di allora (molti di loro furono, negli anni venti, protagonisti del grande fenomeno migratorio che interessò il paese, che quasi sempre si tradusse in uno sfruttamento ancora più duro). Il capitalismo e la società borghese rappresentano per loro un presente di miseria e disperazione, ma, per i più lungimiranti, la rassegnazione non è l’unica opzione: è infatti anche l’epoca della prima ondata della rivoluzione proletaria e l’Unione Sovietica, cantiere in costruzione del socialismo, indica un futuro luminoso, un mito ma anche un modello concreto cui aspirare. L’impegno per fare dell’Italia un paese socialista è per loro l’unica occasione di riscatto e questo sentimento diffuso ne porta migliaia ad aderire all’organizzazione giovanile del PSI, la Federazione Giovanile Socialista Italiana. Quando si tratta di decidere l’adesione ai 21 punti posti dall’Internazionale Comunista, questi giovani socialisti si schierano decisamente con la sinistra del movimento comunista nazionale e mondiale, votando in massa per la mozione comunista (i giovani comunisti furono 38.500 sui circa 48.000 votanti), espellendo la frazione riformista e aderendo con entusiasmo al neonato Partito Comunista d’Italia, che si trova così ad essere composto principalmente di giovani. Scrive Pietro Secchia, in un passo di Lotta antifascista e nuove generazioni (La Pietra – Milano, 1973): “Nel 1921 Bordiga aveva 32 anni, Gramsci 30, Togliatti 28, Terracini e Scoccimarro 26. Se questa era l’età dei dirigenti, si può ben immaginare quale fosse quella dei compagni di base”.

E scriverà nel 1926 Gramsci a riguardo, in Stato operaio (numero di maggio 1927): “Ma in verità la nostra generazione (…) poteva percepire più distintamente la insufficienza della vecchia generazione a svolgere i compiti resi necessari dall’approssimarsi della bufera rivoluzionaria. Noi della giovane generazione rappresentavamo in realtà la nuova situazione, nella quale anche la classe nemica, pur di conservare il potere e di schiacciare il proletariato, avrebbe distrutto le vecchie forme dello Stato creato dalla giovane borghesia del Risorgimento”.

Dal fascismo alla Resistenza. Prosegue Vaia, nel passo prima citato e riferendosi ora al periodo della dittatura fascista, della Resistenza e dell’immediato dopoguerra: “Erano giovani la maggioranza dei militanti che alimentarono le nostre forze nella illegalità e che costituirono l’ossatura attorno alla quale si formò un grande partito di massa.

Furono giovani la maggioranza dei partigiani che affluirono al partito comunista, che divennero quadri e dirigenti del movimento operaio. E fu nel 1949, nella ricostituita Federazione Giovanile Comunista, che si formò una nuova leva di cinquecentomila giovanissimi che si affiancò ai più anziani nel duro scontro degli anni della guerra fredda. Un partito che guarda all’avvenire, che vuole creare una nuova società, una società comunista, porta in sé gli ideali di giustizia e di uguaglianza, l’aspirazione della parte migliore della gioventù”.

Il capitalismo mondiale è ancora sconvolto dagli effetti della prima crisi generale: sue manifestazioni sono il regime fascista, la terribile crisi del ’29 e la Seconda Guerra Mondiale, che porterà all’occupazione del paese da parte dei nazifascisti. Ancora una volta gli elementi più avanzati della nuova generazione faranno propria l’unica prospettiva realistica per garantirsi un futuro dignitoso: quella della lotta contro il fascismo, l’invasore straniero, la guerra imperialista e per la rinascita del paese. Troveranno nel PCI l’unica forza credibile e in grado di portare sino in fondo questa lotta, e vi aderiranno in massa e con convinzione. A partire dal sorgere del movimento fascista sino ad arrivare alla liberazione, soprattutto giovani furono i membri del partito che si unirono, in contrasto con le direttive centrali segnate dal settarismo, agli Arditi del Popolo, soprattutto giovani furono i membri delle Brigate Internazionali che a fianco della Spagna democratica combattevano al grido di “oggi in Spagna domani in Italia”, soprattutto giovani furono i membri del Partito che ne portarono avanti l’attività clandestina durante il ventennio (sui 4.596 condannati dal Tribunale speciale fascista tra il 1926 al 1943, ben 3.507 erano i giovani di età inferiore ai trent’anni, di cui 1.508 sotto i venticinque anni.) e migliaia di giovani furono una delle forze decisive della Resistenza, inquadrati soprattutto nel “Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà” fondato e guidato sino alla morte per mano fascista, a 33 anni, da Eugenio Curiel, giovane dirigente comunista.

Spiega sempre Pietro Secchia, scrivendo a questo riguardo: (…) un altro elemento peculiare del PCI, che ne spiega la capacità di lotta e di resistenza, è che si trattava di un partito che aveva con sé una robusta e combattiva Federazione giovanile. Se si fosse trattato di un partito di anziani militanti e di vecchi, col peso e le preoccupazioni delle famiglie cui provvedere e con una mentalità formatasi in una certa misura in altre epoche, in seno al Partito socialista, le cose sarebbero andate un po’ diversamente. (…) I giovani ebbero dunque nella costruzione del PCI, nella sua lotta tenace durante il fascismo e poi nella Resistenza, nella lotta partigiana, una funzione di primo piano, entro certi limiti anche decisiva”.

Per comprendere la determinazione, l’eroismo e la consapevolezza con cui questi ragazzi si dedicavano alla rivoluzione può essere utile riportare la lettera di un giovane gappista condannato a morte, Albino Abico: “Carissimi, mamma, papà, fratello, sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non disperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene”.

I movimenti del ’68 e del ’77. Prosegue Vaia, a conclusione del passo citato precedentemente e riferendosi ai movimenti giovanili del ’68 e in particolare del ’77, contemporaneo alla stesura del libro: “Il comunismo è la giovinezza del mondo e sono i giovani la sua forza. (…). Sono quasi vent’anni che continuiamo a parlare di ritardi nei confronti dei giovani e mai arriviamo in orario all’appuntamento. Perché? Nel 1960 quando scesero nelle strade i giovani dalle magliette a strisce contro il governo Tambroni, ci fu la prima sorpresa, ma non ne venne alcun rinnovato impegno. Appena si palesò qualche tentativo di capire che cosa stesse accadendo, venne la scomunica contro il cosiddetto “civettare” con i giovani. Poi giunse la “sorpresa” del 1968 e si preferì tacere, ignorare, fingere che le forze nuove emergenti non esistessero. Si giunse all’autoliquidazione del nostro movimento giovanile e quando esso risorse, vegetò intristito come una pianta senza ossigeno. Ed eccoci alla nuova sorpresa del 1977 che si dice sia veramente diversa dalle altre, ma sempre è una “sorpresa”. Ma perché da venti anni siamo sempre sorpresi e in ritardo con i giovani? Non è lecito chiedersi se non ci sia qualcosa di essenziale che ci è venuto a mancare e senza del quale il partito e la gioventù comunista non avrebbero mai potuto esercitare la loro influenza sulla parte più combattiva dei giovani?”.

Cosa fosse quello che era venuto a mancare al PCI emerge già tra le righe dell’intero passo citato: era venuta a mancare una prospettiva rivoluzionaria, una strategia per costruire il socialismo nel nostro paese, la destra del Partito aveva imposto, forte dei limiti della sinistra, la concezione riformista ed economicista del ruolo del Partito, relegando il comunismo ad un bel sogno cui aspirare e che forse prima o poi sarebbe caduto dal cielo. Esso non offriva più ai giovani una prospettiva realistica e alternativa a quella della borghesia per il proprio futuro e non era più capace di mobilitarne la parte migliore e più avanzata. Non solo, la progressiva degenerazione del PCI si esprime dal passaggio dall’opposizione ai governi DC alla progressiva collaborazione che sfocia nel sostegno alle manovre di Kossiga contro “il terrorismo e l’eversione” (infiltrazioni, omicidi, carri armati nelle strade delle città, come a Bologna nel 1977).

Se nei due esempi precedenti i più avanzati tra i giovani proletari avevano visto nell’impegno nel Partito Comunista l’unica via di riscatto, ora che aveva imboccato la via del revisionismo e della collaborazione, la risposta dei giovani si espresse attraverso un netto rifiuto, più o meno cosciente a seconda dei casi, di questa deriva: sorsero numerose organizzazioni giovanili che aspiravano genericamente alla rivoluzione (da Lotta Continua ad Autonomia Operaia al Movimento Lavoratori per il Socialismo), si costituirono organizzazioni ispirate al maoismo che, a livello internazionale, era la punta avanzata della lotta contro il revisionismo moderno: il ruolo di modello ispiratore che a suo tempo era stato dell’URSS di Lenin e Stalin era ora raccolto dalla Cina di Mao Tse-tung. Furono questi gli anni, soprattutto, in cui nel nostro paese si svilupparono, fuori dal PCI, i due tentativi di ricostruire un partito comunista adeguato a fare la rivoluzione: il PCd’I-ml (Nuova Unità) e, più conosciuto, il tentativo intrapreso dalla Brigate Rosse (a proposito dei quali rimandiamo al capitolo 2.1.3. del Manifesto Programma del (n)PCI – www.nuovopci.it).

Il ruolo dei giovani nella rinascita del movimento comunista nel nostro paese. La reazione istintiva e per molti versi spontanea al revisionismo, caratterizzata dall’errore principale di intendere il rifiuto del revisionismo moderno come il rifiuto del partito comunista in generale, fu segnata da concezioni sbagliate, che in molti casi vivono tutt’oggi nei giovani delle masse popolari e sono diventate gravi limiti alla rinascita del movimento comunista nel nostro paese: tendenze e concezioni antipartito, il soggettivismo, l’estremismo, le derive militariste, il ribellismo, lo spontaneismo (“la rivoluzione scoppia”).

Raccogliere il testimone di queste esperienze e superare, attraverso la formazione, lo studio e l’assimilazione della concezione comunista del mondo, quelle concezioni errate per avanzare nella costruzione della rivoluzione e fare dell’Italia un nuovo paese socialista: mettere al centro il Partito, il suo lavoro collettivo e il suo rafforzamento, lavorare a dargli gli strumenti e la forza di mobilitare e organizzare attorno a sé le organizzazioni operaie e popolari, portarle a costituire un proprio governo di emergenza del paese e, attraverso di esso, avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista, neutralizzando la mobilitazione reazionaria che la borghesia imperialista promuove.

I giovani che vi si dedicano hanno un ruolo da protagonisti.

Non può esserci movimento rivoluzionario senza la mobilitazione e organizzazione dei giovani delle masse popolari, così come non può esserci la loro emancipazione senza lo sviluppo e la vittoria del movimento comunista: l’alternativa è la sottomissione alla borghesia imperialista, subire passivamente la guerra di sterminio non dichiarata che conduce contro le masse popolari e di cui i giovani costituiscono uno dei bersagli più facili da colpire.

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