badiera russa reichstag

 

 

Il 9 maggio si celebra a Mosca il Giorno della Vittoria, nel 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale che vide l’URSS trionfare prima nella “Grande Guerra Patriottica” – liberando la patria socialista dall’invasione degli eserciti nazisti – e poi nella lunga marcia che la portò a sconfiggere gli squali hitleriani in tutta Europa, fino ad issare la Bandiera Rossa sul Reichstag a simbolo della vittoria avvenuta.

Quest’anno le celebrazioni si tengono in un clima gelido nei confronti della Russia nel campo delle relazioni internazionali; un clima volto a cancellare il ricordo dell’ esempio che le masse popolari sovietiche – guidate dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica – diedero ai popoli di tutto il mondo nella lotta alla barbarie capitalista e fascista. Tra i leader della “democratica” Unione Europea, al momento solo il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman ha accettato l’invito a prendere parte alla festa del 9 maggio e c’è pure chi ha proposto di spostare le celebrazioni dalla Russia alla Polonia: il Ministro degli esteri polacco Grzegorz Schetyna ha recentemente invitato gli stessi leader europei per l’8 maggio a Danzica (Polonia) per una “celebrazione” che è in realtà una delle tante manovre contro la Russia, nello scenario di scontri per bande fra gruppi imperialisti mondiali. In Ucraina la giunta golpista guidata da Porošenko – che ha il pieno appoggio dei gruppi imperialisti USA dall’esterno e una vasta rappresentanza di gruppi nazisti nel proprio Parlamento – ha prima messo fuori legge il Partito Comunista d’Ucraina e poi qualsiasi forma di propaganda del movimento comunista.

Ma la storia non si può cancellare: la storia la fanno le masse popolari organizzate, come ben dimostrano le vicende della seconda guerra mondiale in cui la stessa Ucraina, come tutta l’Unione Sovietica e gran parte dell’Europa, furono liberate grazie alla mobilitazione del popolo sovietico guidato partito comunista.

Con questo articolo riprendiamo il filo con l’articolo pubblicato su Resistenza n. 2/2015 dedicato alla vittoria di Stalingrado. La storia è maestra di vita e lo è tanto più, quanto la si legge attraverso il materialismo dialettico: la lotta di classe è il motore dello sviluppo della società. Il fattore ideologico è quello decisivo, non le armi (si pensi alle condizioni dell’esercito sovietico almeno nel primo anno di guerra del tutto inadeguate a combattere contro la spaventosa macchina bellica tedesca) né l’ambiente (a dispetto di quanto raccontano molti storiografi borghesi, che attribuiscono al freddo inverno russo un ruolo decisivo nella vittoria della guerra).

Partiamo dai numeri. L’Unione Sovietica registrò in totale circa 28 milioni tra morti, feriti e dispersi sul totale di circa 62 milioni di vittime in tutto il mondo della seconda guerra mondiale. Ma, al di là del pesante dato “quantitativo”, il fattore decisivo per la vittoria fu di carattere “qualitativo”: il grande sforzo unitario di tutto il popolo sovietico, che fu mobilitato in massa dal PCUS per far fronte in ogni modo al devastante attacco tedesco. Il profondo radicamento del Partito Comunista nella classe operaia e tra le masse popolari, e la linea giusta che seguì nella grande guerra antifascista, viene così ricordata da uno dei massimi capi militari dell’URSS nel secondo conflitto mondiale:

“Quando volgo indietro lo sguardo, mi permetto di dire che nessun’altra direzione politico-militare di qualsiasi paese avrebbe retto a simili prove, né avrebbe trovato una via di uscita dalla situazione eccezionalmente grave che si era creata” –  Georgij Žukov, Memorie e battaglie, 1970

La mobilitazione delle forze del popolo sovietico (estratti dal vol. 10 de La Storia Universale dell’Accademia delle scienze dell’URSS).

L’inizio della guerra. La guerra mutò radicalmente la vita di ogni individuo e del popolo nel suo insieme. Il 22 giugno il governo sovietico denunciò per radio a tutto il mondo la proditoria aggressione della Germania hitleriana e chiamò il popolo sovietico alla difesa della patria socialista. “La nostra causa è giusta, – diceva il comunicato governativo – il nemico sarà sconfitto. La vittoria sarà nostra”. Queste parole divennero il motto di tutto il popolo sovietico che si sollevò unanime nella lotta contro gli invasori. (…) In un direttiva del 29 giugno 1941 del consiglio dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica e del Comitato centrale del partito comunista alle organizzazioni del partito e dei soviet delle regioni del fronte, e letta da Stalin alla radio il 3 luglio, venne formulato il programma di mobilitazione delle forze nella lotta contro il nemico. Il partito e il governo rivelarono al popolo la dura verità sul pericolo che minacciava il paese. “…Nella guerra impostaci dalla Germania fascista – affermava la direttiva – si decide il problema della vita o della morte dello Stato sovietico, si decide se i popoli dell’ Unione Sovietica saranno liberi o se cadranno nella schiavitù”. (…) Così come nel 1918 il decreto di Lenin “La patria socialista in pericolo!” aveva sollevato il popolo alla lotta contro l’intervento imperialista, anche in questo momento l’appello del partito comunista scosse milioni di uomini mobilitandoli nella guerra patriottica. (…) Nel primo anno di guerra entrarono nell’Armata Rossa e nella marina di guerra non meno di un milione di comunisti e circa due milioni di giovani comunisti. Quasi un terzo dei membri del Comitato centrale del partito andò al fronte. Funzionari di partito di primo piano furono inviati a lavorare nell’esercito. Il partito comunista mirava a organizzare il popolo sovietico nella lotta e nel lavoro in nome della vittoria sugli invasori fascisti”.

La battaglia di Mosca. “Fin dai primi giorni di guerra la popolazione di Mosca aveva organizzato la lotta contro il nemico. Nel giro di alcuni giorni erano state formate a Mosca e nella sua regione 12 divisioni di milizia popolare con circa 160 mila uomini. Operai e impiegati, scienziati e artisti, studenti e pensionati, accorsero alle armi volontariamente con la piena coscienza del proprio dovere di fronte alla patria. Nella battaglia di Smolensk la milizia popolare ricevette il suo battesimo di fuoco. Molte migliaia di moscoviti immolarono la vita nelle difficili battaglie dei primi mesi di guerra. Ma in queste battaglia si consolidò la determinazione di lottare, aumentò la capacità militare delle divisioni della milizia popolare. Nel settembre 1941 esse furono trasformate in divisioni effettive dell’Armata Rossa. L’industria di Mosca, che forniva oltre il 22% della produzione industriale del paese, fu mobilitata al servizio della produzione bellica. Gli uomini partiti per il fronte vennero sostituiti nelle fabbriche dalle donne e dai ragazzi. (…) Incendi e distruzioni non pregiudicavano il ritmo di lavoro dei moscoviti. Dopo lo sfondamento del fronte ovest da parte delle truppe tedesche, Mosca venne coinvolta direttamente nelle operazioni terrestri. Dal 12 Ottobre ebbe inizio la costruzione di una linea difensiva che copriva Mosca da ovest a sud-ovest; nel mese di Ottobre 450 mila persone, fra cui 250 mila civili, lavorarono ininterrottamente a costruire fortificazioni. Circa 10 mila moscoviti formarono volontariamente squadre di cacciatori anticarro, creati nel caso di combattimenti di strada; 90 mila persone frequentarono corsi celeri organizzati dal servizio addestramento militare generale. Mosca viveva la severa vita del fronte. (…) Il 19 Ottobre la città fu dichiarata in stato di assedio. Il partito comunista invitò il popolo e le forze armate a manifestare la massima vigilanza e a dare un contraccolpo decisivo al nemico. “…A tutti i soldati che difendono le vie di accesso a Mosca – scriveva la “Pravda” nell’editoriale del 3 novembre – si pone ora il grandioso compito storico di tener fronte anche a questo nuovo colpo delle orde hitleriane, di accoglierle con ferrea fermezza, coraggio, abnegazione”. Nel celebrare il 24° anniversario della rivoluzione socialista d’ottobre, i lavoratori socialisti di Mosca lanciarono queste parole d’ordine: “Tutto per il fronte, tutto per la disfatta degli invasori hitleriani”, “Difendiamo la nostra Mosca”. Questi motti divennero il simbolo di lotta di tutto il popolo sovietico”.

L’aiuto di tutto il popolo al fronte: Gli operai, i kolchoziani, gli intellettuali lavorarono con abnegazione per assicurare tutto l’indispensabile al fronte. Ma il loro aiuto all’Armata Rossa non si limitò a questo. I cittadini sovietici diedero i propri risparmi personali alla causa della vittoria. L’esempio fu dato dagli operai delle maggiori fabbriche di Mosca, Leningrado, degli Urali, del Volga e di altre zone del paese. Parteciparono attivamente alla raccolta di fondi anche i contadini kolchoziani. Verso la fine del 1943 erano stati raccolti 13 miliardi di rubli, senza contar la gran quantità di oggetti preziosi, vestiario, prodotti alimentari. Con questi mezzi furono costruiti migliaia di aeroplani, di carri armati, di cannoni”.

Sono solo alcuni esempi di quella vasta e capillare mobilitazione di tutte le masse popolari, all’interno della più grande e devastante campagna militare della storia. Le conseguenze di quella vittoria sono note: dopo la Seconda guerra mondiale 1/3 della popolazione mondiale viveva negli stati socialisti (all’URSS e alle democrazie popolari dell’Europa orientale si aggiunse a breve termine la Cina). Centinaia di milioni di uomini sperimentarono per la prima volta l’accesso in massa alla direzione e gestione della vita economica e sociale dei propri paesi, altrettante furono le donne che poterono emanciparsi dalla loro oppressione millenaria e le persone che uscirono dall’analfabetismo. Fu quello il punto più alto raggiunto dall’umanità della storia della sua evoluzione.

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