Pubblichiamo degli stralci del rapporto del Segretario della Sezione di Napoli Centro riguardo l’intervento fatto in occasione dello sciopero nazionale dei portuali dello scorso 6 marzo, per gli spunti che offre rispetto alla traduzione pratica di cosa vuol dire valorizzare una lotta rivendicativa facendone una scuola di comunismo.

Lo sciopero era stato proclamato per contrastare l’attacco del governo Renzi che punta a cancellare i residui diritti di una categoria ancora abbastanza compatta e concentrata in numeri significativi (e con una conseguente capacità organizzativa), già ridotti con la legge 84/94 che liberalizzava gli scali, ma manteneva la contrattazione collettiva dei lavoratori: in pratica si tratta dell’eliminazione della compagnia portuale, aprendo le porte a una concorrenza sfrenata che sappiamo bene dove porta. Si può fare un parallelo con il settore della logistica, infestato da finte cooperative che lavorano al massimo ribasso, sfruttamento bestiale dei lavoratori e un sistema economico e finanziario a dir poco oscuro; si possono immaginare le conseguenze anche sul piano della sicurezza, di cui il disastro del porto di Genova di due anni fa (la torre piloti abbattuta con 7 morti per una manovra “affrettata”, ma si sa che il tempo è denaro..) è un tragico esempio.

L’intervento della Sezione di Napoli Centro non è stato estemporaneo, ma pianificato appositamente e da tempo dato che il porto è il maggiore centro economico del territorio e i portuali il maggior concentramento operaio locale; inoltre alcuni compagni vi lavorano e altri avevano già avuto esperienza di interventi progressi. Per tradizione, inoltre, il porto è storico propulsore della lotta di classe di tutta la città: “molti operai penano che a mobilitarsi siano pochi, dovrebbero essere di più, che tutti dovrebbero mobilitarsi. Posti però di fronte al fatto storico che le avanguardie operaie portuali della città di Napoli, almeno fino alla metà degli anni Novanta, pur essendo una trentina di compagni – non di più! – mobilitavano circa 2500 lavoratori nel Porto, si inorgogliscono”. Per questo ruolo trascinavano il resto delle masse popolari nella lotta ponendosi alla loro testa e, come i portuali di Genova, Ancona, Palermo e delle altre città costiere, vanno resi “inoffensivi”.

“Alle 8:30 i lavoratori si allineano sotto la sede dell’Autorità Portuale per partire in corteo all’interno del Porto, mentre un altro concentramento di lavoratori, quelli della Cooperativa CULP, della Logistica, si raccoglie sui moli del Varco dell’Immacolatella, nell’obiettivo di non far attraccare le navi TTLines, provenienti da Catania, il cui Porto, a differenza di quello di Palermo, non ha aderito allo sciopero. Vista la situazione discutiamo brevemente se partire da subito in corteo con i lavoratori concentrati sotto l’Autorità Portuale, numerosi e tesserati principalmente UIL, o con i lavoratori della Logistica, in minor numero e tesserati principalmente CGIL. Decidiamo di dividerci, raggiungendo entrambi i concentramenti, per favorire l’unione degli spezzoni. Così è stato, d’accordo con i compagni MDB (membro del Partito e operaio dei Cantieri Megaride) e GI (simpatizzante del Partito ed esponente della CULP).

Alle 9.00 i due concentramenti si riuniscono, dopo che i lavoratori CULP, nell’impedire l’attracco alla TTLines hanno avuto più di qualche discussione in particolare con i camionisti ansiosi di sbarcare.

Il corteo si muove. La determinazione dei lavoratori in sciopero c’è, ma il livello organizzativo è basso. Nemmeno i dirigenti sindacali fanno grandi interventi di agitazione. Un po’ di denuncia buttata lì. Intanto i lavoratori fanno a gara per prendersi i volantini che abbiamo portato. Qualcuno si rallegra di rivedere la falce e martello nel Porto.

Lanciamo quindi due o tre slogan e facciamo un breve intervento sulla base del volantino che abbiamo diffuso in 200 copie e terminato in poco più di mezz’ora.

Gli operai ci mettono alla testa del corteo. Chiedono principalmente a noi cosa fare, cioè sembra non prestino più attenzione a quello che i loro dirigenti sindacali (quelli d’apparato, non i loro delegati) dicono loro. Intanto arriva in forze la DIGOS e un reparto di Polizia antisommossa.

Suggeriamo ai portuali di bloccare la rotonda del Varco Carmine, bloccando, così, di fatto, tanto la linea di traffico che porta alla produzione che quella che esce nella città. Così facciamo. Il Porto è semiparalizzato. In funzione sono solo gli scali turistici, situati molto lontano da dove stavamo operando e non interessati dalla mobilitazione. Mezz’ora di blocco stradale e la trattativa con le forze dell’ordine. Nel frattempo si uniscono i metalmeccanici FILT, la CGIL dei portuali.

A questo punto il presidio è composto da 160 operai/lavoratori circa. Quelli della CULP si dimostrano i più determinati. Sono loro che ci chiedono di intervenire pubblicamente, la mia valutazione è stata che non avrebbe avuto granché senso se fossi intervenuto io, che al Porto non ci lavoro. Era necessario, invece, che intervenisse uno dei compagni che al Porto vi lavora, affinchè iniziassimo a costituire un punto di riferimento diretto di un’avanguardia di lavoratori portuali. Pur condividendo la proposta, nessuno di loro “se l’è sentita” di intervenire (questo è un problema. I compagni vanno sostenuti nella loro attività, più costantemente e più costantemente seguiti e formati a fare lavoro politico nel Porto. Maggiore preparazione ideologica permetterà di superare queste difficoltà).

A questo punto – sono le 11 – i lavoratori delle pulizie e alcuni metalmeccanici decidono di andare verso il Varco Bausan, altri, invece, di tornare all’Immacolatella e ripetere l’azione di blocco degli attracchi TTLines. Non c’è quadra. I sindacalisti “avvertono” i lavoratori che non possono prendersi denunce, ragion per cui i blocchi stradali vanno rimossi subito, anche perché il sindacato ha appena ottenuto un incontro in Prefettura. UIL a questo punto si ritira, FILT nicchia e temporeggia, i lavoratori CULP ci chiedono di andare con loro ai moli per fare agitazione e spiegare ai passeggeri bloccati sulle navi le ragioni della lotta. Ci avviamo, ma alla spicciolata. Male, perché non muoversi compatti fa sì che una macchina della Digos affianchi tre compagni: l’identificazione è forzata e indigna gli altri operai CULP che li seguivano a distanza: “la lotta deve continuare! Nessuna intimidazione!”, dicono.

(…) Blocco al molo per un po’, qualche altra tensione con i camionisti piccoli padroncini dei loro autotreni, poi smobilitiamo. I lavoratori ci chiedono di rivederci, ma non in azienda, perché potrebbe essere un problema. Qualcuno di loro si ricorda che già l’anno scorso sono state fatte delle riunioni e delle letture collettive di Resistenza. Proponiamo di rivederci nei giorni seguenti per la lettura e discussione collettiva del volantone distribuito dal Partito sull’esperienza del Consiglio di Fabbrica della Philco di Bergamo, come esempio di organizzazione operaia che, nel collegarsi al resto del movimento di resistenza sociale diffuso nella città, orientava e condizionava la vita sociale stessa della città, organizzava operai appartenenti anche a sigle sindacali diverse o a stabilimenti diversi, prendeva posizione su questioni pure più “politiche” e non solo “vertenziali”. Insomma, l’esperienza di una vera e propria “autorità politica” costituita da operai. Quello che anche oggi è del tutto possibile, se si organizzassero e coordinassero i vari fronti di resistenza operaia attivi a Melfi come a Pomigliano (giusto per fare degli esempi dai portuali immediatamente riconoscibili) con le tante, tantissime organizzazioni popolari attive sul territorio. La proposta sembra entusiasmarli”.

L’incontro per programmare la discussione, per discutere degli obiettivi e per ragionare sulle prospettive si è svolto il 12 marzo. L’attività programmata si è nel frattempo arricchita dell’esperienza che il Partito ha fatto con il Secondo Incontro nazionale in solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana da cui è emersa la volontà da parte del corpo diplomatico a Napoli di organizzare, proprio al Porto, un incontro sull’esperienza dei portuali del Venezuela, settore d’avanguardia della trasformazione del sistema economico e politico promosso da Chavez.

Ecco, come da uno sciopero possiamo promuovere l’organizzazione degli operai avanzati e sperimentare con loro quel rapporto reciproco di insegnamenti ed elaborazione che sta alla base della scuola di comunismo che ogni lotta rivendicativa può diventare. Deve diventare.  

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