Elezioni che “a cose normali” sarebbero state considerate tutt’altro che decisive stanno assumendo un valore particolare, tanti e tali sono gli sconvolgimenti in corso nella Repubblica Pontificia. La data ha continuato a slittare per settimane (fissata infine per il 31 maggio): da una parte il timore di un picco di astensionismo (plausibile, dopo i risultati di Emilia Romagna e Calabria nel novembre scorso, ma secondaria), dall’altra la disgregazione e la frantumazione che investono tutti i partiti, le coalizioni e le alleanze borghesi (non c’è partito che non sia alle prese con la guerra interna), sullo sfondo gli scandali di inchieste giudiziarie incrociate (l’ultimo caso è quello di Lupi e dei suoi amici di famiglia) e le crescenti contraddizioni fra governo centrale ed Enti Locali, per cui molti amministratori si ribellano ai tagli e allo svuotamento di ruolo delle istituzioni che dirigono.

In questo contesto di caos generale, anche sulle elezioni regionali e amministrative di primavera incombono i tre grandi temi che incombevano sull’elezione del Presidente della Repubblica, anche se, ovviamente, in forme e contenuti diversi.

1 – Lo scontro fra le fazioni politiche che sono espressione dei gruppi imperialisti USA e quelli che sono espressione dei gruppi imperialisti UE, che si sintetizzano, ma non si riassumono completamente, nelle due fazioni che si contendono la direzione del PD: quella “governativa di Renzi” e quella dei notabili ex PC-PDS-DS di Bersani e D’Alema (per citare i più in vista).

2 – All’ombra di ciò, lo scontro interno al PD per gestire il patrimonio ereditato dal vecchio PCI (di cui il controllo sugli Enti Locali è parte consistente e terreno di conquista, basta vedere l’esito delle primarie in Liguria e in Campania).

3 – Le relazioni con la miriade di poteri paralleli locali (in larga parte legati alle organizzazioni criminali) di cui soprattutto Forza Italia è rappresentanza politica (non ne ha l’esclusiva, ma è la principale referente, almeno finchè Berlusconi resta sulla scena).

In questo quadro è abbastanza importante per il governo Renzi controllare

le liste (in particolare per le Regionali, che si svolgono con leggi elettorali molto simili al Porcellum: liste chiuse, candidati nominati) come strumento per condurre la battaglia interna al PD sia “in attacco” (conquistare feudi dei notabili ex PCI), sia in ottica difensiva (evitare situazioni in cui, in vista di possibili spaccature del partito, parte delle amministrazioni locali faccia fronte comune per insidiare la stabilità del governo). Ragionano così, chi pensava che in ballo ci fosse il governo del territorio?

Se per i partiti borghesi si tratta di usare le elezioni per consolidare processi avviati e condurre la lotta per bande, per le masse popolari l’unico interesse a partecipare alla campagna elettorale è approfittare della situazione in cui versano i vertici della Repubblica Pontificia e avanzare, conquistare posizioni, fare esperienza, nel processo di organizzazione e mobilitazione per la costruzione di Nuove Autorità Pubbliche.

Su Resistenza n. 2/2015 abbiamo già brevemente indicato la nostra linea per condurre la campagna elettorale: sono del tutto secondari i risultati elettorali, è invece principale che le organizzazioni operaie e popolari impegnino chi si candida a governare in rottura con i poteri forti e la vecchia politica speculativa e affaristica a “fare da subito, qui e ora, ciò che promettono faranno se vincessero le elezioni”. La fiducia va accordata non a chi promette che farà, ma a chi dimostra di fare, vuole fare, fa e si assume la responsabilità di potenziare la sua azione con gli strumenti e le risorse che avrà se sarà eletto.

La campagna elettorale, quindi, è ambito in cui, principalmente, bisogna fare propaganda per la nuova governabilità del paese (il Governo di Blocco Popolare), coordinare e rafforzare le organizzazioni operaie esistenti e costruirne di nuove. Questa è la campagna elettorale che condurremo ovunque siamo presenti ed è ciò che chiamiamo a fare tutti coloro che non si rassegnano ad accodarsi a promesse e belle parole.

Aggiungiamo oggi un altro pezzo. Dato il contesto generale, la contraddizione fra governo centrale ed enti locali assume una specifica importanza per l’ingovernabilità dal basso del paese.

Vediamo coordinamenti di Sindaci che protestano contro lo Sblocca Italia (a Napoli l’11 aprile si svolge un incontro nazionale), contro la pressione fiscale e i tagli, sentiamo minacce di ribellione e insubordinazione.

Ecco, un altro criterio da inserire nel quadro delle elezioni di primavera è che la disobbedienza al governo centrale non è un optional: deve diventare un impegno per gli amministratori locali, una linea da seguire ogni volta che il governo fa leva sulle amministrazioni locali per attuare misure antipopolari. Perché solo così è possibile per davvero “fare gli interessi dei cittadini”. Ci sono mille esempi del contrario: tante lamentele e poco coraggio, poca volontà politica. Ne portiamo uno che è il più efficace di tutti e leggendo capirete perché.

“L’ultimo accordo sulla sanità raggiunto dai sindaci con la Regione ha aperto una crepa nel rapporto con il movimento NO TAV. Pochi ne parlano, ma a metà marzo a Vaie c’è stata una riunione infuocata, dove sono volate parole grosse tra i rappresentanti dei Comitati e una delegazione di sindaci della Val Susa (erano presenti Plano di Susa, Patrizio di Avigliana e Bertolo di Almese). I quali sono stati “cazziati” per aver firmato questo patto con l’assessore regionale Saitta. (…). Gli interventi sono stati vari, ma tutti con lo stesso messaggio: cari sindaci, avete sbagliato tutto, col patto con Saitta e rinunciando al ricorso al TAR. Dice Alberto Perino: “A Plano e agli altri sindaci abbiamo detto che non eravamo d’accordo con il patto fatto con la Regione (…) proprio ieri l’assessore regionale Saitta ha dichiarato entusiasta all’Ansa che è riuscito a fare un’intesa proprio nella Valle in cui si è affermato il movimento NO TAV”.

(…) “Il problema è che se gli dai un dito, loro si prendono il braccio. Chiamparino e Saitta stanno facendo i tagli alla sanità secondo le volontà delle banche, non dei cittadini. I sindaci, anziché fare un accordo, avrebbero dovuto ribadire la loro contrarietà, perché chi vive in montagna deve avere gli stessi servizi della città. La storia è simile alle vicende sindacali, dove si va a trattativa, si chiede 100 per avere 50. Ma in questo caso i sindaci hanno sbagliato, perché con questo metodo si perdono i servizi. Non si può accettare il ricatto di chi ti dice “ti taglio tutto l’ospedale” e alla fine essere soddisfatti che si è perso il punto nascite dell’ospedale di Susa” (di Fabio Tanzilli su www.valsusaoggi.it).

Ecco, la disobbedienza non è un optional: né contro la TAV né contro i tagli alla sanità.

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