Il (n)PCI ha dedicato alla situazione in Grecia e alla formazione del governo Tsipras un Comunicato e un Avviso ai naviganti (reperibili entrambi sul sito www.nuovopci.it), di cui consigliamo lo studio ai nostri lettori. Qui ne riportiamo solo alcuni stralci insieme a quanto, contemporaneamente e sempre sulla Grecia, hanno scritto Giorgio Cremaschi e Sergio Bellavita, due esponenti autorevoli della sinistra CGIL e promotori di numerose delle mobilitazioni contro i governi e le politiche di austerità nel nostro paese. Anche se per forza di cose sintetico, il confronto “ravvicinato” si presta bene a mettere in luce due concezioni (quella comunista e quella della sinistra borghese) e due linee d’azione che ne derivano: contare sulla forza delle masse popolari organizzate e darsi i mezzi della propria politica oppure chiedere o costringere chi oggi comanda nel nostro paese e nel mondo (i vertici della Repubblica Pontificia e la loro comunità internazionale) a fare qualcosa di diverso da quello che fa.

Mi vergogno di essere europeo. (…) Era dall’estate del 1914 che non risuonava così nettamente la parola ultimatum nella diplomazia continentale. Allora fu l’Austria-Ungheria a usarla nei confronti della piccola Serbia, oggi è tutta la Ue a rivolgerla alla piccola Grecia. Come tutti sanno al centro dell’aut aut rivolto da tutta Europa al governo greco non sta la questione del debito. Che esso sia inesigibile e che sia interesse degli stessi creditori dilazionarlo e persino abbuonarlo è economicamente scontato. Se ci fosse una manleva sul debito greco le borse festeggerebbero.

Il punto è che questo non può avvenire mettendo in discussione le politiche di austerità sociale. La privatizzazione della sanità, della scuola, dello stato sociale e dei beni comuni, i licenziamenti di massa, il taglio brutale dei salari la disoccupazione strutturale, tutto questo deve continuare. La Grecia potrà avere altri soldi solo alla condizione di continuare quelle politiche economiche che l’hanno portata al collasso. Come un barone medico della letteratura, che preferisce veder diffondersi una epidemia piuttosto che cambiare la cura, l’Europa esige la continuazione dell’austerità guidata dalla Troika. Al governo greco son concessi piccoli margini di facciata, ma la sostanza è ubbidire all’ultimatum. Piegarsi o perire, questo il linguaggio antico della guerra che si costituzionalizza nell’Europa dell’austerità.

(…) L’ipocrisia domina una Europa ove ci si proclama Charlie dopo il massacro di Parigi, ma poi si condannano le vignette che ritraggono come nazista il ministro delle finanze della Germania. L’Europa dei diritti umani non riesce a salvare chi muore di freddo nei barconi del Mediterraneo, quando con il costo di un paio di F35 si potrebbe tranquillamente farlo per anni. Chi governa questo continente oggi usa come primo strumento di consenso la paura. (…) Questa Europa non è più un punto di riferimento, ma un ostacolo alla ripresa del progresso della umanità. Questa Europa gretta e ipocrita ispira una vergogna che potrà cessare solo quando i suoi popoli, come hanno già fatto nel corso della storia, la rovesceranno dai suoi troni. Fino ad allora mi vergognerò di essere europeo” (Giorgio Cremaschi, 18.02.15).

Syriza, non è un bel debutto. “Oggi il governo Tsipras sarà chiamato a esplicitare le sue scelte in politica economica e sociale. Appare difficile immaginare che le promesse che gli hanno consentito di vincere le elezioni siano mantenute dopo che la contrattazione con la Troika, o come si chiama adesso, si è conclusa con un accordo che somiglia molto al rientro nei ranghi della Ue. Nessuno dei grandi obiettivi iniziali è stato raggiunto. Né politico né economico né sociale. Non c’è la ristrutturazione del debito, non c’è la conferenza straordinaria dei paesi della Ue, non c’è alcun allentamento sulle politiche di rigore e soprattutto non c’è la riscrittura del memorandum. È stata solo concessa una dilazione sui tempi del piano in attesa di tempi migliori che non verranno, un po’ poco per quella rottura necessaria con le politiche criminali che hanno umiliato un intero popolo. Lo avevamo detto con chiarezza davanti alla netta vittoria elettorale contro l’austerità, non ci sarà alcuno spazio di mediazione, o il governo greco si piega o si piega la Ue. Tutto pare indicarci che si sia piegato Tsipras. Vorremmo sinceramente sbagliare ma il fatto che ancora una volta Atene debba comunicare le sue riforme a Bruxelles non depone a favore della presunta riconquistata sovranità del popolo greco. La tranquillità dei mercati e dei tecnocrati dell’euro lo testimoniano ulteriormente. Lo scossone necessario non c’è stato. La telefonata di Tsipras a Renzi a poche ore dall’approvazione dei primi criminali atti del Job’s Act è un colpo pesante a tutti coloro che guardano alla Grecia come modello possibile di ricostruzione a sinistra per la fuoriuscita dall’austerità. Va detto che la partita non è chiusa per la semplice ragione che nulla è cambiato rispetto alla insostenibilità del debito della Grecia, il quadro è ancora molto instabile e nessuno può escludere che lo scontro dentro la Ue si riapra nei prossimi mesi. Tuttavia il primo vero atto politico del governo Tsipras è innegabilmente una delusione le cui conseguenze non si possono sottovalutare. Né sul piano interno né tantomeno su quello generale. Una sconfitta del tentativo del popolo greco di affrancarsi dalle politiche d’austerità rischia di trascinare a fondo le residue speranze di impedire l’uscita da destra dalla crisi in tutta Europa. Conviene affrontare la realtà anche e soprattutto quando non ci piace” (Sergio Bellavita, 23.02.15).

Impariamo dalla Grecia! “Purtroppo il governo greco ha dovuto chinare la testa alla Troika”, ci ha scritto pochi giorni fa un compagno. Non è che il governo greco ha dovuto chinare la testa. Le istituzioni dell’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, le autorità degli Stati dell’UE non hanno fatto niente di diverso da quello che hanno fatto nel passato e da quello che c’era da attendersi da loro. Sbagliava chi si attendeva che cambiassero condotta solo perché prima delle elezioni SYRIZA aveva promesso alle masse popolari greche di porre fine alle privazioni a cui i precedenti governi su direttiva della Troika le avevano sottoposte e proprio per questo il 25 gennaio aveva avuto molti voti. (…) Tsipras e gli altri esponenti del nuovo governo non si erano preparati a lottare contro l’UE, contro i gruppi imperialisti che comandano e sfruttano le masse popolari greche tramite l’UE e la varie istituzioni politiche e finanziarie internazionali e nazionali. Che mezzi si era dato SYRIZA per far fronte ad essi?

(…) Cosa avrebbero fatto le autorità europee se il governo Tsipras invece che chiedere a loro di continuare a versare “aiuti”, avesse incominciato lui col prendere in mano le banche greche, avesse ordinato alle banche greche di sospendere ogni pagamento e trasferimento di danaro all’estero, avesse fatto appello ai funzionari e agli impiegati delle banche greche perché controllassero l’esecuzione i suoi ordini e decreti, impedissero violazioni e le segnalassero, avesse stabilito regole per i prelievi dai conti correnti e dai depositi nelle banche greche, avesse emanato direttive per il commercio interno e sottoposto a controllo governativo il commercio estero, avesse subito avviato le riforme che aveva promesso in campagna elettorale, avesse chiamato le masse popolari a organizzarsi per incominciare i lavori necessari e avesse preso altre misure del genere?

Sarebbe toccato alle autorità europee e in particolare agli amministratori e fiduciari dei gruppi imperialisti franco-tedeschi chiedere alle autorità greche che per favore fossero realiste, che ritornassero sui loro passi. Perché il sistema finanziario dell’euro e dell’UE (BCE, ecc.) profitta principalmente ai gruppi imperialisti franco-tedeschi, è uno strumento della loro egemonia mondiale: la Grecia per loro è importante perché è un tassello del sistema finanziario che hanno creato per imporsi a livello mondiale. Perché l’esempio del governo Tsipras avrebbe fatto scuola negli altri paesi europei: avrebbe accresciuto la mobilitazione delle masse popolari contro le autorità, dato forza ai governi, di sinistra e di destra, di altri paesi che mal sopportano le imposizioni della Troika e li avrebbe costretti ad agire, avrebbe messo in difficoltà i governi, come quello spagnolo e portoghese, che collaborano attivamente con la Troika contro le masse popolari del loro paese.

Se il governo greco non avesse obbedito, non fosse ritornato sui suoi passi, le istituzioni dirette dalla Troika non avrebbero forse cercato di strangolarlo bloccando i versamenti dei fondi che già avevano previsto di versare?

Poco male, perché i fondi che versano al governo greco, il governo greco non li vede neanche: li deve girare alle stesse istituzioni finanziarie o ad altri loro soci in affari che sono titolari del Debito Pubblico greco che ora è arrivato a circa 320 miliardi di euro. Il Debito Pubblico greco, il pagamento degli interessi, delle rate di restituzione e delle commissioni sono una manna per i gruppi imperialisti e un terreno per investimenti redditizi. Per loro diventano un problema solo se il governo greco non paga. Quanto più paga, tanto più aumenta il Debito Pubblico e tanto maggiore è il terreno per investire il capitale finanziario che anche i pagamenti del governo greco hanno fatto aumentare. Invece per le masse popolari greche il Debito Pubblico greco, il pagamento degli interessi, delle rate di restituzione e delle commissioni sono un problema solo se il governo greco paga.

“Ma come avrebbe fatto il governo SYRIZA-ANEL a pagare fornitori, funzionari, impiegati, militari, poliziotti e tutti gli altri dipendenti della Pubblica Amministrazione. E, più ancora, a trovare i soldi per mettere in moto le riforme che SYRIZA aveva promesso?”, ci chiede un altro compagno.

In Grecia c’è uno stock di euro (e in misura minore di altre valute estere) nelle banche, nelle società finanziarie, presso i privati ricchi. (…) Come già detto sopra, il governo poteva e doveva bloccare banche e società finanziarie e riservarsi di decidere l’uso dei depositi e dei loro averi. Mobilitare i funzionari e gli impiegati delle banche e delle finanziarie per fare osservare le decisioni. Trattare chi le trasgrediva come tratta i peggiori criminali e terroristi. Pagare funzionari e fornitori greci con buoni di sua produzione che tutti in Grecia erano obbligati ad accettare in pagamento di beni e servizi e che lo Stato accettava a pagamento di imposte, bollette e tariffe. Usare gli euro e le riserve di valuta solo per scambi internazionali approvati. Ristabilire subito i servizi tagliati (elettricità, telefoni, acqua, ecc.) alle famiglie, assumere in lavori utili tutti i disoccupati disposti a lavorare dando loro un salario dignitoso. Assegnare le case vuote della Chiesa, delle immobiliari, delle assicurazioni, delle banche e dei ricchi alle famiglie che erano state sfrattate e che comunque sono senza casa, assicurare assistenza sanitaria, istruzione e servizi a tutti assumendo il personale necessario: queste e altre simili misure assicuravano l’appoggio dei lavoratori al governo e la collaborazione contro sabotatori e boicottatori. Mobilitare le Forze Armate per far fronte a calamità naturali, lavori pubblici, servizi socialmente utili, ecc. ed epurare gli ufficiali che non obbedivano. Isolare la destra: eleggere un presidente di destra è stato rafforzare i propri nemici cercando di conquistare la loro benevolenza, nemici che appena potranno daranno il benservito a SYRIZA (…)

Anche nel nostro paese la sinistra borghese si agita per fare qualcosa come SYRIZA, (…) l’obiettivo dichiarato dei progetti, uscire dalla crisi restando nell’ambito del sistema sociale borghese, è “economicamente impossibile”. La crisi attuale è nata nella struttura del capitalismo, è nata nella economia reale capitalista. Dalla crisi dell’economia reale capitalista, come suo rimedio, si è formata l’enorme massa di capitale finanziario la cui valorizzazione ora è il fattore economico determinante delle manovre dei gruppi imperialisti per sopravvivere, del corso delle cose. La fine dell’austerità, e ancora più la fine della crisi, non è qualcosa che la borghesia imperialista può fare, quali che siano le pressioni a cui è sottoposta: quindi non è oggetto di lotte rivendicative né di lotte riformiste. La fine della crisi è un problema politico, nel senso che richiede un governo che voglia farla finire e che abbia la forza di farlo. La costituzione del Governo di Blocco Popolare, il governo delle masse popolare organizzate, sarà l’inizio della fine della crisi del capitalismo” (Avviso ai Naviganti n. 50, 1.03.15).

carc

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*