15 marzo

Gli scioperi operai del marzo ’43 segnano l’inizio della fine della dittatura fascista alla quale la borghesia si era affidata per “ristabilire l’ordine” dopo il biennio rosso (1919-1920) e scongiurare il pericolo che l’esempio sovietico si diffondesse in Italia. Nonostante la repressione e la propaganda di guerra, il fascismo non ha potuto eliminare il ruolo che la classe operaia ha (che aveva allora e che ha oggi) nella società capitalista: quando si mobilita prende facilmente la testa del movimento di tutte le masse popolari, le orienta e le dirige, quando è aggregata nel e intorno al suo partito, il partito comunista, diventa una forza che trasforma la realtà, “dispone di strumenti mille volte più potenti degli strumenti (la forza dell’abitudine, l’ignoranza e l’abbrutimento, il ricatto economico, la violenza) di cui dispone la borghesia per esercitare la sua direzione” (CARC, Il punto più alto raggiunto finora nel nostro paese dalla classe operaia nella sua lotta per il potere, Ed Rapporti Sociali).

Verso gli scioperi. Il peggioramento generale delle condizioni di vita era notevolmente accelerato con l’entrata del paese in guerra a fianco della Germania nazista. Il razionamento alimentare da fame, il blocco dei salari e l’aumento dell’orario di lavoro sino a 12 e più ore giornaliere voluto da Hitler e reso esecutivo dal Duce per obbligare gli operai italiani a contribuire allo sforzo bellico (Hitler rimpiazzava la produzione delle industrie tedesche colpite dai bombardamenti con quelle dei paesi alleati o occupati), il terrore dei bombardamenti, il disagio per gli sfollamenti rendevano la vita delle masse popolari insopportabile: il regime perdeva pezzi e sostegno, l’indifferenza e l’ostilità diventarono presto aperta avversione.

“Ogni giorno aumentava la fuga dalle organizzazioni fasciste: dal 28 ottobre 1942 all’11 marzo 1943 oltre due milioni di italiani (secondo i dati ufficiali) non avevano rinnovato la tessera del partito fascista, gli iscritti alla Gioventù del Littorio erano scesi da nove milioni a quattro milioni, le iscritte ai fasci femminili da oltre un milione a 350 mila, e così via. Questa fuga in massa di coloro che volenti o nolenti erano stati irreggimentati nelle organizzazioni fasciste indicava chiaramente che gli italiani aprivano gli occhi, non avevano più paura, e che il terrore dell’Ovra non riusciva più a contenere la ribellione. La caldaia era in ebollizione” (P.Secchia, Lotta antifascista e giovani generazioni – La Pietra).

Sono i Prefetti che raccolgono le segnalazioni della polizia e dei carabinieri e le centralizzano al governo appuntando meticolosamente i commenti, le scritte murarie, le agitazioni contro il carovita e per razioni alimentari adeguate di cui erano protagonisti anche iscritti al PNF o ad associazioni fasciste.

Questa situazione interna si combinava con gli avvenimenti internazionali: i sovietici avevano rotto l’assedio di Stalingrado (vedi Resistenza n. 2/2015) e avevano iniziato la loro avanzata verso Berlino, una parte degli operai italiani seguono la situazione tramite i canali clandestini del PCI: l’Unità e Radio Mosca.

A cavallo fra agosto e settembre del ’42 gli operai di alcune fabbriche torinesi iniziarono spontaneamente alcune agitazioni bloccando i reparti: chiedevano aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. A quelle agitazioni parteciparono anche operai che fino a quel momento erano rimasti vicini al regime fascista. La maggior parte di queste proteste riesce a ottenere gli obiettivi immediati: preoccupati per le agitazioni nelle fabbriche dopo 20 anni, padroni e autorità accolgono in fretta e furia le rivendicazioni dei lavoratori. Contano in questo modo di liquidarle sul nascere, in realtà alimentano la tendenza opposta, allo sciopero, all’organizzazione, alla lotta.

In questo contesto, il PCI assume la linea di puntare sulla mobilitazione operaia per promuovere una sollevazione generale contro il fascismo e decide di fare leva sulle rivendicazioni economiche per alimentare la mobilitazione politica della classe operaia, quella linea che oggi sintetizziamo in “fare di ogni lotta rivendicativa una scuola di comunismo”. Guidata dal PCI, la classe operaia italiana diventa in breve la principale protagonista della fase preparatoria della Resistenza, prima, e della guerra di Liberazione, poi.

L’azione del PCI clandestino, la “scuola di comunismo”. Impegnato per l’ennesima volta a ricostruire l’organizzazione clandestina nel paese, il Comitato Centrale del PCI richiama in Italia alcuni esuli e li dispone lì dove le condizioni sono più favorevoli per la loro azione: inizia da Torino, dalla FIAT di Mirafiori, un enorme concentrato di operai che avevano tradizione di lotta (furono i protagonisti della sommossa torinese del 1917) e che per il regime fascista, per lo stesso Mussolini in persona, erano “la bestia nera” (si era sempre schierato contro l’apertura di quello stabilimento: troppi operai tutti insieme in una città operaia e socialista, apertamente ostile al fascismo). Martini e Mossola furono fra quelli prescelti, il secondo in particolare era anche dirigente de l’Unità e il Grido di Spartaco.

La linea tattica era di raccogliere attorno al Partito quella parte di operai di simpatie comuniste o socialiste e mobilitarli sia nella raccolta di elementi di inchiesta per fornire al Comitato le informazioni necessarie per dirigere la lotta, sia di promuovere la propaganda del Partito in modo clandestino, giovandosi dei rapporti consolidati in anni di lavoro in una fabbrica militarizzata e di rapporti solidali nei quartieri popolari. Attraverso questo lavoro capillare, che dalla FIAT in breve si ramificò in altre aziende torinesi e piemontesi, militanti dell’ultima ora e antifascisti di lungo corso impararono a diventare dirigenti della lotta antifascista, dirigenti operai, dirigenti comunisti.

Proprio dalla relazione fra dirigenti clandestini del partito e quadri che operavano nelle fabbriche fu messa a punto la linea per avviare e poi estendere la mobilitazione della classe operaia: non scioperi “fuori dai cancelli”, ma scioperi che sarebbero iniziati dentro i reparti (riprendendo le modalità di quelli spontanei del ’42) e poi dentro l’azienda una volta che si fossero estesi: questo per consentire la partecipazione anche degli operai più timorosi e anche dei soldati impiegati in fabbrica (sottoposti alla legge militare, più dura della legislazione ordinaria e che prevedeva il Tribunale Speciale).

Un martellante lavoro di propaganda fatto clandestinamente: volantini, manifesti, giornali raggiungono settori più ampi di operai, a cui si aggiungono gli accordi verbali e i segni di intesa che girano di reparto in reparto. Il contenuto di tale propaganda è semplice, ma il Partito ha dedicato le sue forze migliori per elaborarlo: rivendicazioni salariali (le famose 192 ore pagate a tutti e non solo agli sfollati), liquidità del salario (anziché assegni), riduzione dell’orario, fine della guerra, rottura dell’alleanza con la Germania nazista e avvio di trattative di pace con alleati e URSS, la fine del fascismo. La sintesi è lo slogan Pane, Pace e Libertà.

Puntando a “sfondare” alla FIAT Mirafiori, dove potenzialmente avrebbe accolto più favore, il PCI ha visto lungo e in breve il prestigio suo, dei suoi dirigenti, dei suoi operai in produzione si ramifica nelle principali aziende piemontesi. Il segnale per l’inizio dello sciopero alla FIAT era la sirena di prova di allarme antiaereo delle 10. Il giorno era il 5 marzo. Quel giorno quella sirena non suonò, ma la classe operaia torinese si mise ugualmente alla testa della marcia per il Pane, la Pace e la Libertà che fu la spina dorsale della Resistenza, il punto più alto raggiunto dalla classe operaia nella sua lotta per il potere.

Gli scioperi dilagano. Il 5 marzo la sirena non suona alla FIAT di Torino, ma il nucleo di operai più stretti attorno alla cellula clandestina del Partito lascia le postazioni e gira di reparto in reparto: sciopero. Partito con il piede sbagliato (la FIAT sapeva che la sirena era il segnale e di proposito non l’ha fatta suonare), il primo sciopero non riscuote l’adesione prevista e possibile, ma è secondario: la miccia è accesa.

Fin dal 5 di marzo e per tutto il mese la mobilitazione si propaga prima fra le fabbriche torinesi e poi in tutto il Piemonte, fra marzo e aprile dilaga in tutto il nord Italia, da Milano a Genova, dall’Emilia al Veneto. Al di fuori da ogni logica sindacale (i sindacati erano tutti strutture del regime), con un’adesione vicina al 100%, con una straordinaria partecipazione delle donne, la mobilitazione travolge il regime e alimenta la diffusa insofferenza nei confronti del fascismo e la ribellione alle condizioni infami in cui costringe le masse popolari.

Inizialmente, fronteggiare la mobilitazione fu abbastanza difficile per l’OVRA. Il regime di terrore instaurato nei 20 anni precedenti non era più sufficiente ad arginare l’avversione aperta delle masse popolari e anche all’interno degli organi repressivi fu evidente che il clima era cambiato:

“E nel quadro c’è, non meno, la crisi dell’apparato poliziesco, dell’Ovra, della divisione politica della Pubblica Sicurezza. Vi sono rivalità, diffidenze reciproche tra questo e quel servizio, e qualcosa di molto più importante che uno dei capi della polizia, il Leto, rammenterà come determinante: lo stato generale di ‘disobbedienza civile’ del paese che rende estremamente difficile l’opera di intimidazione, di vigilanza e di repressione della polizia: come era possibile usare la maniera forte quando tutto crollava intorno?” (P.Spriano, Storia del PCI – Einaudi).

Quando polizia e carabinieri intervengono, trovano di fronte operai e operaie che non indietreggiano, che si battono per sottrarre dall’arresto i propri compagni e ottengono la liberazione dei fermati. La repressione arrivava di notte: arresti, sequestri, pestaggi e torture, ma ormai anche in altre città del paese e nelle campagne iniziarono proteste e manifestazioni contro il fascismo.

“Dalle segnalazioni dei carabinieri: alle ore 10 le maestranze incrociano le braccia. Alcuni operai sono uditi reclamare la pace separata e la fine della guerra. Altri, come già avevano fatto nella notte, intonano Bandiera rossa, mentre c’è chi si incarica di usare violenza ai colleghi che vogliono persuadere alla ripresa del lavoro. Energica l’azione delle donne che, dopo avere incitato i compagni alla sospensione del lavoro, passano furiosamente a vie di fatto contro i pochi elementi contrari che tentano di far fallire lo sciopero. L’operaia Olga Baravallo viene udita esclamare che ‘smettendo gli operai di lavorare la produzione sarebbe diminuita e cosi si sarebbe anticipata la fine della guerra’. L’operaio Giai Miniet, dopo l’intervento del senatore Agnelli che promette 600 lire a ogni dipendente purché si ponga termine allo sciopero, esclama: ‘Adesso che abbiamo risolto la questione economica dobbiamo risolvere quella politica’. Un altro operaio, Secondo Annibale, arringa le maestranze e scagliando invettive contro il regime e il suo duce spiega come lo sciopero ‘comprometta e abbrevi la guerra determinando la rottura con la Germania’. Altri operai esclamano che avrebbero rinunciato alle somme promesse purché fosse loro concesso di continuare a cantare Bandiera rossa e la stessa cosa ripetono ai poliziotti alcune donne. Interviene la polizia e procede agli arresti del Miniet e di quattordici suoi compagni che tengono un contegno fierissimo: taluno di essi non si trattiene dall’oltraggiare i funzionari. Mentre la forza pubblica svolge azione persuasiva per fare riprendere il lavoro, molti degli operai si adoperano per convincere i compagni a persistere nell’agitazione. (…)

Quando quel mattino dell’8 marzo – ha raccontato un operaio della Microtecnica, Luciano Rossi – venne Riolfo a riconfermarmi che alle 10 bisognava smettere, sentii il peso di tutta l’organizzazione. Tutti gli operai, come per incanto, sapevano cosa stava per succedere. Le macchine sembravano girare a vuoto. Il loro rumore pareva un esercito in marcia. Alle 10 chiusi il cassetto e mi diressi verso il pianterreno. Dietro di me il silenzio. Tutti avevano fermato e nessuno parlava. Chiudevano silenziosamente i cassetti dei ferri e si avviavano all’appuntamento. Il capo reparto della manutenzione, Galvagno, fece il comizio contro la guerra. Tra gli assenti alcuni esonerati che per fifa si erano nascosti nei cessi, ma non un, crumiro” (P.Spriano, Storia del PCI – Einaudi).

L’inizio della fine per il regime fascista. La grande borghesia italiana, così come i circoli imperialisti americani e inglesi, comprendevano perfettamente il pericolo rappresentato dalla mobilitazione della classe operaia diretta dai comunisti che innalzava nel paese la bandiera rossa dell’unità e della liberazione nazionale. La prima accelerò dunque il processo di liquidazione del regime fascista, avviando il paese verso una resa senza condizioni; i secondi decisero di aprire il secondo fronte di guerra in Sicilia e di condurre le operazioni con metodi terroristici per prostrare il paese nel tentativo di fiaccare e intimidire la classe operaia e il resto delle masse popolari.

La rete clandestina del Partito si era rafforzata ed estesa, il legame fra il Partito comunista e la classe operaia si era elevato e sviluppato e, attraverso gli operai, il prestigio del Partito crebbe a dismisura nel resto delle masse popolari. Furono questi scioperi che diffusero nel paese un clima di aperta ostilità al regime creando il terreno per lo sviluppo della lotta partigiana dopo l’8 Settembre, sia nelle città che nelle montagne.

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