Sono le masse popolari che fanno la storia. A sentire i media di regime, in particolare in questo periodo, sembra che il corso delle cose nel nostro paese e nel resto del mondo, l’indirizzo e l’azione delle istituzioni e delle autorità, le fortune e le sventure di un partito dipendano dalle decisioni e dai voleri di alcuni personaggi, dalle loro caratteristiche personali, convinzioni e capacità.

L’azione dell’UE dipenderebbe da cosa vogliono e decidono la Merkel o Draghi. A decidere della politica interna ed estera degli USA sarebbe Obama. L’azione del governo della Repubblica Pontifica dipenderebbe da Renzi. E’ un mix di concezione idealista della storia, di propaganda di guerra e di diversione dalla lotta di classe che, nella sua versione “di sinistra”, ha seguito anche nel nostro campo: chi sostiene che i problemi della sinistra italiana sono dovuti alla mancanza di un leader come Tsipras, chi rimpiange le capacità e il carisma di Berlinguer, chi invoca Landini o Cofferati come capo di un “nuovo soggetto politico”.

Il fattore risolutivo della crisi del capitalismo non sono le decisioni, i voleri, le caratteristiche dei grandi leader, ma l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari, in primo luogo della classe operaia: solo le masse popolari possono porre fine alla crisi del capitalismo, sono le masse popolari che fanno la loro storia.

Con il termine “masse popolari” indichiamo il campo di coloro che in questa società non appartengono al campo della borghesia imperialista, cioè a quella parte ristretta della popolazione che vive solo speculando sul lavoro altrui e solo in funzione della valorizzazione del suo capitale. Nelle masse popolari rientrano classi sociali anche molto diverse fra loro (ad esempio liberi professionisti e operai), ma tutte hanno in comune che le rispettive sorti sono opposte alle sorti della classe dominante.

Per due motivi. Il primo motivo è che sono loro la forza materiale che fa funzionare la società, fa “girare il mondo”, produce beni e servizi. Le classi dominanti non riescono a governare se non hanno un certo grado di collaborazione (o, come minimo, la rassegnazione) di una parte significativa delle masse. L’ostilità, la disobbedienza e la ribellione delle masse popolari all’ordine della classe dominante paralizzano la società fino a renderla ingovernabile (e minacce e repressione servono a poco o a niente). Allo stesso modo sono le masse popolari ad avere in mano la possibilità di costruire una società nuova, conforme ai loro interessi.

Il secondo motivo è che la borghesia ha come unico interesse la valorizzazione (aumento) del capitale, in nome del quale non esita a gettare nella miseria miliardi di persone, a chiudere aziende e delocalizzare, a smantellare diritti e tutele (lo stato sociale, il sistema sanitario, il sistema educativo) per farne campi da cui cavare profitti (privatizzazioni, speculazioni), a devastare, inquinare e saccheggiare l’ambiente. In nome di questo è spinta, e sempre più lo sarà, a mettere a ferro e fuoco il mondo intero come ha già fatto di fronte alla prima crisi generale del capitalismo con la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Le masse popolari invece hanno come interesse principale (e collettivo) che la società prosegua nel solco del suo sviluppo e del progresso, di cui già oggi esistono le condizioni. E’ nell’interesse delle masse popolari che la decisione di cosa, come e quanto produrre sia presa su basi democratiche e trasparenti, secondo criteri che mettano al centro gli interessi della collettività, che i beni e servizi prodotti siano distribuiti in modo da garantire e migliorare le condizioni di vita. E’ nel loro interesse che sia reso libero e universale l’accesso al patrimonio scientifico, tecnologico, culturale e artistico, è nel loro interesse che sia libero e universale l’accesso alle cure mediche, all’istruzione, all’acqua, alle reti di servizio, alle condizioni per una vita dignitosa al massimo livello di civiltà oggi raggiunto.

Tra le masse popolari, la classe operaia ha un ruolo speciale. Siamo stati tutti, chi più e chi meno, bombardati dalle tesi (degli esponenti della sinistra borghese e di chi è influenzato dalla sua concezione) variamente condite sulla “scomparsa della classe operaia”. Dopo la mobilitazione partita nel 2010 dagli operai della FIAT di Pomigliano contro il piano Marchionne, questa tesi è stata riciclata sotto una forma diversa, sintetizzata in modo esemplare da Bernocchi all’assemblea tenutasi alla Sapienza prima dello sciopero sociale e dello sciopero FIOM del centro nord del 14.11.14: “Non è più il tempo di credere che un settore sociale (la classe operaia) sia in grado di guidare gli altri settori sociali. Questo accadeva nel secolo scorso. Ora con la precarizzazione del mondo produttivo, la fine del CCNL, l’eliminazione dell’art. 18, ecc., i settori sociali sono tutti a un livello paritario. La classe operaia è stata disintegrata, fatta in mille pezzi!”. Nella stessa assemblea, Landini gli ha dato una risposta di buon senso parlando del dopoguerra e citando il caporalato nelle campagne per dire che la situazione odierna non è molto diversa da altre fasi attraversate nel passato.

Il ruolo centrale della classe operaia nella trasformazione della società non è dovuto alle condizioni contrattuali degli operai, ma nasce da una condizione oggettiva: gli operai sono i lavoratori impiegati direttamente nella produzione di plusvalore, quindi solo quando smette di esistere la classe operaia produttrice di plusvalore cessa anche la società borghese, cioè la società che ha come cellula costitutiva l’azienda creata e gestita dal capitalista per valorizzare il proprio capitale.

Due conferme, dal punto di vista dei capitalisti, del ruolo della classe operaia

All’AST di Terni si è tenuto a dicembre il referendum sull’ipotesi di accordo raggiunto tra direzione dell’azienda, governo e organizzazioni sindacali: in sostanza l’azienda si impegna a mantenere in attività lo stabilimento per i prossimi quattro anni a patto che il costo del lavoro venga ridotto. Eppure il costo del lavoro incide per il 7% sul totale dei costi di produzione, quindi perché “accanirsi” a ridurlo? Perché, a parità di altre condizioni, minore è il salario percepito dal lavoratore, maggiore è il profitto del capitalista.

Il Job’s Act è legge e in alcune fabbriche hanno iniziato ad arrivare lettere di “avvertimento”. Sicuramente il Jobs Act apre all’eliminazione di diritti, ma prima e sopra di tutto mira a dare mano libera ai padroni per colpire, minacciare, liberarsi degli operai combattivi.

A questa condizione oggettiva ne è connessa una soggettiva: la classe operaia è la classe che impara dalla sua esperienza di oggi aspetti essenziali della società di domani (organizzazione, azione collettiva, carattere collettivo delle forze produttive, ecc.). Quindi è la classe capace di assimilare più facilmente la concezione comunista del mondo e di farne lo strumento della sua lotta per emancipare se stessa e il resto delle masse popolari.

La sintesi tra la condizione oggettiva e quella soggettiva è che gli operai diventano una forza politica solo se sono aggregati attorno al partito comunista.

La battaglie si possono perdere, l’importante è che insegnino a vincere. Le mobilitazioni dell’autunno scorso, iniziate dagli operai contro l’abolizione dell’articolo 18 e il Job’s Act, hanno raccolto e coagulato le mobilitazioni popolari contro gli effetti della crisi e contro il governo Renzi-Berlusconi. “Quelle mobilitazioni non hanno vinto, il Job’s Act è passato” dicono alcuni. Ma è riduttivo (e sbagliato) concepire le mobilitazioni della classe operaia solo come mobilitazioni rivendicative (per chiedere qualcosa al governo o per impedire che una legge entri in vigore). Le lotte rivendicative rispondono agli interessi immediati degli operai e non includono i loro interessi storici e strategici. La lotta della classe operaia è lotta per il potere, per la direzione della società. Le lotte rivendicative sono il campo pratico attraverso cui gli operai imparano a prendere coscienza della loro forza e delle loro possibilità, in cui imparano a condurre la lotta di classe.

Il Job’s Act è legge e di fronte a questa (momentanea) vittoria del governo Renzi-Berlusconi e del padronato gli esponenti più in vista della sinistra sindacale si leccano le ferite prefigurando scenari foschi e denunciando che ora sarà più evidente la “vera natura” del governo e i suoi “veri piani”. Gli scenari foschi ci saranno (chi può negarlo?), ma più forti degli scenari foschi sono la forza e la capacità della classe operaia che, tanto per fare un esempio, ha scioperato e combattuto anche sotto il fascismo e ha vinto in una situazione ben peggiore. Solo per chi concepisce le lotte rivendicative come un fine e non come un mezzo la denuncia dei “veri piani e della vera natura” del governo Renzi-Berlusconi è il massimo della ribellione, oggi che il Job’s Act è legge. Come la classe operaia è stata la spina dorsale delle mobilitazioni d’autunno (4 mesi fa), lo può essere oggi e lo sarà tanto più e tanto prima se di quelle mobilitazioni ne fa un bilancio e tira le dovute sintesi. Il Job’s Act è legge e la lotta non è principalmente contro il Job’s Act, ma è lotta per cacciare il governo dei vertici della Repubblica Pontificia e per imporre un governo di emergenza popolare. Le lotte rivendicative sono importanti strumenti, sono battaglie, il cui esito va visto in prospettiva, in relazione all’obiettivo politico.

La soluzione alla crisi è un obiettivo politico. Ciclicamente istituzioni e autorità di vario livello annunciano di aver trovato la soluzione per uscire dalla crisi. C’è stata la fase dell’austerità, promossa dai vertici della UE e presentata come l’insieme dei sacrifici duri ma necessari per superare la crisi e che ha ridotto le masse popolari della Grecia alla miseria. Si è aggiunta a essa (che non è bastata, evidentemente) la “ricetta Junker” (rigore, riforme, investimenti mirati), mentre Obama annuncia che gli USA hanno sconfitto la recessione e che per loro (per i capitalisti) si è aperta la via della crescita. Mario Draghi, il capo della BCE, il 22 gennaio presenta il “suo” piano, il quantitative easing, l’acquisto programmato di titoli di stato emessi da istituzioni e agenzie europee per 60 miliardi al mese (cioè la BCE comprerà i titoli del debito pubblico e i titoli privati dei paesi della UE). Puntualmente ognuna di quelle decisioni si rivela per quello che è: nei confronti delle masse popolari è diversione, intossicazione, propaganda di guerra (conl’obiettivo di distoglierle dalla lotta di classe); per i gruppi della borghesia imperialista sono manovre della guerra economica e finanziaria attraverso cui ognuno di loro cerca di scaricare il peso della crisi sui (di fare le scarpe ai) gruppi concorrenti.

Che la soluzione alla crisi non possa arrivare da nessuna delle manovre della classe dominante è nella natura delle cose: la borghesia imperialista concepisce e può concepire come soluzioni possibili solo quelle che mettono al centro gli interessi suoi, ma gli interessi suoi sono ormai incompatibili con la vita “normale” e il progresso della società; non solo ne sono ostacolo e catena, ma sono causa dello sconvolgimento in corso.

Ognuna delle soluzioni annunciate dalle classi dominanti si basa su misure e manovre finanziarie, escamotage contabili, in definitiva sull’aumento della quantità di denaro in circolazione. La questione, però, è che di denaro in circolazione ce n’è già talmente tanto che i capitalisti non riescono a valorizzarlo tutto. La quantità di denaro, mai tanto alta nella storia, non è la soluzione alla crisi, ma una sua causa.

Il prossimo Presidente della Repubblica Pontificia sarà scelto sulla base della sua statura morale, dei valori che esprime, delle sue capacità, delle garanzie di essere “super partes”. Questo lo sostengono solo gli illusi e chi è in cattiva fede.

Mentre chiudiamo questo numero di Resistenza sono iniziate le votazioni e non sappiamo né quanto andranno avanti né quale sarà l’esito.

Sappiamo cosa c’è in ballo, perché dietro il battage sulle questioni morali, sulla statura politica dell’individuo, avanza la crisi politica della Repubblica Pontificia. Sullo sfondo dell’elezione del Presidente ci sta lo scontro fra i gruppi e le fazioni filo USA e i gruppi e le fazioni filo UE nell’ambito dei vertici della Repubblica Pontificia, uno scontro di livello internazionale che ha anche in Italia il suo campo di battaglia, in relazione alla natura dell’assetto politico del nostro paese dal dopoguerra ad oggi (in cui gli imperialisti USA, insieme al Vaticano e alle Organizzazioni Criminali, hanno ruolo di protagonisti).

Ci sta lo scontro interno al PD fra i gruppi attorno a Matteo Renzi (più legati agli imperialisti USA) e i “notabili” di lungo corso, coloro che hanno preso in mano la parte consistente del patrimonio del vecchio PCI (e una parte del patrimonio disperso nella diaspora della DC) e che l’hanno amministrata in nome del Partito e per conto loro, degli amici e degli amici degli amici (tale ramificazione ha oggi il suo punto di forza, ancora, nell’ambito degli Enti locali, si spiega inquadrando la cosa in questo modo anche la canea attorno alle primarie per le regionali in Liguria).

Ci sta la decisione di che fine deve fare Berlusconi (di cui i vertici della Repubblica Pontificia non sono riusciti a liberarsi, non solo: con Renzi hanno fatto rientrare dalla finestra ciò che con Monti pensavano di aver messo fuori dalla porta) e con tale decisione (dato che il principale tramite è lui) ci sta anche il nuovo corso delle relazioni e dei rapporti con le Organizzazioni Criminali.

E sappiamo che, indipendentemente dal nome su cui convergeranno i grandi elettori, “essere ai vertici della Repubblica Pontificia significa essere persone che sono al vertice di uno Stato che getta nella disperazione, nell’emarginazione e nella miseria una parte crescente delle masse popolari e che nello stesso tempo sono abili a riempirsi la bocca di dichiarazioni ed esortazioni al “bene comune”: come se esistessero un bene comune e un futuro comune per Marchionne e l’operaio della FIAT!” (dal comunicato del (n)PCI n. 26, 21.07.2012).

Tiriamo una sintesi. Gli interessi delle classi dominanti e quelli delle masse sono inconciliabili e antagonisti. Per affermare i primi, occorrerebbe arrestare il corso della storia. Per affermare i secondi occorre liberarsi dagli impedimenti e dalle strozzature che impediscono lo sviluppo della storia. Solo le masse popolari organizzate, applicando le leggi della trasformazione del mondo (che possono scoprire, ma non inventare), possono farla finita con il capitalismo e costruire l’alternativa, il socialismo.

Il principale punto di forza della borghesia imperialista è la debolezza del movimento comunista. L’egemonia della borghesia, la sua capacità di conquistare il sostegno attivo delle masse popolari o almeno un certo grado di collaborazione è in caduta libera. Non ha una soluzione per la crisi e anzi le sue soluzioni perpetuano la crisi e ne aggravano gli effetti, aumentano miseria e disperazione fra le masse popolari e portano alla guerra. Il principale punto di forza del movimento comunista è la sua capacità di comprendere le condizioni concrete in cui si sviluppa la lotta di classe e la sua capacità di condurre, a quelle condizioni concrete, le campagne, le battaglie e le operazioni tattiche necessarie ad accumulare forze e a costruire il nuovo potere popolare che si contrappone al potere delle attuali classi dominanti fino a sopravanzarlo ed eliminarlo. La debolezza del movimento comunista è la combinazione delle idee e delle concezioni sbagliate sedimentate da decenni di revisionismo moderno che ne hanno preso la direzione e lo hanno orientato (nel nostro paese incarnate nel vecchio PCI) e dell’azione che ne consegue. La carovana del (n)PCI si è costituita attorno al bilancio dell’esperienza del movimento comunista internazionale e italiano e ha elaborato una strategia e una tattica, un piano d’azione e una linea che tengono conto di tutti gli aspetti della situazione e nell’ambito del quale ogni singola iniziativa acquista un ruolo nella costruzione del socialismo. E’ la linea di mobilitare le masse popolari organizzate a costruire un loro governo di emergenza popolare come mezzo per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista in Italia e in una situazione in cui:

– la crisi generale del capitalismo è entrata nella sua fase acuta e irreversibile e ha in ogni campo effetti distruttivi, mette in discussione la sopravvivenza di un numero crescente di lavoratori e delle loro famiglie;

– il movimento comunista non si è ancora risollevato dalla sconfitta del primo assalto al cielo che ha lanciato, per cui “fare la rivoluzione socialista qui e ora”, porre come obiettivo immediato l’instaurazione del socialismo sarebbe una sparata velleitaria;

– ereditiamo dalla storia passata un gran numero di dirigenti della sinistra sindacale, di sinceri democratici della società civile, di esponenti della sinistra borghese che godono di stima, fiducia e autorevolezza tra le masse popolari e che sono preoccupati del corso delle cose, cercano delle soluzioni e vanno messe a contribuzione.

In questo contesto e in queste condizioni, il Governo di Blocco Popolare è quell’obiettivo realistico, positivo e costruttivo con cui le masse popolari possono fare fronte da subito agli effetti peggiori della crisi e, nel contempo, è la principale esperienza attraverso cui imparano ad essere (a diventare) classe dirigente della società.

Il ruolo dell’individuo nella storia e nella società

Lenin nel 1921, dovendo indicare le opere necessarie per la formazione dei dirigenti del Partito comunista, scrisse che gli scritti filosofici di Plekhanov dovevano figurare nella biblioteca di ogni comunista colto, benché Plekhanov (1856-1918) facesse parte di quei grandi dirigenti del movimento comunista, di quei personaggi che hanno svolto un ruolo di primo piano per il suo sviluppo, ma che infine hanno tradito e hanno finito per collaborare con la reazione.

Ecco come Plekhanov illustrava il ruolo storico e sociale dell’individuo nello scritto La funzione della personalità nella storia.

“Il grande uomo è grande non perché grazie alle sue particolarità personali conferisce una sua fisionomia individuale agli eventi storici, ma perché è dotato di particolarità che fanno di lui l’individuo più capace di servire le grandi necessità sociali della sua epoca, sorte sotto l’influenza di cause generali e particolari [lo sviluppo delle forze produttive, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, i rapporti sociali che il sistema capitalista ha creato, ndr]. Carlyle, nella sua nota opera sugli eroi, chiama i grandi uomini iniziatori (beginners). È un termine molto adatto. Un grande uomo è appunto un iniziatore, giacché vede più lontano degli altri e desidera più fortemente degli altri. Egli risolve i problemi scientifici sollevati dal corso anteriore dello sviluppo intellettuale della società. Indica le nuove necessità sociali create dallo sviluppo anteriore dei rapporti sociali. Si assume l’iniziativa di soddisfare queste necessità. È un eroe. Un eroe non nel senso che può arrestare o cambiare il corso naturale delle cose, ma nel senso che la sua attività è un’espressione cosciente e libera di questo corso necessario e inconsapevole. Sta in ciò tutta la sua importanza e tutta la sua forza (…)

Nessun grande uomo può imporre alla società rapporti sociali che non corrispondono più allo stato di queste forze [produttive, ndr] o che non gli corrispondono ancora. In questo senso egli non può veramente fare la storia. In tal caso sarebbe inutile che si mettesse a spostare la lancetta dell’orologio: non avrebbe accelerato con ciò il corso del tempo né lo avrebbe fatto andare indietro (…)

La modificazione più o meno lenta delle “condizioni economiche” pone periodicamente la società di fronte alla necessità di trasformare più o meno rapidamente le proprie istituzioni. Questa trasformazione non si produce mai “spontaneamente”, esige sempre l’intervento degli uomini di fronte a cui sorgono in tal modo grandi problemi sociali. Grandi uomini si chiamano appunto coloro che più degli altri contribuiscono alla soluzione di questi problemi”.

 

carc

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