I successi di Syriza raccolgono anche nel nostro paese aspettative, speranze e ambizioni di quanti puntano all’unità della sinistra. “In Grecia l’hanno fatto, possiamo farlo anche da noi!” e infatti una spedizione di osservatori italiani (la Brigata Kalimera) è andata in Grecia a “studiare il fenomeno” per conto di un raggruppamento che raccoglie il fior fiore della sinistra borghese nostrana da Bertinotti ad Agnoletto, passando da SEL e FIOM.

Sull’unità della sinistra è stato scritto e detto tanto, tutto e il contrario di tutto. Noi trattiamo qui due aspetti, uno che ha molto a che vedere con l’esperienza della Grecia e di Syriza e uno che ha che vedere con le esperienze passate.
Quello che insegna Syriza e l’esperienza della Grecia è che l’unità della sinistra non passa per la costruzione (tentativi ripetuti infinite volte, falliti tutti) di cartelli elettorali. Ciò che la sinistra borghese non ha capito, fra le altre cose, è che invocare l’unità come tentativo di dare slancio a liste, alleanze, fronti elettorali non solo non serve, ma ottiene il risultato opposto.

In un contesto in cui è la stessa classe dominante a imporre progressivamente lo svuotamento di valore e (anche parvenza di) significato delle forme della democrazia borghese, i riti del teatrino della politica borghese (aperta e reiterata violazione della Costituzione, violazione dell’esito dei referendum, legislazione che ostacola, se non riesce a impedire del tutto, la partecipazione autonoma delle masse popolari e l’espressione della volontà popolare: soglie di sbarramento, premi di maggioranza, ecc.), continuare a indicare il campo elettorale e l’internità alle istituzioni della Repubblica Pontificia come panacea di tutti i mali (fra cui, appunto, la disgregazione della sinistra) equivale a un lento suicidio, funerale ed epitaffio compresi. Neppure la parabola del M5S insegna a questi fautori a tutti i costi delle alleanze elettorali che neanche raccogliere più del 25% dei consensi (ben lungi da ciò che riescono a raccogliere loro) li mette al riparo dalla disgregazione e dalla frammentazione se a guidarli è la medesima concezione che li ha portati a scomparire, dal Parlamento e dalle piazze, dalle aziende e dai quartieri.
Non è dato sapere se la spedizione di osservatori abbia ben osservato, ma Syriza non ha conquistato il plebiscito facendo promesse (certo, anche quelle sono una componente), mandando nei salotti buoni i suoi candidati, rassicurando a parole e nei fatti padroni e banchieri… il suo consenso lo ha costruito perché prima di tutto era nelle piazze, è stata la forza che nel suo complesso (è una coalizione di varie anime e tendenze) non solo ha sostenuto le sollevazioni delle masse popolari (fin dai tempi delle rivolte contro l’omicidio di Alexis a fine 2008), ma ha promosso l’organizzazione e la mobilitazione contro gli effetti della crisi: reti di solidarietà, reti di autorganizzazione per garantire il diritto alla salute, mense, autogestione di aziende e autorganizzazione del lavoro, resistenza alla repressione e solidarietà contro le brutalità poliziesche (altro che le delazioni post 15 ottobre 2011 a Roma o post corteo antifascista a Cremona del 24 gennaio scorso). Così, in combinazione con il degrado della situazione politica greca e con le aggressioni della Troika, Syriza è diventata la sinistra plurale a cui i becchini del PRC e affini guardano con tanto ardore. L’avranno osservato?

Quello che insegnano le esperienze del passato è che l’unità della sinistra non è possibile senza che il movimento comunista ne sia il centro di gravità. Il picco di forza della sinistra borghese è stato quando in Italia e nel mondo il movimento comunista godeva ancora della spinta della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale. Il progressivo arretramento del movimento comunista e l’apparente forza della sinistra borghese hanno spinto quest’ultima a sognare una sinistra senza comunisti. Ma la sinistra borghese non ha una propria autonomia ideologica: o è orientata dal movimento comunista o è orientata dalla destra borghese. La fase terminale di questo sogno di sinistra senza comunisti è stato il progressivo spostamento a destra dei partiti della sinistra borghese, che si sono estinti. I grandi timonieri di questo naufragio girano l’Europa (ma hanno girato anche il mondo: ricordate la sbornia di Porto Alegre e dei Social Forum?) in cerca di ispirazione.
Detto ciò: l’unità della sinistra ha senso solo nella misura in cui mette al centro la mobilitazione per applicare le misure necessarie a fare fronte agli effetti della crisi (e in questo Syriza insegna), solo se alimenta il percorso di costruzione della nuova governabilità del paese (e per questo serve l’orientamento del movimento comunista e il protagonismo delle masse popolari).

La questione dell’unità dei comunisti non è la stessa cosa dell’unità della sinistra. Il fatto che questa questione venga banalizzata al livello dell’unità in senso matematico e numerico, “per riuscire ad avere i numeri per contare in parlamento”, è l’eredità della deviazione elettoralista che i revisionisti hanno eretto a linea del movimento comunista nei paesi imperialisti (la “via parlamentare al socialismo”). Questa deviazione, a sua volta, è frutto della rinuncia a costruire la rivoluzione che ha trasformato le masse popolari da artefici della rivoluzione socialista a bacino elettorale.
L’unità dei comunisti la si realizza nel partito comunista e l’unità del partito comunista non si costruisce elaborando programmi, cercando i “minimi comuni denominatori” o costruendo piattaforme rivendicative:, l’unità del partito comunista si fonda sulla strategia e quindi sulla concezione del mondo che lo guida, non sulla tattica. Questa è la strada per costruire l’unità dei comunisti, sia a livello internazionale che nei singoli paesi.
Per fare questo è necessario partire dal bilancio dell’esperienza del vecchio movimento comunista, per capire il contesto in cui operiamo oggi e la strategia da mettere in campo. Sono quattro i temi su cui è necessario confrontarsi:
il bilancio dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e dei primi paesi socialisti, per capire il perché della mancata rivoluzione nei paesi imperialisti, dei conseguenti passi indietro del movimento comunista e del prevalere dei revisionisti;

la natura della crisi in cui siamo immersi, cioè la teoria della crisi generale del capitalismo nell’epoca imperialista e della connessa situazione rivoluzionaria in sviluppo;

la natura e le caratteristiche del regime di controrivoluzione preventiva che caratterizzava i paesi imperialisti e che ora è in via di disfacimento sotto i colpi della crisi (ne abbiamo trattato nel numero scorso di Resistenza);

la strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata come strategia universale della rivoluzione proletaria, che in ogni paese si applica secondo leggi particolari.

A questo proposito invitiamo tutti quelli che sono sinceramente per l’unità dei comunisti a cimentarsi nello studio e nel dibattito dei Quattro temi principali da discutere nel Movimento Comunista Internazionale redatti dai compagni del (n)PCI e reperibili sul sito www.nuovopci.it. La costruzione dell’unità dei comunisti è di una qualità diversa, superiore rispetto alla creazione dell’unità della sinistra, ovvero delle ampie alleanze che si possono formare per rispondere a esigenze immediate, tattiche. L’unità dei comunisti è una questione strategica, è la costruzione di quell’avanguardia che, come già indicavano Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista del 1848, “ha una comprensione più avanzata delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe e su questa base la spinge sempre in avanti”.

carc

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*