Siamo andati a Terni a sostenere la lotta degli operai dell’AST contro la chiusura e portare la parola d’ordine “organizzarsi e coordinarsi per un governo di emergenza popolare! No alla morte lenta azienda per azienda, sì a un lavoro utile e dignitoso per tutti”. Vari operai ci hanno accolti con un “finalmente dei volantini con la falce e martello”: a loro e agli altri operai avanzati dedichiamo questo articolo. Quella dell’AST è una battaglia all’interno di una guerra. Il futuro dell’AST è legato al futuro di tutto il paese ed entrambi sono nelle mani degli operai avanzati e “con la falce e martello nel cuore” che si organizzano per cambiare il paese come serve alle masse popolari, che “occupano l’azienda ed escono dall’azienda”.

Negli ultimi mesi del 2014 gli operai della AST – Acciai Speciali Terni (Thyssen Krupp) hanno condotto una lotta esemplare per combattività ma anche per gli insegnamenti che dà a chi vuole guardare in faccia la realtà e affrontarla.
La Thyssen, la società del rogo di Torino in cui nel 2007 morirono sette operai, aveva impostato un programma sostanzialmente di chiusura a medio termine dello stabilimento di Terni. Gli operai hanno fatto uno sciopero a oltranza di oltre 35 giorni, hanno sequestrato per ore l’amministratore delegato dell’azienda, dato fuoco alle portinerie, occupato l’autostrada, manifestato a Terni e a Roma. Ai primi di dicembre i sindacati che avevano voce in capitolo nella vertenza (FIOM, FILM, UILM, UGL) hanno chiuso con un accordo presso il MISE (Ministero per lo Sviluppo Economico… o Ministero per lo Smantellamento dell’Economia?). Nell’accordo la direzione dell’azienda si impegna a tenere in vita le lavorazioni a caldo e a freddo per i prossimi 4 anni, ma con un programma di riduzione (più o meno incentivato, volontario, ecc.) di personale tra dipendenti a tempo indeterminato, dipendenti precari e dipendenti delle aziende appaltatrici, con trasferimento da subito della parte commerciale, con investimenti ridotti, con varie voci di riduzioni salariali. Insomma, un programma di morte lenta: tra qualche mese, massimo un anno, saremo daccapo con un programma di chiusura o drastica riduzione. L’accordo (ovviamente: meglio poco che niente!) è stato approvato dalla maggioranza schiacciante in un referendum (16 dicembre 2014) molto partecipato (circa 80%) dai dipendenti AST (che il 16 dicembre erano però già ridotti a soli 2.389), ma disertato dai dipendenti delle aziende appaltatrici (parteciparono solo 173 dipendenti su circa 1.200: per loro l’accordo non prevede neanche misure tampone).

Ufficialmente per i sindacati la vertenza è risolta e si tratterebbe solo di far osservare all’azienda i termini stabiliti. Ma qual è la realtà?
La realtà è che la Thyssen vuole disfarsi dello stabilimento e procederà per la sua strada: questione di tempo e di tattica. L’accordo diluisce nel tempo e in qualche misura attenua gli effetti negativi sui lavoratori già dipendenti, creando però divisioni tra i lavoratori (dipendenti a tempo indeterminato, precari e apprendisti, dipendenti delle ditte appaltatrici, disoccupati e giovani in cerca di lavoro): cioè indebolisce i lavoratori di fronte al prossimo attacco. La giustificazione dei sindacati è la solita: meglio non si poteva avere, non c’era alternativa.
L’alternativa invece, c’era. Paolo Brini, membro del Comitato Centrale della FIOM, ha indicato questa alternativa nell’occupazione reale della fabbrica per autogestirla. “Questo sviluppo- scrive- avrebbe avuto anche un significato politico ben preciso. Occupare la fabbrica avrebbe significato mettere in discussione la proprietà privata. Avrebbe cioè messo in discussione chi comanda in fabbrica e quindi avrebbe portato, su un piano generale, a mettere in discussione chi comanda nella società. Se i padroni o gli operai. Ma proprio questo è il senso vero anche di questa battaglia. Con l’attuale livello di crisi le contraddizioni sociali, politiche ed economiche sono tali che ad ogni vertenza il movimento operaio si trova davanti a un bivio. O si mettono in discussione le regole del gioco e quindi il mercato e la proprietà privata o si capitola alla volontà del padrone”.

Diciamola tutta: le regole del gioco non si tratta solo di metterle in discussione, si tratta di cambiarle. Il nocciolo della questione è che bisogna uscire dal piano sindacale! E’ la strada che la FIOM non ha ancora osato imboccare (neanche i sindacati alternativi e di base lo hanno fatto), con il risultato di indurre i lavoratori a restare sul piano sindacale. E questo non da quando Thyssen ha posto sul tavolo il piano di smantellamento della AST. Da quando è iniziata la crisi, è evidente che in tutte le aziende sui lavoratori incombono minacce di riduzione di posti di lavoro, di riduzione di salari, di peggioramento delle condizioni di lavoro, di chiusura o delocalizzazione. “Siamo in guerra!”, ha avvertito Marchionne. Vale anche per le aziende che al momento sembrano andare bene, anche per quelle che fanno affari a gonfie vele.
Per i capitalisti ogni azienda deve dare profitti, il mestiere dei capitalisti è far aumentare il capitale: un amministratore che non fa profitti, viene sostituito. Un capitale che non fa profitti, è uno spreco, una cosa contro natura. Da alcuni decenni nei paesi imperialisti il meccanismo dell’economia capitalista è ingolfato, la produzione di merci non procede al ritmo necessario per valorizzare tutto il capitale, alcuni capitali fanno affari altri no. Nei paesi oppressi e dipendenti, i capitalisti trovano contributi pubblici o favori d’altro genere concessi dalle autorità per i nuovi insediamenti, legislazione sanitaria e ambientale inesistente o comunque più permissiva, servizi pubblici inesistenti o scadenti, imposte e tasse minori o inesistenti, lavoratori più a buon mercato. I paesi oppressi e dipendenti sono diventati un terreno d’investimento con numerosi vantaggi per molti dei capitalisti che producono merci. Per di più il mercato finanziario si è gonfiato e offre occasioni allettanti di investimento. E’ ovvio che ogni azienda è a rischio. Ogni giorno ogni capitalista fa i suoi conti. Se non li fa lui, glieli fa il suo amministratore, il suo banchiere o il suo concorrente.
In questo clima, è impossibile salvarsi con i sistemi sindacali che bene o male nei paesi imperialisti hanno funzionato nei trent’ anni del capitalismo dal volto umano (1945-1975), quando la produzione di merci aumentava di anno in anno, il movimento comunista incuteva paura a ogni capitalista e anche i suoi consiglieri e i suoi preti lo incitavano a tener conto delle “responsabilità sociali” della classe dominante, gran parte dei paesi oppressi erano in piena rivoluzione.
L’AST dà la stessa lezione che dà la Piaggio, che dà la FIAT (ora FCA), che danno le fabbriche Finmeccanica, che dà la Lucchini, che danno tutte le aziende: oggi funzionano, domani non si sa. E’ la crisi del sistema capitalista.

Non c’è rimedio? Il rimedio c’è ma non è a livello delle vertenze sindacali. Non è neanche a livello della singola azienda. Ma si costruisce incominciando a lavorare a livello della singola azienda. Bisogna che gli operai avanzati in ogni azienda si organizzino, costituiscano un comitato che si occupi dell’azienda. Che cosa possiamo produrre noi di cui nel nostro paese c’è bisogno? Che cosa possiamo produrre noi che possiamo scambiare con altri paesi?
Gli operai che si porranno questi problemi troveranno risposte, troveranno aiuto in tecnici che hanno una conoscenza della situazione e la coscienza necessaria per metterla al servizio dei lavoratori, troveranno che le risposte sono efficaci solo se l’intera attività economica del paese è regolata secondo un piano, se risponde alle esigenze di beni e servizi della popolazione e degli scambi internazionali organizzati nel quadro di rapporti di collaborazione e solidarietà tra i popoli, troveranno che hanno bisogno di un governo che si proponga di governare il paese con questi criteri, troveranno che per formare un simile governo devono mobilitare anche il resto dei lavoratori. Troveranno quindi che devono uscire dall’azienda e che gli operai organizzati nell’azienda se si mettono in moto hanno autorevolezza sul resto della popolazione.

Le aziende non si salvano da sole una a una. L’azienda singola è in crisi perché la società intera è in crisi. Il capitalismo non è più un sistema di relazioni sociali adatto a far fronte alla società attuale. Questa è la lezione che viene anche dalla lotta dell’AST di Terni.

 

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