Rappresaglia. Il 27 gennaio il Tribunale di Torino ha comminato 47 condanne ad altrettanti attivisti del movimento NO TAV per gli scontri del giugno e luglio 2011 conseguenti allo sgombero del presidio della Maddalena e all’assedio del cantiere di Chiomonte, 140 anni di carcere complessivi, 140 mila euro di risarcimento danni ai Ministeri e ad alcuni poliziotti feriti, oltre che alla LTF, l’azienda che aveva in appalto i lavori. E’ una prova di forza sia nelle dinamiche proprie delle Autorità contro il movimento NO TAV (si susseguono i processi per danneggiamento, resistenza, lesioni, ma è caduta l’accusa di terrorismo contro Mattia, Nicolò, Chiara e Claudio con cui la Procura puntava a compiere un salto nella repressione), sia nelle dinamiche più generali della repressione delle Autorità contro i movimenti popolari (pene esemplari, misure cautelari spropositate, persecuzione, processi farsa… tutto l’armamentario per dimostrare che chi lotta paga e paga tanto).

Ordine pubblico, una questione politica. “La Procura intende criminalizzare il movimento NO TAV facendolo diventare un problema di ordine pubblico” dicono alcuni. E a ragione denunciano i tentativi di repressione, le intimidazioni, le rappresaglie, le condanne a dimostrazione di ciò. Ma che il movimento NO TAV diventi una questione di ordine pubblico generale è uno strumento per uscire dal “gioco delle parti” in cui lo vuole incanalare la Procura (buoni e cattivi, protesta distruttiva e protesta costruttiva, ecc.): il movimento NO TAV deve diventare una questione di ordine pubblico generale, cioè deve diventare lo strumento che contribuisce all’ingovernabilità del paese quanto lo ha già fatto fino a oggi e più di quanto lo abbia fatto fino a oggi. Quando lo scontro fra due campi contrapposti diventa aperto e acuto (è il caso del NO TAV come il caso di un gruppo di operai che si oppongono alla chiusura, di un gruppo di famiglie che si oppone allo sfratto o allo sgombero, ecc.) trasformare la battaglia specifica e circoscritta in una campagna politica (di ordine pubblico) alla lunga giova alle masse popolari.
Il prezzo che i movimenti pagano, in questo caso, sono le condanne, i risarcimenti, le misure cautelari o gli arresti passati in giudicato: si ripropone a un livello superiore come trasformare la rappresaglia in una questione di ordine pubblico generale.

Libertà d’espressione. Il 28 gennaio si è tenuto il processo a carico di Erri De Luca, accusato di aver “istigato” al sabotaggio dei cantieri del TAV. Il suo processo dà vari spunti di riflessione e anche alcuni insegnamenti.
In primo luogo è proprio lui che, intervistato, nega di aver istigato qualcuno; al contrario, dice, “sono io che sono stato istigato a prendere le parti di questa comunità compatta, che dura da una generazione, che ha le radici solide e il modo giusto di presentare le proprie ragioni”. E’ una posizione molto dialettica: il suo schieramento netto a fianco della lotta NO TAV è la dimostrazione di come una lotta giusta, determinata, efficace, cioè che si inserisce nel solco di quello che occorre a tutta la società per progredire, può trovare alleati anche nell’ambiente degli intellettuali, orientandoli e traendo forza e prestigio dalle loro posizioni.
La presa di posizione di intellettuali e artisti è una forza ausiliaria molto importante, che va incoraggiata e qualifica l’influenza e l’autorevolezza che il movimento popolare ha raggiunto.
In secondo luogo non può che far emergere il paragone fra il processo a suo carico e la campagna (di intossicazione) mondiale in difesa della libertà d’espressione che i caporioni della borghesia hanno promosso dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi (benchè sia lui stesso a respingere ogni paragone, ma tant’è…). Nel 2015 in Italia si processa uno scrittore per le sue parole. Le libertà che la borghesia sbandiera sono una commedia senza fondamento; nella fase imperialista la borghesia è diventata reazionaria, collusa e promotrice dei più turpi regimi terroristici o feudali (fascismo e nazismo nei paesi imperialisti, dittature militari o sistemi feudali nei paesi oppressi). Le libertà borghesi infatti, valgono fin tanto che non intaccano o ostacolano la suprema libertà che la borghesia reclama per sé: quella di sfruttare e devastare a seconda del suo bisogno di profitto.
La lotta NO TAV e le parole di Erri De Luca che a quella lotta danno appoggio e ulteriore forza e prestigio, mettono in discussione la libertà borghese di sfruttare e devastare e mettono in primo piano la libertà delle masse popolari, la legittimità della resistenza alla crisi e dell’attacco a un sistema ormai marcio e senza futuro, per costruire la prospettiva di un mondo nuovo.
A questo punto la borghesia non tollera più la sua libertà! Ma attenzione, questa borghesia che ha sepolto i valori della rivoluzione francese, li riesuma strumentalmente quando si vede tornare in casa sua un po’ di quella guerra e devastazione che ha sparso a piene mani nei paesi oppressi. Anche in Italia, nella Repubblica Pontificia dove si processa uno scrittore per quelle parole (e si condannano 47 attivisti come rappresaglia alla resistenza di cui sono parte), si son levati cori indignati e dichiarazioni bellicose in difesa della libertà di espressione, dopo i fatti di Parigi e la strage alla redazione di Charlie Hebdo.
Per condannare una strage e approfittarne per alimentare un clima di guerra fra settori delle masse, la borghesia si appella al supremo valore della libertà di opinione. A difesa di questa libertà si fanno fotografare in piazza elementi come Netanyahu e altri campioni dei “diritti umani”.

Rappresaglia e questione politica generale. Partiti dalle condanne, passando per il processo a Erri De Luca, torniamo alle condanne. Altri paralleli storici, ma inevitabili: il regime che istituisce tribunali speciali (nella sostanza) per soffocare la resistenza è un regime che conta i suoi giorni. La sua sostituzione avviene per opera di chi è stato condannato, di chi è incarcerato, di chi paga le conseguenze della resistenza e di chi ancora non ha scritto il suo nome nei registri di proscrizione. Un processo è un processo, ma anche un termometro. Oggi segna, insieme agli arbitri delle forze che occupano il paese, il grado di fertilità di un movimento tutt’altro che chiuso in una valle, in una regione, in un pezzo di paese, aperto, invece, e con una sfida e un compito di fronte, sovvertire l’ordine pubblico e imporre al paese la questione politica di costruire un nuovo governo, ad opera delle masse popolari organizzate.

 

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