Da qualunque punto la si prende, la questione di fondo che unisce la mobilitazione degli operai e degli altri lavoratori del pubblico e del privato, dei precari e degli artigiani, degli studenti, degli esodati e dei pensionati, delle popolazioni dei territori saccheggiati e devastati (o in via di devastazione) è politica. Rimanda, cioè, a chi governa il paese, come, cosa fa (in particolare per difendere e creare posti di lavoro), nell’interesse di chi.

Al MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) sono più di 150 i tavoli aperti per affrontare crisi aziendali, chiusure e ristrutturazioni: si tratta di una goccia nel mare, rappresentativa però di una tendenza che si è diffusa. Sempre più la mobilitazione popolare si rivolge alle autorità e alle istituzioni affinché trovino una soluzione, perché il problema di ogni singola azienda, di ogni specifico settore e gruppo delle masse popolari, di ogni singola zona può essere risolto nell’ambito di un programma unitario ed esteso a tutto il paese, richiede una direzione che concentri e mobiliti le risorse, gli strumenti, le conoscenze necessarie e che combini gli sforzi di tutti. Ma per la natura di queste autorità e di queste istituzioni, le soluzioni che trovano (quando le trovano) sono sempre al ribasso, salvano un’azienda dalla chiusura ma ne compromettono un’altra, in quella che “salvano” peggiorano le condizioni di lavoro e vengono smantellati diritti e il “salvataggio” è spesso una boccata d’ossigeno fra una minaccia di chiusura e l’altra.
Ogni settore di lavoratori, pubblici, privati, autonomi, precari ha uno specifico interesse a contribuire alla cacciata del governo Renzi-Berlusconi e alla sua sostituzione con un governo che si metta alla testa della mobilitazione per difendere i posti di lavoro esistenti e per crearne di nuovi. La domanda a questo punto è spontanea: quale governo lo potrebbe fare? Quale governo lo farà?

Lasciamo per un momento indietro le considerazioni sul fatto che dalle (eventuali) elezioni non uscirà nessun governo di quel tipo (dalle elezioni non è uscito nessuno dei 3 che hanno governato negli ultimi 3 anni), concentriamoci sul fatto che finché a comporre, nominare e dare mandato a governi di vario genere e tipo saranno i vertici della Repubblica Pontificia, il risultato non cambierà: saranno servi dichiarati degli imperialisti USA o timidi servitori degli imperialisti europei (in particolare tedeschi), o saranno servi di due padroni che hanno come programma comune quello di rapinare le masse popolari e i lavoratori, svendere a pezzi l’apparato produttivo del paese, saccheggiare e devastare il territorio, rendere merce tutto ciò da cui possono trarre profitto. Quindi, che fare?
Quando diciamo che ogni lotta rivendicativa, ogni mobilitazione per ottenere questo o quello ha il suo naturale contesto di sviluppo nella lotta per costruire un governo di tipo nuovo nel paese, intendiamo che cacciare il governo Renzi-Berlusconi senza mobilitarsi per costruire l’alternativa porta poco lontano.
E’ ciò che è successo ai tempi di Berlusconi. Anche la destra moderata, il PD, all’epoca diceva di voler cacciare Berlusconi e la sinistra borghese lo gridava ancora più forte. In certi casi si trattava della sceneggiata di chi con Berlusconi ci ha governato insieme per 20 anni (Centro-destra e Centro-sinistra che applicavano lo stesso programma, le larghe intese che da sotterranee ora sono diventate aperte), in ogni caso è la dimostrazione che cacciare un governo senza preoccuparsi di costruire quello successivo significa lasciare ai vertici della Repubblica Pontificia la possibilità di continuare a manovrare secondo le loro convenienze. Ecco perché nessuno dei dirigenti o portavoce dell’opposizione a Renzi-Berlusconi e dei sindacati di regime osa impugnare la parola d’ordine e l’obiettivo di cacciare il governo.
Tocca ai lavoratori e alle masse popolari organizzate costruire un governo di tipo nuovo, un loro governo di emergenza, l’alternativa a ogni baraccone messo in piedi dai vertici della Repubblica Pontificia. E’ necessario se vogliono dare seguito alle loro rivendicazioni (cioè se vogliono raggiungere gli obiettivi particolari che perseguono) ed è possibile se decidono di farlo e adottano i modi e gli strumenti per farlo.
Intanto per costruire un governo di emergenza popolare bisogna creare alcune condizioni.
Creare nuove organizzazioni popolari. Cioè organizzare un numero crescente di elementi delle masse non principalmente su basi ideologiche (non si tratta di costruire centri di influenza che dovranno tirare la volata a questa o quella coalizione elettorale), ma per fare fronte agli effetti della crisi: gli operai che vogliono tenere aperta la fabbrica che il padrone vuole chiudere, gli abitanti di un quartiere che si organizzano contro il degrado, l’abbandono e la marginalizzazione; insegnanti, studenti, genitori che si uniscono per far funzionare la scuola che lo stato abbandona, medici, infermieri, personale e utenti che si organizzano per garantire il diritto alla sanità fuori e contro le logiche del profitto, coordinamenti di occupanti di case che iniziano a gestire il patrimonio pubblico di un quartiere, ecc.

Coordinare le organizzazioni operaie e le organizzazioni popolari esistenti, elevarne la capacità organizzativa e la coscienza del processo di cui sono protagoniste. Sta avvenendo in modo spontaneo e ancora insufficiente (in termini quantitativi): la spinta al coordinamento è ormai una tendenza diffusa (abbiamo già trattato della partecipazione degli operai fiorentini alle mobilitazioni degli studenti, altro esempio significativo la parola d’ordine “uniamo le lotte” che riecheggia in molte mobilitazioni del movimento di lotta per la casa, dei precari) e malgrado i promotori del coordinamento concepiscano ancora “solo” il coordinamento delle lotte (“più siamo a protestare e maggiori possibilità abbiamo di influenzare il governo”… qui non si tratta di influenzare il governo, ma di cacciarlo e sostituirlo con un governo che agisce su mandato delle masse popolari organizzate) le condizioni vanno in quel senso.
Far diventare la costruzione di un governo di emergenza popolare un obiettivo cosciente per le masse popolari organizzate. Cioè fare una diffusa e sistematica opera di orientamento per sgretolare la convinzione, ancora molto diffusa, che ogni cambiamento passi e non possa che passare attraverso le classi dominanti, che si tratti di chiedere (o al massimo mobilitarsi per pretendere) dalle loro autorità riforme e misure che allevino gli effetti della crisi. Se la classe dominante avesse la volontà di farlo, saremmo in una favola dal lieto fine, ma le favole, come in tanti aspetti della vita abbiamo imparato, non esistono. 

Rendere ingovernabile il paese, dal basso. E’ quello che sta avvenendo, però in modo sparso e non ancora coordinato, sinergico, conformemente a una visione d’insieme. Il criterio di fondo è che non è possibile governare il paese senza il sostegno delle masse popolari (e fra di esse il ruolo principale ce l’ha la classe operaia) o senza l’accettazione passiva da parte della grande maggioranza di esse. Ribellarsi, disobbedire, gestire in proprio parti crescenti della vita economica e sociale, far fronte con mille iniziative di base agli effetti della crisi: questa è la via maestra.

Cosa fare per alimentare l’ingovernabilità dal basso? Si tratta anzitutto di capire per quali vie si sviluppa. Le otto vie principali sono:

1. la diffusione della disobbedienza e dell’insubordinazione alle autorità;

2. lo sviluppo diffuso di attività del “terzo settore”: le attività di produzione e distribuzione di beni e servizi organizzate su base solidaristica locale;

3. l’appropriazione organizzata di beni e servizi (espropri, “io non pago”, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso;

4. gli scioperi e gli scioperi alla rovescia, principalmente nelle fabbriche e nelle scuole;

5. le occupazioni di fabbriche, di scuole, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.;

6. le manifestazioni di protesta e il boicottaggio dell’attività delle pubbliche autorità;

7. il rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui;

8. lo sviluppo (sul terreno economico, finanziario, dell’ordine pubblico, ecc.) di azioni autonome dal governo centrale da parte delle Amministrazioni Locali d’Emergenza sottoposte alla pressione e sostenute dalla mobilitazione delle masse. Ogni ALE è un centro di riferimento e di mobilitazione delle masse, dispone di impiegati e di esperienza, di locali, di soldi e di strumenti: tutte armi importanti per mobilitare le masse in uno sforzo unitario per far fronte agli effetti della crisi, in primo luogo per attuare la parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti”.

Bisogna imparare dall’esperienza a praticare e combinare queste otto vie.

Al procedere di queste condizioni, e al procedere parallelamente dell’ingovernabilità dall’alto del paese (vedi articolo in prima pagina), il Governo di Blocco Popolare diventa una soluzione.
Diventa una “soluzione” anche per i vertici della Repubblica Pontificia, che saranno costretti a ingoiarlo e lo faranno, convinti che si tratterà di una parentesi prima di riprendere il controllo. Inizierà per loro la fase della mobilitazione per sabotarlo in mille modi, faranno ricorso agli strumenti e ai mezzi di cui dispongono, faranno valere la forza dei loro alleati internazionali. Ma saranno in una posizione di debolezza.
Diventa una soluzione per le masse popolari e i lavoratori, una soluzione concreta in cui le organizzazioni operaie e popolari impareranno, faranno esperienza pratica di direzione della società. Non si tratta di una soluzione “definitiva” perché le masse popolari del nostro paese, oggi, non sanno governare: sono ostacolate ad accedere a questa capacità in mille modi, primo fra tutti il fatto che sono impiegate come bestie da soma o come carne da macello in nome del profitto. Impareranno e il Governo di Blocco Popolare sarà la loro scuola.
Tutto più o meno chiaro e giusto, ma sarebbe idealistico pensare che alle condizioni attuali “anche una cuoca possa dirigere lo Stato” come diceva Lenin. Per arrivare a quel traguardo occorre che le masse popolari si liberino dalla cappa di sottomissione morale, intellettuale e materiale in cui la classe dominante le relega; è possibile attraverso un percorso di trasformazione e “apprendistato” pratico che faranno su scala crescente nel percorso di costruzione del socialismo.
Ma allora se le masse popolari non sanno ancora governare, non sanno dirigere il paese nel suo complesso, assumere la direzione dell’apparato amministrativo e governativo (che per di più è fatto su immagine e somiglianza, su misura, della classe dominante), come si fa, da chi è composto il Governo di Blocco Popolare? Da persone che oggi godono della fiducia delle masse popolari organizzate, di cui metteranno a contribuzione le conoscenze, competenze e capacità. E’ una schiera nutrita, facciamo solo alcuni esempi per rendere l’idea: da Landini e gli altri esponenti della sinistra CGIL ai  dirigenti dei sindacati alternativi e di base, da Gino Strada a Rodotà, da De Magistris a Guido Viale, da Ugo Mattei agli eletti più in vista del M5S…

Il vecchio movimento comunista nel nostro paese ha lasciato “in eredità” una folta schiera di personaggi che devono il loro prestigio, la loro influenza e il loro ruolo sociale al legame che hanno con le masse popolari e che in una certa misura hanno mantenuto anche dopo lo scioglimento del PCI. Sinceri democratici della società civile, sinistra borghese, sinistra sindacale: questi sono gli ambiti (i tre serbatoi da cui le masse popolari possono attingere) i cui esponenti possono mantenere il loro ruolo sociale solo in funzione del seguito di cui godono fra le masse popolari, cioè lo manterranno solo perchè avranno per le masse popolari un ruolo positivo per fare fronte agli effetti della crisi, cioè se si faranno promotori della costruzione di un governo di emergenza popolare.
Sono personaggi “al bivio”, alcuni di essi  sono stipendiati dalla classe dominante, ma dipendenti dalle masse popolari (e saranno stipendiati finché avranno un ruolo di orientamento su di loro), altri no, ma sono ugualmente influenzati dalla concezione borghese del mondo. Ma le masse popolari li possono spingere, fino obbligarli, a farsi promotori del Governo di Blocco Popolare (valga come esempio la parabola della CGIL nelle mobilitazioni di autunno: fosse stato per la Camusso, nemmeno lo sciopero generale il 12 dicembre avrebbe convocato, è stata costretta dall’azione della base, dalla mobilitazione di centinaia di migliaia di lavoratori che si sono mossi prima autonomamente e poi hanno iniziato a pressare i sindacati di categoria e quindi la Confederazione…).
Un governo di tipo nuovo non è solo un nuovo governo. Al di là del nome che si dà, un governo di tipo nuovo si caratterizza per due cose: il suo programma e come lo attua. Per quanto riguarda il programma, anche se sono tante le “ricette” che circolano e ognuno ha la sua, è sintetizzato in sei misure.

1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa).
2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi.
3. Assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato).
4. Eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti.
5. Avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione.
6. Stabilire relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

Per quanto riguarda il modo in cui lo attua, trattandosi di un governo a tutti gli effetti, a pieno titolo, può avvalersi di tutte (o almeno della gran parte) delle strutture, degli apparati e degli strumenti di un governo “tradizionale”, di diverso c’è il fatto che strutture, apparati, strumenti saranno usati senza riserve per incoraggiare e sviluppare la mobilitazione popolare. Esempi di cosa significa li abbiamo già fatti in passato sui numeri scorsi di Resistenza attingendo dall’esperienza di altri paesi (l’iniziativa del governo venezuelano che sostiene l’occupazione delle aziende di proprietà di multinazionali che chiudono, in certi casi i suoi esponenti partecipano con i lavoratori, in altri avvia le procedure per l’esproprio), ma non occorre andare tanto lontano nel tempo e nello spazio, dal Movimento NO TAV al Comitato Operai e Cittadini per l’AST di Terni al Comitato Cittadini Liberi e pensanti di Taranto: sono alcune delle realtà che già operano per indicare soluzioni concrete alle emergenze che fronteggiano e che tramite un loro governo d’emergenza potranno avere strutture, risorse e strumenti per fare meglio e su vasta scala ciò che oggi fanno con mezzi limitati e resistendo a mille pressioni, repressione, criminalizzazione.
Questi saranno gli organismi che si occuperanno dei “decreti attuativi” delle sei misure generali: zona per zona, città per città, ambito per ambito.
Aumenta la crisi, aumenta la lotta, dice uno slogan che descrive lo stato delle cose. Dobbiamo impugnarne un altro da mettergli a fianco: costruire la nuova governabilità delle masse popolari organizzate, costruire il Governo di Blocco Popolare.

Sulla prima delle Sei Misure: assegnare a ogni azienda compiti produttivi.

Che tanti operai e lavoratori portino le loro rivendicazioni al governo dimostra che, più o meno spontaneamente, riconoscono il ruolo che il governo deve svolgere. Ma oggi che ruolo ha? Ci sono tante aziende che chiudono senza che il governo faccia nulla, se non intervenire con ammortizzatori sociali… finché durano, perché di soldi per gli ammortizzatori sociali ce ne sono sempre di meno e poi è evidente che gli ammortizzatori sociali non sono una soluzione, ma una pezza a tappare una voragine. Ci sono aziende che l’intervento del governo riesce a “salvare” dalla chiusura, nel senso che rimangono aperte ma a prezzo dell’espulsione di una parte di lavoratori (nella migliore delle ipotesi con incentivi, accompagnamenti alla pensione, uscite volontarie), del peggioramento delle condizioni, dei ritmi e dei carichi di lavoro, dell’eliminazione dei diritti dei lavoratori: è stato così all’Electrolux, oggi è la situazione dell’AST di Terni. Ci sono aziende in cui l’intervento del governo non fa che prolungare l’agonia, come in molti degli stabilimenti FIAT e anche dove i lavoratori riescono a strappare un qualche accordo per mantenere la produzione, la partita spesso è solo rimandata a un secondo tempo: quante volte il padrone fa carta straccia degli accordi, come alla TRW di Livorno? In molti casi il governo alimenta la guerra fra poveri, sud contro nord, un’azienda a scapito di un’altra, ne è un esempio la vicenda della OM Carrelli di Bari: il MISE era intervenuto per favorirne l’acquisto da parte della Metec-Stola (e “salvare” 200 posti di lavoro), ma la Metec-Stola ha avanzato un’offerta per acquistare lo stabilimento FIAT di Termini Imerese (togliendo al governo una patata bollente): “la crisi più grande divora quella più piccola” titolano i giornali borghesi, mettono gruppi di operai contro altri gruppi di operai, diciamo noi. E poi, infine, ci sono le aziende “strategiche” (per ruolo nell’apparato produttivo, per numero di operai e peso nel tessuto sociale) per le quali anche il governo Renzi-Berlusconi caccia dal cilindro persino la prospettiva della nazionalizzazione… intesa però come la fotocopia dell’operazione Alitalia (dividere l’azienda, regalare la parte “sana” a qualche “capitano coraggioso” e farsi carico di smaltire quella compromessa, tutto a spese della collettività): è il caso dell’ILVA di Taranto.

In ogni caso non esiste nessun piano per il lavoro. Il governo Renzi-Berlusconi (e in generale ogni governo che sia espressione dei vertici della Repubblica Pontificia) non può e non vuole fare fronte alla distruzione del tessuto produttivo del paese, il compito che i suoi mandanti gli hanno affidato è un altro: garantire libertà di manovra ai padroni; spremere le masse popolari per “ricompensare” il capitale con profitti, interessi e rendite; elargire denaro sotto varie forme e per varie vie al capitale finanziario che domina anche il nostro paese.

Il Governo di Blocco Popolare è un governo deciso a fare tutte insieme e ben combinate tra loro cose che i padroni e i loro governi non fanno, o al massimo fanno con il contagocce, solo se costretti e che appena possibile smettono. Interviene in ognuna di queste situazioni sulla base di un piano generale per il lavoro e la ricostruzione del paese, mettendo in moto strumenti, apparati, risorse (sottratte alle speculazioni e agli interessi privati) per garantire a ogni azienda quanto serve per funzionare (riconvertendo quelle inutili o dannose) e assegnare a ogni adulto un lavoro, utile e dignitoso. Assegna commesse alle aziende che i padroni vogliono chiudere per mancanza di sbocchi commerciali e ritira la produzione destinandola ad aziende che la usano come materia prima o alle aziende della distribuzione per il consumo. Aiuta con tecnici, consulenti, commesse, materie prime, energia, ecc. i lavoratori che vogliono costituirsi in cooperative e riprendere la produzione nelle aziende che i padroni abbandonano, oppure nomina nuovi dirigenti e organizzatori della produzione. Sostiene e promuove la creazione di nuove aziende cooperative, pubbliche, private in attività di riassesto del territorio, di miglioramento idrogeologico, di utilizzo di energie rinnovabili, di miglioramento dei servizi pubblici, di manutenzione del patrimonio edilizio, di risanamento urbano, di servizi alle persone disabili, anziane e non autosufficienti, di riassetto forestale e agricolo. Un governo di questo tipo può accogliere le proposte di nazionalizzazione della Lucchini, dell’ILVA, della AST di Terni avanzate dagli operai e, valorizzando loro che diventano i promotori del processo, avviare la rottura dei vincoli, dei patti, dei contratti stipulati con multinazionali che saccheggiano il nostro paese, i lavoratori e l’ambiente. Per un governo del genere la sentenza della Corte Europea che impone al governo italiano di assumere 250 mila precari della scuola, che per i vertici della Repubblica Pontificia è una “condanna”, è un’occasione per attuare l’obiettivo della stabilizzazione dei precari, per rilanciare, assumendoli davvero, la lotta contro i patti di stabilità e i diktat della Troika: può fare della difesa dei posti di lavoro esistenti e della creazione di nuovi il fronte di lotta contro la comunità internazionale dei capitalisti.

 

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