Il vecchio movimento comunista ha lasciato in eredità due grandi tare storiche che dobbiamo affrontare e superare

Il Partito comunista non è il partito delle lotte rivendicative dei lavoratori né quello delle riforme, è il partito della classe operaia, la sua avanguardia, che la guida a dirigere le masse popolari a fare la rivoluzione socialista e procedere nella costruzione del comunismo. Deve quindi elaborare una strategia adeguata ad assolvere a questo compito. A scriverlo sembra quasi una banalità, ma nella pratica i comunisti si sono mostrati in più occasioni inadeguati, nonostante l’eroismo e la dedizione dei loro membri e delle loro organizzazioni.
In Italia un primo esempio di come il partito che si era candidato a guidare il movimento operaio fosse inadeguato al proprio compito si ebbe durante il Biennio Rosso (1919-1920): la vasta protesta operaia non trovò un’adeguata direzione perché per sua natura il PSI non era adatto a guidarla verso uno sbocco rivoluzionario e i suoi dirigenti non avevano una strategia né una concezione del mondo idonea a questo compito: la maggioranza massimalista del partito attendeva che la rivoluzione scoppiasse e, quando si trovò davanti al momento che sembrava propizio, si scoprì impreparata. Nessun lavoro era stato fatto per costruire il nuovo potere operaio che avrebbe potuto sostituirsi a quello borghese. Il PSI si era dimostrato inadatto alla sua missione, nonostante tutte le condizioni oggettive fossero propizie: la situazione post bellica alimentava l’ingovernabilità, gli operai avevano dimostrato di essere combattivi e decisi ad andare sino in fondo, l’appena costituita URSS risplendeva come esempio tangibile della possibilità della rivoluzione socialista e delle prospettive che essa schiudeva.
La responsabilità della sconfitta verrà scaricata sulle masse “troppo arretrate”, seguiranno il riflusso e la sfiducia nel movimento operaio che prepareranno il terreno per il fascismo: a tali risultati disastrosi porta un partito che non si dota della giusta strategia!

Il Partito Comunista d’Italia
Ma questo fallimento darà origine anche a un processo positivo: gli elementi più avanzati del movimento rivoluzionario italiano trarranno dal bilancio di quesa esperienza che era necessario adottare il leninismo come superiore tappa della concezione comunista e seguire le indicazioni dell’Internazionale Comunista, adeguandosi alle condizioni da essa indicate per potervi aderire. Decisero quindi di scindersi dal PSI, che invece, pur dichiarandosi fedele agli ideali dell’Ottobre, titubava ancora a cambiare rotta, in particolare a espellere i riformisti.
Questa nuova concezione che lo guidava permetterà al Partito comunista di essere il cardine prima della resistenza contro il regime fascista e poi, all’indomani del crollo del regime fascista, della fuga del re e di Badoglio, dell’occupazione tedesca e dello sbandamento dell’esercito regio, di dirigere fino alla vittoria la guerra partigiana, il punto più alto raggiunto dalla classe operaia e dalle masse popolari nella lotta per la conquista del potere nel nostro paese, assumendo effettivamente il ruolo di stato maggiore della classe operaia in Italia.

Il dopoguerra: i limiti del PCI, l’abbandono dell’obiettivo rivoluzionario e il declino
Nonostante i successi ottenuti, il Partito nel dopoguerra presentava ancora degli importanti limiti che gli impedirono di usare i risultati raggiunti con la Resistenza come trampolino di lancio per proseguire l’opera compiuta fino a quel momento e guidare quindi le masse popolari italiane nel loro assalto al cielo: i comunisti italiani (in generale quelli dei paesi imperialisti) non studiarono a fondo le condizioni della lotta di classe nel loro paese non arrivando a elaborare una coerente strategia, fatta di passi concatenati, per fare la rivoluzione e di conseguenza non sintetizzarono neanche una teoria completa del funzionamento del Partito comunista che gli desse i mezzi per vincere l’influenza della borghesia ed evitare le deviazioni cui essa conduce.
Questi due fattori portarono quindi la sinistra del partito, il cui esponente principale nel dopoguerra fu Pietro Secchia, a essere suo malgrado ideologicamente succube alla destra (che rappresenta l’influenza della borghesia nelle fila del partito), il cui principale esponente era invece Togliatti, il quale ripropose sotto nuove vesti le due principali deviazioni che già avevano caratterizzato il PSI e che saranno caratteristiche dei partiti comunisti dei paesi imperialisti: l’economicismo (sostituire la lotta rivoluzionaria con la lotta per i miglioramenti economici delle masse popolari) e il riformismo (sostituire la lotta rivoluzionaria con la lotta per maggiori diritti politici e democratici per le masse popolari, ridurre l’attività del partito all’attività nel Parlamento e nelle istituzioni). Queste deviazioni avevano delle basi materiali nei paesi imperialisti, dove era ripresa l’accumulazione di capitali e su questo fondamento si stavano mettendo a punto regimi di controrivoluzione preventiva, di cui la partecipazione delle masse popolari alle elezioni e il soddisfacimento delle richieste che queste avanzano con maggior forza costituirono due dei pilastri fondamentali (periodo del capitalismo dal volto umano). Il PCI, sotto la guida della destra, elesse quindi come suo principale campo di lotta il terreno parlamentare e cominciò a rivolgersi alle masse popolari come a elettori, anziché guidarle a costruire il nuovo potere socialista, partendo dal mobilitarle a fare direttamente, a modo loro e secondo i loro interessi, la ricostruzione del paese, proseguendo l’opera cominciata con la costituzione dei CLN e mettendo le forze reazionarie di fronte l’alternativa: o subire l’iniziativa delle masse popolari o contrapporsi a loro frontalmente facendo davvero la guerra civile che minacciavano, sabotando e promuovendo una nuova invasione straniera, in un contesto in cui sarebbero stati però isolati dalle masse. La sinistra del partito, messa di fronte al ricatto “o fare l’insurrezione o seguire la linea della destra”, si limitò e si ridusse, non avendo elaborato una linea alternativa, a chiedere che si facessero “lotte più dure”, lasciando nel contempo però cadere i CLN e il contro potere che si era formato negli anni della Resistenza (esempi in questo senso possono essere il caso dell’esclusione dei comunisti dal governo nel ‘47 come dell’approvazione della legge truffa nel ‘53, entrambi casi in cui la sinistra del Partito critica la destra, chiede di fare “qualche cosa di più”, ma fondamentalmente accetta la linea di Togliatti, invece di proporne una alternativa che mettesse al centro l’azione delle masse popolari). Il Partito finì quindi per configurarsi come l’ala sinistra della borghesia, quella che rivendicava migliori condizioni economiche per i lavoratori senza però andare oltre l’orizzonte del capitalismo.
L’abbandono della prospettiva del socialismo portò come conseguenza il lungo processo di decadenza del PCI, intrecciatosi con quello del movimento comunista internazionale, rendendolo di fatto succube delle mosse della DC, partito del Vaticano e dell’imperialismo americano alle cui scialuppe di salvataggio la borghesia italiana si era aggrappata per tirarsi fuori dal naufragio del regime fascista, e costringendolo a giocare sempre in difesa e mai tenendo l’iniziativa in mano. Lo scioglimento del PCI ad opera di Occhetto e il ruolo che svolgono oggi i suoi eredi è la conseguenza di tali premesse e l’esito della momentanea sconfitta del movimento comunista internazionale, in buona parte dovuta proprio alla mancata rivoluzione nei paesi imperialisti.

Gli insegnamenti che deve trarre chi comprende la necessita di ricostruire il Partito comunista in Italia
Possiamo quindi concludere dal bilancio dell’esperienza passata che è fondamentale per ogni Partito comunista che voglia realmente essere tale (ci rivolgiamo qui in particolare a chi comprende l’esigenza della ricostruzione di un partito del genere nel nostro paese), tenere ben fermo l’obiettivo da raggiungere (portare la classe operaia a conquistare il potere, costruire il socialismo e procedere verso il comunismo), ed elaborare una conseguente strategia per raggiungerlo, fatta di passi concatenati che mirino a costruire attorno a tale partito il nuovo potere, guardandosi in particolare dalle due principali deviazioni dei comunisti nei paesi imperialisti prima indicate, economicismo e riformismo, cioè riuscendo con successo nel fondamentale compito di vincere l’influenza della borghesia nelle fila del partito che deve rappresentare al contrario gli interessi complessivi della classe che alla borghesia si contrappone, la classe operaia.

In questo senso ci viene in aiuto l’opera di Mao Tse-tung, con due dei sei contributi scientifici al movimento comunista:
 – un partito comunista riesce a tener fermo l’obiettivo del socialismo e a guardarsi dal riformismo e dall’economicismo, quindi dall’influenza della borghesia, tramite la lotta tra due linee: la sinistra del partito deve sviluppare la lotta contro la sua destra e costruire un’unità ideologica superiore in un processo che si ripete ogni volta a un livello più alto; il partito così come i suoi membri sono non solo soggetto ma anche oggetto della rivoluzione e per poter trasformare il mondo devono trasformare anche se stessi, attraverso lo studio e l’acquisizione della concezione comunista del mondo e un processo di critica-autocritica-trasformazione.
 – La strategia universale per instaurare il socialismo è la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata: il partito comunista deve mobilitare, organizzare e dirigere la classe operaia e il resto delle masse popolari a costruire già all’interno della società borghese il Nuovo Potere, conquistando una posizione dopo l’altra fino al punto che questo elimini il potere della borghesia e del clero. Il partito deve condurre campagne una in sinergia con l’altra e una dopo l’altra che sfociano in questo risultato. Ogni campagna è giusta solo se porta a questo risultato. Ogni battaglia deve concorrere al successo di una campagna, ogni operazione al successo di una battaglia.

Il marxismo-leninismo-maoismo è quindi la superiore tappa del comunismo scientifico, la concezione che deve guidare i comunisti a costruire la rivoluzione, a non ripetere gli errori del vecchio movimento comunista valorizzandone nel contempo gli aspetti positivi.

carc

 

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