Il 6 dicembre si terrà a Roma la Seconda Assemblea Nazionale del P.CARC. Le assemblee nazionali servono a fare il punto della situazione e rilanciare: analizzare la situazione economica e politica del nostro paese, lo scontro di classe in atto, fissare l’orientamento che deve guidarci, sviluppare un dibattito sulle sperimentazioni che stiamo facendo, sulle scoperte realizzate, sugli insegnamenti, metodi e strumenti ricavati, sulle posizioni conquistate, sui campi consolidati, sui nuovi campi aperti, sui limiti da affrontare, sulle correzioni di rotta da effettuare, sui nodi irrisolti, sui nuovi campi in cui avviare un intervento. Fare la rivoluzione in un paese imperialista, come lo è l’Italia, è un’impresa nuova, per cui occorre procedere con l’ottica degli scienziati.
L’assemblea del 6 dicembre (che sarà principalmente interna, rivolta cioè ai membri del partito, ai candidati, ai collaboratori e ai simpatizzanti) avrà al centro due temi e servirà anche a preparare il nostro IV Congresso che si terrà nella primavera del 2015: il percorso di lotta tra due linee e di trasformazione che è in corso all’interno del Partito (di cui abbiamo trattato in vari articoli di Resistenza, in particolare quelli sulla lotta ideologica attiva in Campania e in Toscana) e che sintetizziamo con il termine “riforma morale e intellettuale” e il lavoro esterno che stiamo svolgendo per la costituzione di un governo d’emergenza popolare, a partire dalla campagna in corso “occupare le aziende e uscire dalle aziende” per formare organizzazioni operaie nelle aziende capitaliste e organizzazioni popolari nelle aziende pubbliche che prendano in mano la situazione nella loro azienda e si proiettino all’esterno, per reclutare operai e altri lavoratori avanzati, per formare operai e lavoratori comunisti.
Ci concentriamo qui sul primo tema. Il nostro obiettivo è trasformare il mondo e per farlo dobbiamo trasformare anche noi stessi. Abbiamo capito che solo conducendo quella riforma morale e intellettuale di cui parlava Gramsci per il vecchio PCI, possiamo superare due mali antichi del movimento comunista nel nostro e negli altri paesi imperialisti: concentrarsi sul miglioramento delle condizioni di vita degli operai, dei proletari e delle masse popolari e sull’ampliamento della loro partecipazione agli istituti della democrazia borghese (partiti, elezioni, assemblee rappresentative) anziché mettere al centro la conquista del potere da parte della classe operaia e delle masse popolari organizzate, cioè l’obiettivo che rende possibile anche il miglioramento stabile e crescente delle condizioni di vita delle masse popolari e la democrazia, quella reale, fondata sulla conoscenza e la partecipazione.

Quando diciamo riforma morale e intellettuale vanno distinte nettamente e sistematicamente la riforma morale e intellettuale che i comunisti devono fare oggi grazie allo sforzo particolare e alla volontà che porta ognuno di loro a voler essere comunisti e riforma morale e intellettuale (analoga per contenuto) che le masse popolari oggi non possono fare su larga scala a causa delle condizioni in cui borghesia e il clero le confinano e che faranno via via nel corso della rivoluzione socialista (ma soprattutto dopo l’instaurazione del socialismo) e principalmente sulla base della loro diretta esperienza guidata dall’opera dei comunisti e dal partito comunista. Spesso confondiamo i due processi, con il risultato di attenuare, sommergere nel processo generale e di lungo periodo delle masse popolari, la riforma morale e intellettuale attuale e urgente dei comunisti di oggi e di scaricare sulle masse quello che devono fare i comunisti. Le masse popolari acquisiscono la concezione comunista del mondo (compiono la loro riforma morale e intellettuale) nel corso della rivoluzione e dopo la vittoria della rivoluzione, non prima: pensiamo ai giovani arruolatisi nella Resistenza 1943-1945 che sono diventati comunisti nel corso della Resistenza e dopo, non prima.
Sono le masse popolari che metteranno fine alla crisi del capitalismo mettendo fine al capitalismo e instaurando il socialismo, ma per riuscirci hanno bisogno di imparare a fare cose che non sanno ancora fare o non fanno in modo sistematico, mirato, concentrato. Non perché (come dicono o pensano anche alcuni nel nostro campo) le “masse popolari si sono imborghesite”, ma per le condizioni pratiche in cui la borghesia e il clero costringono il grosso delle masse popolari. Oggi nelle scuole borghesi le masse popolari non imparano a pensare, sono escluse dalla conoscenza degli avvenimenti, delle azioni e delle relazioni importanti che stanno dietro il teatrino della politica (come può il popolo decidere a ragion veduta se non può conoscere gli avvenimenti, le azioni e le relazioni più importanti e più delicate?), la decadenza del movimento comunista le ha escluse dal patrimonio culturale e morale che in qualche misura la prima ondata della rivoluzione proletaria aveva creato, la borghesia e il clero impegnano ogni mezzo per distrarle, confonderle, intossicarle (c’è la politica vera e c’è il teatrino della politica a uso del pubblico), le costringono a dedicare parti crescenti del proprio tempo e delle proprie energie alla sopravvivenza. La loro scuola sono la lotta di classe e il partito comunista. Per questo hanno bisogno di comunisti che sono e fanno i comunisti. Da qui l’importanza della riforma morale e intellettuale che i comunisti devono compiere per essere all’altezza del loro compito.
Il legame tra i comunisti e le masse popolari per tutta una fase non consiste principalmente nel trasmettere la coscienza comunista alle masse popolari, ma consiste principalmente nel fare partecipare nella pratica le masse popolari alla rivoluzione, facendo leva sulle contraddizioni pratiche che le masse popolari vivono, sulla coscienza con cui si ritrovano, sul ruolo della sinistra delle masse popolari e le sue relazioni con il centro e con la destra (la linea di massa).
La particolarità della rivoluzione socialista è che per la prima volta nella storia dell’umanità il complesso degli uomini e delle donne è chiamato a partecipare alla direzione e gestione della società. Ogni individuo è una parte di un meccanismo sociale che a sua volta è parte di un meccanismo sociale più vasto e complesso. Gli operai sono più vicini a concepire questo perché appartiene alla loro esperienza diretta nel processo lavorativo (uno produce un bullone che come oggetto isolato non serve agli uomini, serve perché entra a far parte di un altro meccanismo: il lavoro di ogni operaio ha senso perché esiste anche tutto il resto, altrimenti per l’operaio stesso è un lavoro senza senso).
La partecipazione in massa degli uomini e delle donne alla gestione della società è un passaggio epocale.
E’ un passaggio possibile e necessario, nel senso che è l’unico modo per dare concretezza alla gestione collettiva della società che il sistema capitalista ha già reso strutturalmente collettiva: nel sistema feudale un contadino era unito al contadino che stava a qualche chilometro di distanza solo dal fatto che ambedue dipendevano dallo stesso signore, ma se uno crepava l’altro neanche se ne accorgeva, per lui tutto continuava come prima. Nella società borghese una sua parte riesce a riprodursi (ad avere di che vivere) solo se anche l’altra ci riesce, perché una parte produce per l’altra e una parte consuma e usa quello che l’altra ha prodotto.
I comunisti guidano le masse popolari (a partire dalla classe operaia) a tradurre in istituzioni e nelle relazioni politiche l’universale reciproca dipendenza che la società borghese comporta: è un percorso che noi comunisti realizziamo in piccolo e su base volontaria nel partito, tra i suoi organismi e i suoi membri. Tramite il partito e le organizzazioni di massa passo dopo passo costruiremo la nuova società.

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