Resistere, protestare e ribellarsi è giusto, ma non basta. passare dalla difesa all’attacco. Il filo rosso delle mobilitazioni d’autunno

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“Perché parlate sempre di Repubblica Pontificia su Resistenza?” Perché  papi, vescovi e cardinali in questo paese hanno più potere, contano di più, di ministri e funzionari dello Stato. Il Vaticano è il governo occulto e di ultima istanza del paese ed è dall’intreccio di interessi, accordi, disaccordi e scontri fra Vaticano, imperialisti USA e sionisti, organizzazioni criminali e padronato che dipendono le politiche e le misure dei governi, dal dopoguerra a oggi. Da quando il PCI, diretto da revisionisti, anzichè guidare le masse popolari alla lotta per il socialismo, ripiegò sulla “via parlamentare” e in questo modo liquidò via via la forza politica e militare che le masse avevano raggiunto con la lotta partigiana culminata nella Resistenza. Come fa a essere realistica un’analisi della situazione (da cui discende un piano per fare fronte alla situazione) che non tiene conto di questo?

L’ultima parola sull’abolizione dell’articolo 18, la CEI (la conferenza dei Vescovi) se l’è presa di forza il 24 settembre, intimando a Renzi di smetterla con gli slogan e passare alla pratica e consigliando ai sindacati di guardare oltre l’articolo 18 o ci saranno “morti da una parte e dall’altra” (Repubblica on line).

Il Vaticano è il baluardo di quella “forza occupante” che opera come se l’Italia fosse una colonia di cui spremere la popolazione, depredare le risorse e devastare il territorio, cuore di una rete di interessi, intrallazzi, malaffari che si estende al resto del mondo. Come se le masse popolari fossero il gregge da cui mungere sangue e soldi in nome del profitto, del ruolo, dei privilegi che la Corte Pontificia si è ritagliata e ha plasmato nel tempo. Un gregge alla cui spremitura possono accedere gli imperialisti USA e i sionisti (lunga la storia di servitù militari, di crimini impuniti, di arbitri) e le organizzazioni criminali che dall’Italia hanno proliferato in mezzo mondo (con il beneplacito e il sostegno del Vaticano, dagli USA alla Germania).

Sono i vertici della Repubblica Pontificia la forza occupante che, divisa in fazioni contrastanti al suo interno e unita nel saccheggio e nel parassitismo, manda allo sfascio il paese.

Il governo Renzi- Berlusconi, in tutto ciò, ha il ruolo di fantoccio. Non delle potenze straniere (Germania, UE, Russia, USA), ma prima di tutto della forza che stabilmente occupa il nostro paese. E’ un governo di guerra, quella che la forza occupante conduce contro le masse popolari (anche se non l’ha mai dichiarata ufficialmente) e che ogni anno, ogni mese, ogni giorno miete più vittime di una legione di “terroristi” armati fino ai denti.

E’ possibile chiedere equità, umanità, migliori condizioni di vita a una forza occupante e al suo governo? E’ possibile nutrire speranze che faccia questa o quella riforma economica per fare fronte alla crisi? Davvero basta chiedere (o pretendere) che non sia cancellato l’articolo 18? Che le fabbriche non chiudano? Che il TAV sia sospeso?

Il filo nero che lega le riforme del governo Renzi-Berlusconi. Dagli USA Renzi ha annunciato che “ci sono cose che vanno cambiate in modo quasi violento, nel senso del procedimento, non della via men che pacifica”. Si capisce cosa intendiamo con governo di guerra se analizziamo cosa vuol dire concretamente il “procedimento violento” da realizzare attraverso una via “pacifica” (con la ratifica di un parlamento di imbucati, prezzolati, mercenari o addirittura senza il consenso di nessuno, come prassi burocratica). Il filo nero che lega le riforme del governo Renzi-Berlusconi (quella sul lavoro, il Jobs Act, quella sulla scuola, le privatizzazioni) è che aggravano la guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari; sono i morti per miseria, per disperazione, per malattie curabili, sono i morti per incuria del territorio, inquinamento, devastazione ambientale, sono gli operai morti nei cantieri e nelle aziende, sono i morti per emigrazione, sono le vittime da stress, depressione, dipendenze, patologie.

Il filo rosso che lega le tante mobilitazioni d’autunno contro le riforme del governo Renzi-Berlusconi. Il mese di ottobre e quello di novembre sono fitti di manifestazioni, cortei, scioperi, azioni, blocchi, assemblee, incontri, confronti. Dai più grandi centri che promuovono organizzazione e mobilitazione delle masse popolari a quelli più piccoli, dai sindacati legati a doppio filo alla linea della concertazione ai sindacati di base, dai metalmeccanici ai precari, dagli studenti ai dipendenti pubblici. Tutti i settori popolari sono in mobilitazione. Si parte da un dato, per alcuni scoraggiante, che non esiste una sola, unica, ambiziosamente grande manifestazione autunnale, esistono una miriade di mobilitazioni (ma altre se ne aggiungeranno) che potenzialmente possono avere il ruolo di mobilitazione unitaria articolata in più passaggi.

Al di là delle intenzioni e anche nonostante le intenzioni dei promotori, c’è un filo rosso che lega tutte le mobilitazioni: la costituzione di un governo alternativo a quello dei vertici della Repubblica Pontificia. Questa è la posta in gioco e la prospettiva complessiva delle mobilitazioni d’autunno, perché solo in questo modo ogni organizzazione operaia e popolare può realizzare il suo obiettivo particolare. 

Da qui discende anche l’obiettivo con cui noi comunisti promuoviamo e partecipiamo alle mobilitazioni d’autunno e i criteri su cui ne misuriamo l’efficacia delle mobilitazioni e i risultati della nostra azione.

I promotori della mobilitazione popolare che godono di qualche autorità, accecati dal loro riformismo secondo lui l’attività politica non può essere che influenza sulle classi dominanti, misurano l’effetto delle manifestazioni che promuovono dal numero di persone che partecipano (e da qui la tendenza di alcuni a gonfiare i numeri con la pretesa di ammantare di importanza questo o quel corteo).

In realtà l’effettivo ruolo che le mobilitazioni d’autunno avranno sul corso delle cose lo misuriamo sulla base di quanto contribuiscono  a creare le condizioni per avanzare nella costruzione del governo del paese, a quanto alimentano la trasformazione di chi le promuove (e di chi vi partecipa) da centro di rivendicazione in nuova autorità popolare. Con questo criterio assumono importanza anche le mobilitazioni “minori”, isolate, particolari, confluiscono nel complesso del movimento popolare e contribuiscono anch’esse alla costruzione dell’alternativa politica.

Governo del paese e autorità popolari. Le autorità popolari di cui abbiamo bisogno non hanno alcun valore consultivo o di rappresentanza, non si tratta di conquistare spazi o canali di ascolto e partecipazione nelle istituzioni della classe dominante. Non ci sono spazi di mediazione. Si tratta di occupare le posizioni che la classe dominante abbandona (in quel processo determinato dalla crisi che la porta a occuparsi di ciò che produce profitto e per cui non organizza più la vita sociale delle masse popolari) e si tratta di occupare le posizioni che le masse popolari via via liberano dalla presenza delle autorità della classe dominante con la loro mobilitazione.

Riforma morale e intellettuale. Chi ha la volontà, l’ambizione e l’obiettivo di cambiare il mondo, pur con tutta la buona volontà di cui dispone, non può contare sulla concezione e sulla morale plasmata dalla classe dominante. La trasformazione del mondo è possibile solo se è supportata e sostenuta da una trasformazione degli individui che ne vogliono essere protagonisti. Per trasformare il mondo è necessario assumere una concezione del mondo e una morale superiore a quella della classe dominante attuale. Solo in questo modo si mettono le basi per costruire il nuovo potere, iniziando a pensare e iniziando ad agire come nuova classe dirigente del paese. Questo è il contenuto della riforma intellettuale e morale che tocca prima di tutto ai comunisti. Non è dietro la presunta (e per certi versi vera) arretratezza delle masse popolari che ci possiamo nascondere o che possiamo usare come giustificazione dei nostri insuccessi. Le masse popolari accederanno su ampia scala alla concezione comunista del mondo e alla nuova morale nel socialismo. Iniziano ad accedervi qui e ora quei settori che si mobilitano, attraverso la pratica della lotta, della solidarietà, del processo che li spinge a trovare soluzioni concrete ai problemi che vivono, incontrano, devono superare per resistere agli effetti della crisi. Chi vuole cambiare il mondo deve tenere presente questo percorso. 

Possiamo cacciare il governo Renzi-Berlusconi perché è menomato dagli scontri fra fazioni nella classe dominante. Possiamo far ingoiare alla forza occupante un governo di emergenza popolare se e nella misura in cui iniziamo a concepirci noialtri per primi dirigenti del movimento che costruisce una società superiore. Possiamo costruire la via che dà prospettive, risposte, speranze e fiducia all’esercito di disperati che la crisi produce e che la borghesia spinge alla guerra, come vittime o come carnefici, a loro volta, di altre vittime come loro. Possiamo tutto. Dobbiamo metterci nelle condizioni per farlo. Dobbiamo trasformarci intellettualmente e moralmente per farlo. Dobbiamo farlo noi, perché la strada che le masse popolari del nostro paese imboccheranno di fronte al bivio “guerra o rivoluzione” dipende da ognuno noi.

“Parlate sempre del (n)PCI su Resistenza…”. Si, perché è l’embrione del partito che costruisce, attorno a sé, il nuovo potere. E’ quanto esiste oggi di avanguardia organizzata nella lotta per la costruzione della rivoluzione socialista è lo stato maggiore della guerra popolare rivoluzionaria che dobbiamo opporre alla guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari. Il 4 ottobre ricorre il decimo anniversario della fondazione del (n)PCI. A tanti dirà niente, ad alcuni dirà poco, a chi vuole cambiare il mondo dice tanto. Si avanza nella liberazione combattendo, ci si libera dal vecchio potere costruendo quello nuovo.

Eliminazione dell’art. 18, il chiodo fisso del padronato italiano. L’art. 18 non è una questione simbolica, ma politica. Eliminarlo vuol dire dare mano libera ai padroni nell’eliminare dalle aziende i lavoratori più combattivi. Chiunque ha esperienza di fabbrica sa quanto il rispetto dei diritti e degli interessi dei lavoratori è dovuto alla generosità, all’intelligenza e al coraggio dei lavoratori combattivi, sa che bastano anche pochi operai combattivi, ben orientati e capaci di fare azione di massa per cambiare l’atmosfera e i rapporti in azienda. L’accanimento contro l’art. 18 conferma il ruolo decisivo che hanno gli operai avanzati nella lotta contro la crisi, i suoi effetti e i suoi responsabili. Gli operai avanzati sono il principale ostacolo che i padroni incontrano nella loro marcia per spremere i lavoratori, per ristrutturare, chiudere, gestire le aziende in libertà (oltre che per devastare l’ambiente e spremere soldi alla Pubblica Amministrazione), sono il principale ostacolo nella loro “guerra contro il resto del mondo”.

 

Sciopero a rovescio

In un’intervista su l’Espresso del 26.09.14, Landini afferma di voler intraprendere forme di lotta incisive e innovative, fra cui una forma di sciopero che coinvolge non solo i dipendenti privati, ma anche disoccupati, cassintegrati, precari a prendersi cura di ciò che è lasciato in malora e in decadenza. Richiama a proposito l’esperienza delle Reggiane degli anni ’50, “un’azienda, che aveva 12 mila addetti, occupata per un anno dai dipendenti. Oltre a costruire da soli dei trattori, gli operai si inventarono, appunto, lo ‘sciopero a rovescio’ e riassettarono gli argini del Po”. Aggiunge anche che tali forme di mobilitazione potrebbero combinarsi con lo sciopero “tradizionale” (astensione dal lavoro). Con noi il segretario della FIOM sfonda una porta aperta: nelle Tesi approvate dal nostro III Congresso abbiamo indicato gli scioperi a rovescio come una delle vie per rendere ingovernabile il paese ai governi della Repubblica Pontificia e fargli così ingoiare un governo d’emergenza popolare; in alcuni casi li abbiamo organizzati, in particolare a Napoli e a Cecina (LI). La nostra esperienza, circoscritta, ci ha posto il problema della remunerazione di chi li fa (oltre che della dotazione di strumenti per svolgerli).

Ma noi non siamo la FIOM, che può contare su decine di migliaia di iscritti e centinaia di migliaia di simpatizzanti e sostenitori, sul prestigio e sull’autorevolezza, sulle relazioni con ampi e radicati movimenti democratici. Quello che una iniziativa simile può innescare è una mobilitazione che unisca e organizzi su vasta scala cassintegrati, disoccupati e precari e dimostri che di lavoro ce n’è per tutti. Come su vasta scala porrà la questione di chi lo deve svolgere e a quali risorse attingere: anche negli scioperi a rovescio il lavoro deve poi essere pagato  e questo giocoforza richiede anche iniziative di rottura (autoridursi di bollette, ticket sanitari, ecc., indurre con le buone o le cattive le banche a fare crediti: a fare per le attività socialmente utili decise dai disoccupati e dai lavoratori organizzati quello che fanno già normalmente, ma per speculatori e altri ricchi clienti). Niente che possa marciare sulle gambe oscillanti di Landini (tanto vero che nel documento conclusivo dell’Assemblea dei delegati FIOM di Cervia del 26 e 27 settembre dello sciopero al rovescio non vi è traccia). Ma sulle gambe dei gruppi di operai avanzati che stanno nella FIOM e dei disoccupati e cassintegrati che metteranno in moto, sì. 

 

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