Era partito come un trattato internazionale segreto, il TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), il contenuto si è via via chiarito grazie al lavoro di “traduzione” delle bozze preliminari di intesa a cura della rete di organismi, associazioni e movimenti che vi si oppongono e che in Italia sono riunite in un coordinamento (http://stop-ttip-italia.net). In ballo, per i paesi che lo sottoscriveranno, c’è la sottomissione a una legge extraterritoriale, internazionale, che prevede la costituzione di una sorta di tribunali speciali (arbitrati) deputati a far valere le ragioni delle multinazionali dove e quando i loro interessi siano minacciati da leggi dei singoli governi. Di esempi di funzionamento, di precedenti, ce ne sono già di importanti e gravi “Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perù. Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige alla Germania per la sua ‘svolta energetica’, che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare” (da Resistenza n. 2/2014). La ratifica del TTIP è la regolamentazione (che vale come una sorta di sicurezza) su vasta scala del diritto al profitto sopra tutto, anche alle leggi nazionali.

E’ forse superfluo dire che per Renzi si tratta di una priorità, cioè a dire il vero si tratta di una priorità per i suoi burattinai. Di similare interesse “strategico” è la ratifica del TISA (Accordo di Scambio sui Servizi), la bozza di accordo segreto il cui contenuto è divenuto di pubblico dominio grazie a Wikileaks che lo ha svelato (l’Espresso, 19 giugno 2014), che prevede l’intesa su un piano di privatizzazioni “selvagge” che ogni governo sottoscrittore deve impegnarsi ad attuare. Cioè la spinta a trasformare in merce ogni bene e servizio pubblico che pure è stata la protagonista delle riforme economiche degli anni 80 e 90 in tutti i paesi imperialisti viene estesa a parti crescenti del mondo, viene sostenuta da leggi e vincoli internazionali.

TTIP e TISA sono due movimenti convergenti che i circoli della finanza internazionale promuovono per ampliare il campo e il raggio dei profitti. Si tratta di manovre che avranno da subito come effetto, oltre al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari dei paesi che li sottoscrivono, l’acuirsi della tendenza alla guerra per bande fra fazioni di capitalisti (non a caso i “paesi emergenti”, i BRICS, sono esclusi dalle trattative).

Il governo Renzi firmerà questi trattati, come farebbe o farà un qualunque altro governo che sia diretta espressione dei vertici della Repubblica Pontificia, la forza occupante del paese.

C’è poco da chiedere e implorare che non firmi, c’è poco da portare le buone ragioni collettive, c’è poco da appellarsi alla Costituzione e alla legislazione internazionale vigente. O meglio, le forze e la mobilitazione di quanti si attivano per evitare la ratifica, di quanti chiamano al rispetto della Costituzione deve alimentare quella mobilitazione diffusa in tutto il paese contro le privatizzazioni che sono già in corso, contro gli arbitri che avvengono già, contro le servitù militari e le altre forme di ingerenza degli imperialisti USA e delle multinazionali per cacciare il governo dei vertici della Repubblica Pontificia e costruire il governo di Blocco Popolare.

“Finite sempre a parlare di questo Governo di Blocco Popolare…”. Sì perché è l’obiettivo unitario e immediato che i lavoratori e le masse popolari devono perseguire già oggi, qui e ora. Per dare seguito concreto alle rivendicazioni che agitano in piazza. Altrimenti, la lotta contro il TTIP e il TISA finirà al classico modo in cui finiscono le giuste battaglie generali, slegate dalla pratica diffusa e di massa: seminerà scoraggiamento e rassegnazione, alimenterà quella stupida convinzione che la gente è troppo arretrata per capire l’importanza di quella battaglia. Il fatto è, come spesso accade, che mobilitarsi solo contro non entusiasma, non aiuta, non coinvolge. Fino alla vittoria, si dice nelle piazze. Ma la vittoria non può essere e non è la conservazione dell’esistente, è la conquista del futuro.

carc

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