direnkazova

Riportiamo l’esperienza dei lavoratori della Kazova, fabbrica tessile turca situata in un sobborgo di Istanbul, destinata dal padrone ad essere chiusa nel gennaio 2013 e che invece è stata presa in mano dagli operai, destinati dal padrone a essere licenziati. Non la riportiamo per fare un panegirico sulla bravura e combattività di questi operai, ma perché offre insegnamenti validi anche per gli operai che nel nostro paese sono impegnati nella battaglia per difendere i posti di lavoro (naturalmente adattandoli alle condizioni concrete caso per caso).

Decisi a vincere. 94 operai che aspettavano lo stipendio da mesi e che, anziché riceverlo, sono stati “pagati” con il licenziamento di massa, la serrata e la vendita dei prodotti, delle materie prime in magazzino e dei macchinari da parte del padrone. La Kazova era un’importante fabbrica tessile che esportava in vari paesi europei e negli USA, le condizioni di lavoro erano quelle “normali” per la Turchia: orario settimanale fra i più alti, salario di 300 euro, quanto poteva arrivare a costare sul mercato un maglione prodotto lì, che non consentiva una vita dignitosa. Di quei 94 operai, circa 30 si attivarono, principalmente promuovendo iniziative di protesta (presidio fuori dai cancelli).

Un salto in avanti. La svolta della loro mobilitazione arrivò grazie alla concomitanza di due fattori, il principale fu il contatto, la relazione e via via il legame con il movimento comunista turco. Il legame con le organizzazioni comuniste costò anche una campagna di criminalizzazione contro gli operai, accusati di essere fiancheggiatori dei terroristi, dato che una delle principali organizzazioni (DHKP-C) è stata inserita nella “lista nera” delle organizzazioni terroriste mondiali. Ma più che la campagna di criminalizzazione ebbe un ruolo la formazione, l’orientamento e la direzione attraverso cui il movimento comunista ha trasformato la mobilitazione che dalla difesa (chiedere, protestare) è passata all’attacco (prendere in mano la fabbrica). Tre sono stati i tentativi di occupazione della fabbrica e altrettanti gli sgomberi violenti da parte della polizia che si accaniva, in quei giorni, anche contro gli attivisti dei movimenti nati da Gezi Park che stavano dilagando in tutto il paese. E questo è stato il secondo aspetto che ha consentito il salto in avanti della mobilitazione degli operai della Kazova: la partecipazione al movimento di Gezi e l’esperienza di lotta condivisa con centinaia di migliaia di persone, operai, giovani, movimenti, compagne e compagni. Fra gli operai ce n’erano alcuni provenienti dai settori reazionari della società, chi dai Lupi Grigi (fascisti), chi dal partito di Erdogan ed era inizialmente anche abbastanza diffusa la convinzione che chi scendeva in piazza fosse un terrorista, retaggio della propaganda del governo. Ma con questa esperienza  gli operai stavano via via diventando un simbolo di lotta alla repressione poliziesca, agli effetti della crisi e allo sfruttamento: ciò ha alimentato il salto in avanti che stavano compiendo.

Occupare (fisicamente) la fabbrica. Alla fine l’occupazione è riuscita. Il 31 agosto non solo la fabbrica è stata occupata, ma il comitato operaio ha comunicato la volontà di riaprirla e autogestirla. I macchinari nuovi erano stati portati via dal padrone e quelli vecchi, rimasti, avevano le schede elettroniche asportate. Ma la fabbrica era loro e si sono mossi per riattivarla, vendendo alcuni macchinari per riparare i rimanenti, producendo maglie che sono state vendute nell’ambito dei presidi del movimento Occupy Gezi, con cui sono stati raccolti i soldi necessari a riavviare 3 linee di produzione. Infine hanno aperto un negozio a Istanbul dove vendono direttamente i prodotti.

Trasformarsi per vincere. Quando discutevano dell’autogestione della fabbrica emergevano tutte le contraddizioni ereditate dalla società turca e dall’influenza del capitalismo. Fra loro c’era chi concepiva l’autogestione come un’opportunità per diventare a sua volta padrone (e comprarsi il macchinone) e persino chi, avendo partecipato alla lotta fino a quel punto, sosteneva che i soldi raccolti dovevano essere divisi, insieme ai proventi della vendita dei macchinari, e ognuno ne avrebbe potuto fare quello che voleva. Ma la pratica vale più di mille parole, i risultati ottenuti fino a quel momento e le prospettive che erano visibili da quel capannone hanno spinto i lavoratori a fondare una cooperativa che ha come norma statutaria che tutti i soldi vengono divisi equamente e la parte restante reinvestita o destinata alle casse di resistenza dei movimenti e delle lotte operaie turche ed europee.

Uscire dalla fabbrica. Adesso sono loro a gestire la fabbrica in collettivo: hanno ridotto l’orario di lavoro (6 ore al giorno per 6 giorni) e triplicato il salario. Eppure questa esperienza non parla solo di migliori condizioni, parla prima di tutto del ruolo che la classe operaia ha assunto fuori dalla fabbrica. La partecipazione alle mobilitazioni dei lavoratori nel resto della Turchia (come a Soma, a sostenere le proteste degli operai dopo che centinaia di loro compagni di lavoro erano morti nell’esplosione della miniera), la raccolta di fondi di solidarietà (ad esempio a favore delle popolazioni colpite dal terremoto lo scorso anno) e, colpisce più di tutto, la costruzione di un “polo” culturale avviato con l’obiettivo di trasporre in attività artistiche la loro esperienza  che sta diventando un punto di riferimento per la cultura popolare: “Per anni lavorando 10 o 12 ore al giorno non siamo riusciti neppure a leggere il giornale, da qui il forte bisogno di un centro culturale dove acquisire una nuova visione del mondo, dove informarsi e acquisire conoscenze che mai abbiamo ricevuto. Del resto tenere gli operai ignoranti è lo strumento migliore per poterli sfruttare”. Ma sono attivi anche fuori dalla Turchia, combinando solidarietà e testimonianza: forniscono magliette alla squadre di calcio di Cuba e dei Paesi Baschi; hanno intrapreso un tour europeo (nel quale hanno toccato varie città italiane) con la volontà di scambiare esperienze con gli operai di altri paesi, fare il possibile per moltiplicare esperienze simili alla loro e stabilire nuove relazioni basate sulla solidarietà.

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