I comunisti sono quella parte delle masse popolari che ha deciso di impiegare le proprie forze, intelligenze, energie alla trasformazione della società, allo studio e all’applicazione di quelle leggi scientifiche attraverso cui il mondo si trasforma per contraddizioni e processi propri del capitalismo. Come il resto delle masse popolari hanno fatto le scuole della classe dominante, hanno vissuto e vivono sotto la sua cappa morale, vivono le contraddizioni di ogni altro elemento delle masse popolari, gli stessi travagli, le stesse difficoltà. Ma a differenza di tutti gli altri le affrontano con una concezione del mondo e con una morale nuove, cioè proprie del nuovo mondo che vogliono costruire e a cui dedicano la vita. E’ una contraddizione: come si fa a vivere, pensare, comportarsi secondo morale, principi, etica del mondo nuovo se siamo costretti, oppressi, trascinati nel vecchio? E’ una contraddizione che si affronta con la formazione alla concezione comunista del mondo, che è una scienza e come ogni altra scienza si studia e si rivela giusta solo alla prova della pratica, attraverso la sperimentazione.

I comunisti sono la parte migliore delle masse popolari. Non significa che chi non è comunista sia la parte peggiore, ma che è grazie all’orientamento e all’opera dei comunisti che il resto delle masse popolari possono compiere l’esperienza necessaria a emanciparsi. Ecco perché è così importante che i comunisti abbiano chiaro l’obiettivo di combattere in loro stessi (individualmente e collettivamente) l’influenza morale, intellettuale e materiale della classe dominante.

Quella che Gramsci chiamava riforma intellettuale e morale è un processo contraddittorio, tanto più doloroso, e lacerante quanto più è radicata l’influenza della classe dominante fra le nostre fila, in ognuno di noi. Ed è un processo entusiasmante ogni volta che ci lasciamo alle spalle un pezzetto del vecchio per conquistare un pezzetto del nuovo. Non è un percorso di autoperfezionamento: nessuno lo fa “per sé”, per “diventare migliore”, ma per essere un combattente migliore, un dirigente migliore, per diventare un comunista, per essere all’altezza delle responsabilità che ha assunto di fronte alla sua classe e, in definitiva, all’umanità che lotta per la sua evoluzione. In questo processo il Partito avanza, complessivamente. Questi avanzamenti “costano” anche perdite e passi indietro. Sono mesi che parliamo su Resistenza della Lotta Ideologica e delle scoperte che ne abbiamo tratto, degli insegnamenti, dei passi avanti. Oggi parliamo anche delle perdite e dei passi indietro. O meglio li trattiamo. Perché trattarli apertamente ci permette di parlare a quanti si pongono domande e cercano una via, cercano un senso, di fronte alla devastazione materiale e morale prodotta dalla crisi e dalla decadenza della classe dominante. Di facile non c’è nulla. Ogni cosa seria è difficile. Parliamo delle nostre difficoltà nella trasformazione non per indicare “cosa c’è di sbagliato” in questo o in quel compagno, ma per mostrare cosa c’è di giusto, genuino, sano, entusiasmante, vivo, contagioso nella lotta che stiamo conducendo per trasformarci in comunisti. Che ha come protagonisti compagni di lungo corso e giovani, soprattutto i giovani. Quelli a cui la borghesia propone come fosse normale di morire di abbrutimento e dipendenze, di morire per due spicci al servizio di un padrone “che gli dà da mangiare” o di arruolarsi nell’esercito e partire per missioni di guerra, di affermarsi in una improbabile carriera coltivando individualismo e arrivismo, di non avere scrupoli pur di trovare un posto al sole, anche se costa schiacciare altri.

Facciamo anche qualche passo indietro, ma in definitiva avanziamo. E stiamo imparando a trattare le questioni tipiche che caratterizzano anche la vita dei comunisti, come quella delle masse popolari fra sensi di colpa e “condanne”, fra falsi spiragli di affermazione e ricatti, oppressione materiale e morale. Vogliamo trasformare il mondo, per questo dobbiamo trasformare anche noi stessi.

Gli articoli che seguono servono a mostrare, “dal di dentro”, che la lotta per la trasformazione non ha esito certo, non ha scorciatoie, non fa sconti. Ma è, come il complesso dell’opera dei comunisti, ambito di lotta e di conquista, di costruzione e di sperimentazione. Il discorso vale per tutti coloro che cercano il modo migliore per mettere al centro della propria vita le aspirazioni, i sogni, le ambizioni che si coltivano finché non “mettono la testa a posto” e finiscono nella logica dei grandi numeri degli sfruttati, carne da macello o da cannone della classe dominante. Perché non esistono nicchie possibili, la crisi e la guerra entrano in casa, senza bussare, ovunque ognuno pensi di nascondersi.

Le dimissioni da tutte le responsabilità di un rivoluzionario di professione

“E’ da quando ho deciso, con entusiasmo e slancio, di diventare rivoluzionario di professione che in qualche modo sono lacerato dalla domanda “ho fatto la scelta giusta? E se poi non va bene?”. E’ una cosa che mi porto dietro fin dal principio e magari il più delle volte ho preferito nascondere anche a me stesso, speranzoso di trovare le risposte ai miei quesiti nella teoria che mi accingevo a studiare e nella pratica della nostra attività sul campo.

(…) Sinceramente non mi sento di essere in crisi, piuttosto oggi, che ho messo a fuoco per bene cosa comporta essere rivoluzionario di professione, cosa vuol dire davvero (e non a chiacchiere) mettere al centro della propria vita l’attività politica, mi accorgo di non avere la volontà (e non di non sentirmi adeguato) di continuare questo percorso, perché non è questo ciò che voglio della mia vita.

(…) E’ semplicemente questo che oggi mi fa fare un passo indietro e non altro; non si tratta di vedere solo le cose negative della nostra attività, ma piuttosto di aver preso piena consapevolezza attraverso la pratica di cosa vuol dire costruire la propria vita su basi nuove e non esserne disposto. In fondo in fondo all’oggi credo che sia più possibile la mia realizzazione individuale in questa società che quella delle masse popolari del nostro paese. Eppure mi sono lanciato con entusiasmo nella nostra impresa, a modo mio c’ho riflettuto e ho deciso di affidarmi (non fidarmi ciecamente) al collettivo, ho assunto nuovi compiti di responsabilità e mi sono predisposto ad introdurmi in un nuovo contesto, in cui sapevo di dover ricostruire tutto da capo: dal radicamento del Partito, alle relazioni sociali. Ho basato tutto sull’entusiasmo, sulla determinazione e sulla voglia di voler avanzare. In questi mesi però ciò che prima facevo con entusiasmo e passione è iniziato a divenire un peso sulle spalle, che non riesco più a sopportare. Ho iniziato a vivere e attualmente vivo la mia militanza politica come un peso, nonostante oggi il Partito mi metta in condizioni di potermene dedicare libero da lavoro. Questo mi fa stare male. Così come mi fa stare male, sentirmi in imbarazzo quando qualcuno mi chiede cosa fai nella vita e non saper esattamente cosa dover rispondere. (…) In tutto ciò, ho dovuto sempre avere per me la frustrazione di non poter avere dubbi, di non poter avere incertezze perché “sono un esempio da seguire”. Non ho mai avuto la “libertà” di  vacillare, ho sempre camuffato (nascondere la polvere sotto il tappeto), a lungo andare sono giunto all’esasperazione. Negli ultimi anni ho fatto passi in avanti, la pratica mi ha portato a diventare un “dirigente sul campo” (…) Ciò l’ho fatto con gioia, piacere e tanta soddisfazione, nessuno mi ha mai messo una pistola e m’ha costretto a dover fare una cosa piuttosto che un’altra, ma all’oggi mi sento di dover fare un passo indietro: non mi sento di essere un esempio da seguire, sono anche io una persona e come tale anche io voglio cercare di costruire la mia vita, ritagliarmi “una nicchia”, “un’isola felice”, “un’indipendenza” (chiamatela come volete) e non penso che di ciò me ne debba vergognare. Stai fuggendo, mi direte, stai disertando. Forse sì. Laddove fino ad oggi sono stato sempre in prima linea a lottare per gli altri, oggi sento l’esigenza di dover fare un passo indietro, e cambiare il rapporto principale e secondario nella mia vita, mettendo al centro la mia vita e come secondario l’attività politica. Sento l’esigenza di coltivare qualcosa di mio. E’ vero, anche lottare per fare la rivoluzione vuol dire lottare per me stesso, ma quando e come vedremo questi frutti? (…) Forse mi direte che sono un’opportunista se vi dico che fossero altri i rapporti di forza probabile che non arriverei a queste conclusioni, riuscirei a trovare stimoli ed entusiasmo guardandomi intorno, ma all’oggi non è così.

 Il Partito per me è stato importante, mi ha dato delle importanti possibilità e mi ha permesso di fare cose che altrimenti avrei sognato di poter fare e oggi a malincuore prendo la decisione di dimettermi da tutti i miei incarichi per potermi dedicare liberamente a me stesso, questa è la scelta definitiva che ho preso (…)”.

Emanciparsi dal senso comune

(…) Sono un membro delle masse popolari, vengo da una famiglia operaia con forti contraddizioni figlie delle condizioni di oppressione e abbrutimento a cui l’attuale ordine sociale condanna molte famiglie come la mia. E’ tuttavia una famiglia che ha un legame con la tradizione del movimento comunista che mi ha tramandato e che ho raccolto. Mi sono avvicinata al P.CARC in cerca di una scienza che mi aiutasse a comprendere le leggi della società e a guidare la mia azione nel “fare la mia parte”, nel “trovare il mio posto nel mondo”.

(…) Si impara a dirigere dirigendo così come si impara a combattere combattendo. Sembra una formuletta buttata lì, ma il senso pieno e concreto l’ho vissuto e lo vivo sulla mia pelle, su quella imperlata di sudore di mio padre, sessantacinquenne disoccupato e dalle parole piene di rabbia che mi rivolge quando mi dice che “la famiglia viene prima della politica”. Lui è sagomato dal senso comune che lo porta a pensare di potersi rifugiare nel focolare della famiglia mentre fuori infuria la tempesta della crisi, non comprende che la famiglia non è un rifugio, ma un moltiplicatore di contraddizioni. Ho visto chiaramente, negli sguardi talvolta sprezzanti talvolta compassionevoli del “senso comune”, che mio fratello disabile di vent’anni in questa società, in questo regime di relazioni sociali, verrà sempre e solo considerato un problematico esubero.

Queste sono le condizioni oggettive da cui parto e a cui la borghesia mi avrebbe condannato nonostante i miei sforzi, le mie capacità, la mia laurea ottenuta a pieni voti. Ma queste sono anche le condizioni sulle quali sto costruendo, con fatica e tanta passione, una concezione che mi faccia guardare ad esse non più con rabbia o disperazione, ma con la scienza necessaria a trasformarle.

(…) Qualcuno potrebbe pensare “Perché non ti limiti a fare il tuo, a dare il tuo piccolo contributo?” Ma io ribalto la domanda: perché limitarsi a un piccolo contributo quando ciò che possiamo fare è grande?

Il Partito trasforma ogni “piccolo contributo” di ognuno nella possibilità di dispiegare, al massimo delle proprie forze, tutto ciò che possiamo fare e dare alla causa del socialismo. Lo scatto morale, la scintilla che ha acceso in me il fuoco della trasformazione, è stata la fiducia che il Partito mi ha dato, affidandomi ruoli di responsabilità con i quali mi sono misurata non senza ansie e paure, almeno inizialmente. La borghesia fiacca lo spirito d’iniziativa, la tensione intellettuale e la potenza creatrice delle masse popolari, relegandole a eseguire compiti, abituandoci (come sono stata abituata io) a svolgerli con disciplina, ma senza comprenderne i motivi. Il P.CARC, al contrario, è formato da uomini e da donne che

costituiscono un collettivo unito da un obiettivo: costruire il Governo di Blocco popolare, ed è sulla base di tale obiettivo che i compagni vengono mobilitati, moralmente ed intellettualmente. E’ sulla base di questa fiducia e della consapevolezza che ciò che faccio non è finalizzato a dimostrare qualcosa a qualcuno, ma è un contributo al raggiungimento di uno scopo condiviso, che mi spinge a svolgere con serenità e serietà i miei compiti. Il percorso che sto facendo per diventare una dirigente comunista non è lineare, anzi fino a qualche mese fa non riuscivo nemmeno lontanamente a concepirmi una dirigente.

Lo scoglio principale era il non riuscire a concepire la possibilità di cambiare me stessa, trasformarmi per rendermi adeguata ai compiti che avrei potuto e dovuto svolgere, ma che non avevo il coraggio di assumermi. I motivi erano una combinazione di insicurezze originate dal senso comune del “vorrei ma non posso, in fondo faccio quel che posso e va bene così…” e di paura di mettermi alla prova, di essere giudicata per quello che mi accingevo a fare. Concepivo il rapporto con il Partito come se fosse il padrone a cui dover rendere conto, o il professore con cui fare bella figura all’esame, consideravo la possibilità di sbagliare come un fallimento personale che mi mortificava, mi annichiliva e, in definitiva, mi rendeva immobile; pensavo principalmente a quello che potevo fare perché ero in grado di farlo piuttosto che a quello che potevo imparare a fare (con gli ampi margini di errore che sta nell’ordine delle cose che facciamo per la prima volta) e che era utile al Partito. Rispondevo a una morale soggettiva e non collettiva perché il mio approccio all’impegno politico soffriva, ancora, di quell’opportunismo che apprendiamo nelle relazioni della società borghese, che ci spinge a fare le cose, a svolgere i nostri compiti più per soddisfazione personale che per reale comprensione della causa e della sua importanza. Significa imparare a mettersi in discussione e a trattare le contraddizioni che abbiamo dentro di noi per imparare a trattare quelle in “seno al popolo”, significa lottare contro l’atteggiamento sbagliato di non discutere le questioni, i limiti e i dubbi che ci attanagliano all’interno del collettivo: è una tendenza nociva perché compromette l’unità ed è potenzialmente “fatale” per il singolo compagno perché, alla lunga, lo fa scoppiare (con tutte le conseguenze del caso). Noi dobbiamo sforzarci di trattare le questioni, fino in fondo, con il dibattito franco e aperto che è lo strumento dei comunisti per affermare le idee giuste sulle idee sbagliate, dobbiamo usarlo per sconfiggere la tendenza malsana a nascondere i problemi “sotto al tappeto”.

La mia lotta è iniziata proprio da lì, decostruire la mia concezione e mentalità, mettere in discussione le mie priorità fino a cambiarle per il bene e l’interesse del Partito, che sintetizza e racchiude gli interessi collettivi.

 (…) Prima di entrare nel P.CARC sentivo di essermi realizzata pienamente perché, da membro delle masse popolari quale sono, ero riuscita a iscrivermi all’Università, a dare tutti gli esami necessari al mantenimento della borsa di studio con ottimi risultati, a guadagnarmi una relativa indipendenza e a fare politica (per quel che bastava a me stessa e a sentirmi “brava”). Eppure ero infelice.

Ero infelice perché trattavo in maniera inadeguata i miei problemi familiari da cui mi sentivo schiacciata, non vedevo soluzioni e mi facevo dirigere dalle concezioni arretrate del “i panni sporchi si lavano in casa”, insomma non trattavo le questioni né con me stessa né tanto meno con il collettivo. Guardavo a quei problemi concependoli come una “croce” posta sulle mie spalle che, per fatalità, mi sarei dovuta portare dietro per sempre. Il senso comune mi aveva spinto a considerare, io stessa, mio fratello un problematico esubero. Nel momento in cui ho iniziato a intraprendere il mio percorso di critica, autocritica e trasformazione ho anche iniziato a guardare alla mia vita familiare come un ambito della lotta di classe in cui intervenire da dirigente e ho iniziato a farlo (…). 

Ovviamente è una lotta dura per sconfiggere i retaggi di un senso comune che mi vorrebbe a casa a prendermi cura della mia famiglia e non a fare politica, dal falso delle concezioni che vorrebbero che guardassimo ai nostri limiti e turbamenti come un qualcosa che dobbiamo imparare ad accettare perché rispondono alla nostra natura e non come a un’occasione di sviluppo del meglio che c’è in noi stessi. Dalla lotta per guardare alle cose non per quello che sono adesso ma per quello che possono diventare. Ma sono i risultati che ottengo da questa lotta che mi fanno guardare con serenità e fiducia al futuro che stiamo costruendo, questa è la forza con cui, nonostante la cappa di oppressione che mi porto dietro, mi assumo, oggi, ruoli dirigenti e mi rendo disponibile ad assumerne altri.

Spesso mi sento dire che le mie sono illusioni, talvolta veniamo presi per folli perché siamo in “quattro gatti” e non possiamo pensare di fare quello che diciamo. Se siamo pochi dobbiamo impegnarci ancora di più per favorire ed incoraggiare il reclutamento di nuovi compagni, questo significa non fermarsi al mero dato empirico, ma essere costruttori, creatori del nostro domani partendo, consapevolmente, dalle condizioni attuali, valutando e pianificando interventi adeguati a migliorarle per renderle il germe dello sviluppo.

(…) La crisi in corso, nella sua fase acuta e terminale, sta dipanando in maniera sempre più netta le due linee, le due strade, la strada della borghesia imperialista e la strada della classe operaia che raccoglie e sviluppa l’eredità di coloro che, con sacrificio, dando la loro vita, ci hanno lasciato la missione, il compito, di fare di questo paese un paese socialista. Non esiste mediazione, sta a noi decidere da che parte stare, sta a noi fare la scelta tra ciò che è giusto e ciò che è facile. Trasformarsi, significa in primis conquistare se stessi alla causa del comunismo per conquistare gli altri. Questa è l’essenza della libertà di cui godiamo noi comunisti, scegliere consapevolmente cosa fare della propria vita, è così, nel Partito, che ho trovato il mio posto nel mondo.

La responsabile del collettivo Agitazione e Propaganda della Festa della Riscossa Popolare di Massa

Fermi non si rimane, un passo indietro o un passo avanti

Caro compagno,

come promesso ti scrivo per riprendere i passaggi del mio percorso personale e politico degli ultimi mesi che tanto ti avevano colpito nella nostra ultima discussione, soprattutto per quanto riguarda la mia scelta di diventare rivoluzionario di professione: una figura che ti suonava “fuori moda” e anche un po’ strana, ma per cui mi hai fatto i complimenti. (…)

Venivo da un periodo relativamente lungo di difficoltà, causato dalla mia poca padronanza della concezione e dalla conseguente pratica sbagliata nell’affrontare le contraddizioni, questo nonostante mi fossi affidato al collettivo di riferimento non nascondendo mai i problemi e trattandone apertamente: lo scoglio, per me, era far conseguire l’azione alle belle parole che dicevo con i compagni. Continuavo però a mettere in secondo piano l’attività politica per cercare di risolvere i miei problemi personali, principalmente familiari ed economici, e questo mi aveva portato, oltre che fuori strada, ad essere posto “sotto osservazione” da parte del partito. La Lotta Ideologica Attiva è stata la molla che mi ha spinto definitivamente a rompere gli indugi,  spronandomi ad assumere nuovi ruoli e responsabilità sia in sezione che a livello federale, dedicandomi soprattutto ad un settore – il Lavoro Operaio e sindacale – a cui tenevo particolarmente per l’importanza strategica che riveste, per esserlo in prima persona, per provenire da una famiglia di operai e contadini e per aver subito anni di repressione continua da parte del padrone per il mio impegno sindacale. Nel momento in cui ho posto con decisione al primo posto l’impegno politico, mettendo in secondo piano i rapporti personali (familiari, di coppia, relazioni sociali), ho fatto praticamente passi avanti, mettendo in chiaro con i miei congiunti che non mi sarei più occupato a

tempo pieno dei guai che li stavano travolgendo (e che di fatto mi avevano portato all’inattività) perché era prioritario che mi dedicassi al partito, proprio nell’ottica di cambiare la situazione, eliminare le condizioni che creano quei problemi a loro e ad altri milioni di persone come loro.

Il lavoro politico è ritornato ad essere regolare e fruttuoso, fatto con entusiasmo e metodo allo stesso tempo e ora si stanno aprendo molte linee di sviluppo, mentre i miei congiunti hanno iniziato a mobilitarsi autonomamente e pian piano stiamo ponendo rimedio ai loro problemi, sempre con un mio supporto ma esterno, limitato e subordinato alle esigenze dell’attività politica. E’ un primo passo che hanno fatto con metodi ancora limitati dall’uso del senso comune, ma li ho spinti a mobilitarsi partendo dal non delegare solo ad altri le soluzioni e le responsabilità ma ragionandone collettivamente. Abbiamo ottenuto questi risultati attraverso una lotta che a tratti è stata aspra e dura, perché di una lotta si tratta, che continua ancora e che sono deciso a vincere per il bene di tutti.

Un altro passaggio importante è stata la partecipazione alla Festa della Riscossa Popolare di questo agosto a Massa, lavorando alle responsabilità che mi erano state affidate e aiutando dove c’era bisogno senza recriminazioni e in modo costruttivo, mettendomi a disposizione senza riserve per rilanciare il lavoro del partito, assieme ad altri compagni che stavano intraprendendo la stessa strada con il medesimo spirito e cercando di aiutare altri compagni indecisi, in difficoltà o soltanto “inesperti” a fare un passo in avanti (invece che uno indietro), spingendo sempre verso soluzioni positive: per me che come ben sai avevo un carattere abbastanza “tenebroso” è stata una novità, adesso lo faccio quotidianamente ed in ogni situazione mi trovi, portandomi sempre dietro un pizzico della felicità che ho vissuto in quei giorni intensissimi densi di insegnamenti che hanno rappresentato l’inizio di “cambiamento di rotta”.

(…) Un altro fattore importante di cui mi preme parlarti è il percorso di conoscenza e assimilazione, la formazione, degli strumenti teorici necessari a padroneggiare sempre più la concezione comunista del mondo.

Anche questo è un campo di battaglia, siamo disabituati allo studio e ciò lo rende più difficile da affrontare. Te ne parlo anche perché ti prepari a seguire il corso sul Manifesto Programma, il cui potenziale teorico è “destabilizzante” nel senso che scuote dalle fondamenta le basi del senso comune e, oltre a svelare il mare di menzogne in cui siamo immersi, dà la prospettiva luminosa della società in cui realizzeremo le nostre aspirazioni migliori senza doverci vendere o chinare la testa a qualcuno, la società socialista, e la strategia per arrivarci. E’ anche grazie a questo che io ho trovato la mia strada e che, sono sicuro, ci farà raggiungere da altri elementi generosi e combattivi delle masse popolari che cercano una via d’uscita positiva al marasma che ci circonda. (…)

Concludo ricordandoti il nostro scambio di battute finale sulla mia scelta di vita, che hai definito il traguardo a cui ambivo da quando ci conosciamo e facevamo attività politica insieme. Questo non è che una tappa, il traguardo sarà il socialismo che instaureremo in Italia e in cui noi potremo realizzare tutti i sogni che la parentesi tenebrosa che stiamo attraversando (e combattendo) ci nega, ma da cui possiamo vedere già i primi spiragli di luce.

Un compagno della sezione di Firenze

Ci arriveremo, proprio perché non c’è altra via…

Credo che a ognuno di noi in certi momenti sembri inverosimile che riusciremo a mobilitare e organizzare le masse popolari a un livello tale da trasformare il paese (e con questo l’Europa e il mondo, perché il primo paese imperialista che spezza le catene apre la strada agli altri). Allo stesso modo può sembrare impossibile che un comitato di lavoratori “prenda in mano” l’Alitalia o la Piaggio o l’ILVA: si occupi di dare continuità alla sua esistenza (ed elevare il suo livello) come centro fornitore di servizi, come collettivo di lavoratori e come centro di orientamento e organizzatore del resto delle masse popolari (come attore del nuovo sistema di relazioni sociali e come istituzione del Nuovo Potere). Eppure per uscire dal marasma attuale non c’è altra via e quindi ci arriveremo.

In ogni fabbrica agli operai sarà tanto più facile farlo quanto prima incominceranno, quanto più anticiperanno il padrone, incominceranno quando ancora lui non ha pensato come impiegare altrimenti il suo capitale e quindi è interessato a che la fabbrica funzioni e quindi ingoierà che un comitato di operai se ne occupi [ndr: è quello che dicono, a modo loro, anche gli operai della Piaggio nella lettera a Maurizio Landini che pubblichiamo in questo numero di Resistenza].

La società imperialista è arcimatura per il socialismo: ha tanto maturato i presupposti del socialismo e le forze produttive necessarie per instaurare il socialismo, che il tutto marcisce. E’ così possibile e necessario sostituire alle aziende capitaliste aziende pubbliche che producono beni e servizi (che i lavoratori organizzati riconoscono come necessari alla vita dignitosa della popolazione) che non farlo genera la distruzione dell’apparato produttivo; è così necessario e possibile sostituire a un sistema di relazioni internazionali basato sulla concorrenza e la competizione tra paesi un sistema di relazioni internazionali basato sulla collaborazione, sulla solidarietà e lo scambio tra paesi che non farlo porta alla moltiplicazione dei focolai di guerra. E’ così necessario e possibile produrre beni e servizi in quantità corrispondente alle necessità e quindi secondo un piano che non farlo provoca l’inquinamento e la devastazione del pianeta. E’ così necessario e possibile ridurre il tempo che ogni  uomo dedica alla produzione e la partecipazione crescente alle attività propriamente umane che non farlo genera la disgregazione sociale, l’abbrutimento, la moltiplicazione di disoccupati, precari ed emarginati accanto a lavoratori sfruttarti come schiavi.

Proprio perché non c’è altra via, ci arriveremo. Quando e come dipende da come lavoriamo e anche da circostanze che non determiniamo noi. Ma ci arriveremo, perché non c’è altra via per uscire dal marasma presente che la borghesia imperialista e il suo clero con possono che aggravare, costrette come sono dalla crisi generale del sistema di cui sono i funzionari e gestori.

Quanto a noi, se dieci volte ci troveremo in un vicolo cieco, dieci volte riprenderemo daccapo il nostro lavoro. Se dieci volte ci troveremo in una situazione disordinata di relazioni e compiti tra organismi e tra compagni (come è in questo momento), dieci volte dipaneremo la matassa e troveremo modo di raggiungere un livello superiore di efficacia.

La responsabile del Lavoro operaio e sindacale

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