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In Scozia si è appena concluso il referendum sulla secessione dal Regno Unito, con la vittoria a stretta misura dei NO che ha fatto tirare un sospiro di sollievo alla classe dirigente britannica e a buona parte dei circoli della finanza internazionale (anche Obama è intervenuto a favore del NO). In Sardegna (dove la NATO svolge le principali esercitazioni e addestra l’esercito sionista, interi territori sono grandi poligoni e il suolo è avvelenato dalla più alta concentrazione di uranio impoverito di un paese che la NATO non ha bombardato) la lotta contro l’oppressione nazionale e la sudditanza agli imperialisti USA e contro la crisi economica sono confluite nella manifestazione popolare contro la base militare di Capo Frasca, con migliaia di persone che hanno fatto irruzione dentro i recinti della base. In Catalogna a metà settembre due milioni di persone hanno manifestato a Barcellona per l’indipendenza.

Qual è la linea che i comunisti devono seguire di fronte alla lotte per l’autodeterminazione delle piccole nazioni senza Stato? Pubblichiamo gli stralci di un supplemento a Rapporti Sociali n. 34 del gennaio 2004 dedicato a questo tema (la versione integrale è disponibile su www.nuovopci.it/scritti/varie/adetnaz.html).

“Noi comunisti italiani sosteniamo le lotte per il diritto all’autodeterminazione nazionale anche nei paesi imperialisti. Perché? Il diritto all’autodeterminazione nazionale (che ovviamente comprende il diritto alla secessione ed a costituire uno Stato indipendente: si tratta dunque di una cosa ben distinta dall’autonomia locale) è uno dei diritti democratici delle masse popolari. Ebbene, la difesa e l’allargamento dei diritti democratici delle masse popolari nei paesi imperialisti costituiscono un aspetto irrinunciabile della nostra lotta per creare dei nuovi paesi socialisti e per avanzare verso il comunismo sotto le bandiere del socialismo.

Durante il suo sviluppo e la costruzione del suo sistema sociale nell’Europa occidentale, vale a dire nel periodo che si estende dal XII al XIX secolo, la borghesia ha creato i suoi Stati nazionali. Spinta dai bisogni dei suoi affari e dei suoi scambi, la borghesia ha cercato di creare dei mercati e dei campi d’azione sempre più larghi e di trasformarli secondo i suoi bisogni. Essa ha sfruttato l’eredità culturale e politica che la storia le trasmetteva per eliminare le barriere tra i popoli e fra le regioni. Dove ereditava un’unità politica, ha sfruttato questa unità già esistente per unificare le popolazioni di grandi territori anche sul terreno dell’attività economica, della lingua, del diritto civile e penale, della cultura e in tutte le relazioni che formano la “società civile”. Dove non c’era ancora unità politica, ha cercato di crearla su scala più larga possibile, mirando a comprendervi tutte le popolazioni che rientravano nella sfera della sua attività economica. In un modo o in un altro ha obbligato delle popolazioni fra loro diverse a formare una sola nazione. È innegabile che le nazioni attuali dell’Europa occidentale sono formazioni economico-sociali costruite nel corso del periodo compreso fra il XII e il XIX secolo. Questo deve essere detto di fronte a chi pensa che le nazioni attuali siano basate su un legame di sangue o su altre caratteristiche naturali, psicologiche, fisiche, mistiche che affonderebbero le loro radici in un passato lontano.

In generale, le attuali nazioni dell’Europa occidentale non sono state formate per aggregazione, federazione o fusione di diverse popolazioni. Al contrario, si è trattato di un processo di conquista, di sottomissione, d’annessione, d’assimilazione, fino a cancellare la lingua, le abitudini, i costumi e a dissolvere le reti di relazione locali. Questo metodo rispecchia bene la natura del capitale: il capitale più forte sottomette e assorbe i capitali più deboli. La creazione del sistema coloniale e le guerre fra Stati nazionali europei che hanno insanguinato l’Europa e il mondo sono state le espressioni più elevate ed estreme di questo processo di conquista, di espansione, di sottomissione, di assimilazione che ha creato gli Stati nazionali dell’Europa occidentale e che ha cancellato molte delle varietà sociali che esistevano in  Europa all’inizio del XII secolo.

Per ragioni diverse ma ben determinate in ognuno dei casi, anche nei territori sottomessi ai più grandi Stati nazionali europei, ci sono tuttavia delle piccole nazioni che in qualche misura sono sopravvissute a questo processo di cancellazione della loro identità. Esse sono sopravvissute abbastanza a lungo perché la loro resistenza arrivasse a congiungersi e fondersi con la lotta che le masse popolari delle grandi nazioni europee e derivate, delle colonie e delle semicolonie sviluppavano su scala via via più larga contro l’ordine sociale borghese e contro il sistema imperialista nel quale l’ordine sociale borghese è sfociato.

Questa lotta in continuo sviluppo è ciò che si chiama movimento comunista.

Il movimento comunista ha condotto le grandi masse popolari a compiere, per la prima volta in tutta la storia del genere umano, un’azione politica autonoma dalle classi dominanti: nel caso specifico autonoma dalla borghesia e dalle altre classi reazionarie. Di conseguenza ha dato un nuovo impulso anche alla resistenza delle piccole nazioni. A partire da questa congiunzione, la resistenza delle piccole nazioni è diventata una lotta per l’autodeterminazione nazionale, mentre prima era una lotta per ritornare al passato o per perpetuarlo. Essa ha acquisito una nuova natura creata dal contesto diverso nel quale s’inquadra. Non è un caso che le piccole nazioni di cui parliamo si aprirono ad una nuova vita tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, quando iniziò l’epoca delle rivoluzioni proletarie. Non è un caso che la lotta di queste piccole nazioni per la loro sopravvivenza ha cessato allora di essere una lotta diretta dal clero, dalla piccola nobiltà locale e da altre classi e da strati reazionari e ha cessato di avere come programma la conservazione o la restaurazione di un mondo passato ed è diventata una lotta sempre più posta sotto la direzione della borghesia nazionale, dei lavoratori autonomi (contadini e artigiani) e degli operai la cui aspirazione anche soggettiva è più o meno chiaramente volta alla creazione di una nuova società, necessariamente superiore alla società borghese. Il movimento di queste piccole nazioni quindi fa ormai parte del movimento comunista in quanto movimento pratico di sovversione e di superamento della società borghese.

Quando è che il movimento comunista ha compreso che la lotta per l’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni dei paesi imperialisti aveva acquisito questa nuova natura e che era diventato parte di se stesso? Suppergiù all’inizio dell’epoca imperialista, quando comincia l’epoca delle rivoluzioni proletarie e la classe operaia assume il ruolo di dirigere tutte le altre classi delle masse popolari dei paesi imperialisti e le guida ad abbattere lo Stato borghese, crea dei paesi socialisti e comincia in quanto paese socialista a camminare verso il comunismo. E’ nello stesso periodo che il movimento comunista assume come componente di se stesso anche la lotta dei popoli delle colonie e semicolonie per abbattere il sistema coloniale, la lotta delle donne per la loro emancipazione, la lotta contro la discriminazione razziale, ecc. Tutto questo fa parte del leninismo, quindi del marxismo-leninismo, la seconda tappa del pensiero comunista.

Ovviamente noi andiamo verso una fusione a livello mondiale di tutte le nazioni e di tutte le razze in un solo organismo sociale. Ci sono però due maniere ben distinte per andare da qui verso la futura fusione.

Prima: la maniera borghese. La sua essenza è la sottomissione delle nazioni e dei popoli più deboli, la loro oppressione e la loro cancellazione.

Seconda: la maniera proletaria. La sua essenza è la mobilitazione a tutti i livelli d’ogni strato delle masse popolari per allargare i suoi diritti e le sue pratiche democratiche e risolvere i problemi del suo sviluppo civile collaborando con le masse popolari di tutte le nazioni per costruire insieme una società mondiale più avanzata.

La concezione fin qui illustrata obbliga noi comunisti a seguire due linee differenti a seconda della nostra posizione pratica. Ma entrambe queste linee rientrano nell’internazionalismo che è parte costituente incancellabile della nostra concezione della società.

I comunisti delle nazioni dominanti devono appoggiare senza riserve né condizioni il diritto delle piccole nazioni dei paesi imperialisti all’autodeterminazione e questo fino alla secessione e alla costituzione di uno Stato indipendente (ovviamente il diritto al divorzio non vuole dire che si è obbligati a divorziare!). In particolare per noi comunisti italiani penso alla nazione ladina, sud tirolese, della Valle d’Aosta, sarda, occitana, albanese, greca. Noi dobbiamo sostenere le organizzazioni che lottano per far riconoscere questo diritto. Non dobbiamo far venire meno il nostro appoggio quali che siano le forme di lotta che esse impiegano: se sono efficaci è sicuro che la borghesia imperialista, che è sistematicamente maestra del terrore contro le masse popolari, le classificherà come “terroriste”.

I comunisti delle piccole nazioni devono mettersi alla testa delle masse popolari anche nella lotta per il diritto all’autodeterminazione nazionale, così come devono mettersi alla testa delle lotte per difendere ed allargare gli altri diritti democratici delle masse popolari e delle lotte economiche. Con la loro direzione devono portare gli indipendentisti a non guardare indietro, a non cercare di trarre la giustificazione dei loro scopi dal passato, dal misticismo o dal sangue. I comunisti delle piccole nazioni che non s’impegnano nella lotta in favore del diritto all’autodeterminazione nazionale lasciano la porta aperta ai gruppi e agli Stati imperialisti che sfruttano e strumentalizzano le rivendicazioni d’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni sottomesse a Stati rivali come armi nelle lotte interimperialiste, come mezzi di scambio nei loro accordi. Proprio attualmente vediamo i gruppi imperialisti USA, che negano con la forza qualsiasi diritto nazionale alle nazioni indiane, agli afro-americani, ai portoricani, che offendono l’indipendenza nazionale di centinaia di nazioni, che mantengono insediamenti militari e truppe in più di 140 paesi al mondo (su circa 200 repertoriati) e sono i gendarmi dell’ordine sociale borghese in ogni angolo del mondo, ebbene li vediamo ergersi proprio loro a paladini dei diritti nazionali degli albanesi del Kosovo e dei curdi del nord dell’Iraq (ma non dei curdi della Turchia orientale, almeno finché la borghesia turca obbedisce agli ordini!).

I movimenti per l’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni sono di fronte ad un bivio. Una via è quella della direzione delle masse popolari in mano alla borghesia nazionale, al clero e ad altri notabili locali: questi a loro volta sono legati da mille interessi alla borghesia imperialista della nazione dominante o d’altri paesi. È la via che porta il movimento indipendentista a subire le manovre e gli intrighi dei gruppi e degli Stati imperialisti. L’altra via è quella della direzione della classe operaia che coinvolge il resto del proletariato e delle masse popolari ed obbliga anche la borghesia nazionale, il clero e i notabili locali a trascinarsi al seguito del movimento indipendentista per non perdere l’appoggio delle masse popolari da cui essi traggono la loro forza contrattuale di fronte alla borghesia imperialista.  Essa implica anche una stretta relazione col movimento rivoluzionario delle masse popolari della nazione dominante”.

Giuseppe Maj

Commissione Preparatoria

del (nuovo) PCI

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