C’è una relazione fra la crisi economica che colpisce il nostro come tutti gli altri paesi del mondo (l’aumento della disoccupazione, il peggioramento delle condizioni di vita, i tagli ai servizi, i tagli alle pensioni, la chiusura o la delocalizzazione di aziende, le privatizzazioni, lo smantellamento della scuola pubblica e del Servizio Sanitario) e le cronache che ogni giorno arrivano dalle zone di guerra. Guerre lontane, ma neanche troppo: Medio Oriente, Palestina, Iraq, Libia, Ucraina… C’è una relazione, ma che relazione c’è?
Nessuna televisione ne parla, nessun giornale lo dice. Emerge solo, di tanto in tanto, che “a causa di questo o quel conflitto le azioni della data multinazionale salgono o scendono” o “è previsto l’aumento del prezzo del gas”. La relazione è in verità ben più stretta. Conoscerla serve non solo a capire cosa sta succedendo, ma permette di vederne la prospettiva, schierarsi e assumere un ruolo attivo. Possiamo incidere sul corso delle cose? Come? Con quali obiettivi?

La tendenza alla guerra. La società capitalista ha raggiunto un livello di sviluppo tale che la borghesia non ha più un ruolo positivo per il corso dell’umanità (come lo ha avuto dalla sua affermazione fino alla prima crisi generale del capitalismo, agli inizi del ‘900). Deve essere sostituita da una superiore forma di relazioni sociali, in cui non esistono la proprietà capitalista dei mezzi di produzione e, con essa, la libera iniziativa individuale dei capitalisti, la produzione di beni e servizi come veicolo della produzione di profitti, l’accumulazione di denaro, di titoli di credito e di capitale come legge generale delle relazioni sociali. Questa trasformazione non avviene spontaneamente o “per caso” dato che la comunità dei capitalisti (cioè i proprietari dei mezzi di produzione) fanno e faranno di tutto per impedire di essere espropriati della loro proprietà, del loro potere e dei loro privilegi. Il fatto è, però, che allo stato delle cose la proprietà capitalista dei mezzi di produzione è una catena, un freno allo sviluppo della società e una minaccia per la sua sopravvivenza. La crisi in cui siamo immersi (da metà anni ‘70, ma dal 2008 è entrata nella fase “acuta e irreversibile”, cioè nella fase finale e distruttiva) spinge e costringe ogni gruppo imperialista non solo a sfruttare gli operai, spremere le masse popolari e devastare il pianeta, ma a combattere contro altri gruppi imperialisti per assicurarsi i margini di profitto sui suoi capitali investiti (valorizzazione del capitale), per conquistare lo “spazio vitale” ai suoi affari. La guerra mondiale è il modo con cui i capitalisti hanno fatto fronte alla prima crisi generale (in verità non furono sufficienti le distruzioni della prima Guerra Mondiale, il lavoro fu “concluso” solo con la seconda).

Il socialismo è quel sistema di relazioni sociali in cui
– le aziende non producono profitti, ma beni e servizi che occorrono alla popolazione
– l’attività economica non è più nelle mani di individui o gruppi tesi ognuno a fare profitti per aumentare il suo capitale, ma si svolge sulla base di un unico piano elaborato e attuato con la massima collaborazione e integrazione possibile con analoghi piani di altri paesi, ha come obiettivo comune il massimo benessere materiale e spirituale della popolazione, si attua con la partecipazione attiva di tutti i lavoratori al massimo livello di cui ognuno è capace
– alla base della vita economica viene messo il possesso comune e la gestione collettiva e consapevole delle forze produttive da parte dei lavoratori associati
– viene promossa la trasformazione in massa dei proletari dal loro attuale stato di asservimento ai capitalisti allo stato di lavoratori intellettualmente e moralmente capaci di costruire una associazione che diriga la società.

L’alternativa alla guerra. Una nuova guerra mondiale è la direzione in cui ci trascina la comunità internazionale degli imperialisti europei, americani e sionisti, perché la soluzione dei suoi problemi la porta alla guerra. E la “necessità di guerra” dei gruppi imperialisti prima o poi porta alla guida degli Stati uomini decisi a fare guerra, con buona pace di quanti attribuiscono la guerra alla volontà e alle caratteristiche dei capi di Stato o prendono per buone le “parole di pace” dei Bergoglio e degli Obama di turno. Nel 1916 Wilson venne eletto dietro la promessa che gli USA non sarebbero entrati nella prima Guerra Mondiale, cosa che hanno puntualmente fatto poco più di un anno dopo, e altrettanto è accaduto nel 1940: allora Roosevelt fu rieletto sempre con la promessa che gli americani sarebbero stati alla larga dalla guerra, ma l’anno dopo gli USA entrarono nella seconda Guerra Mondiale!
Non esiste alternativa realistica e credibile alla guerra imperialista nel campo e nei confini della società e del sistema sociale capitalisti. L’unica alternativa è costruire un sistema di relazioni sociali in cui la produzione di beni e servizi e la loro distribuzione siano liberati e svincolate dalla proprietà privata capitalista e affidate alla proprietà collettiva. Da ciò discende una nuova organizzazione sociale che mette al centro le condizioni di vita (le esigenze, gli interessi, la cura) delle masse popolari.
O la rivoluzione socialista anticipa e scongiura il disastro della guerra imperialista (incanalando la mobilitazione delle masse popolari nel solco della rivoluzione) o la rivoluzione socialista si affermerà facendo fronte alla guerra imperialista (è questo il percorso attraverso cui si sono costituiti i primi paesi socialisti, a partire dall’Unione Sovietica).

Oggi come e più di ieri “il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione, che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, trust, associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi ‘signori del capitale’, o in forma di colonie o mediante la rete di sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri. Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, all’usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggior oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l’umanità deve passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le ‘grandi’ potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie” (Lenin, Il socialismo e la guerra, 1915, in Opere vol. 21).

Siamo già in guerra. Nel clima e nel contesto in cui dominano le teorie e l’opera di diversione della borghesia imperialista, oggi vanno per la maggiore quelle che tendono a escludere che al momento attuale sia possibile una guerra mondiale, argomentate in vario modo. Non ci interessa analizzarle e contrastarle, ci interessa promuovere un’analisi le cui conclusioni contengono una spiegazione dei tanti e convulsi movimenti sociali, dei tanti e dispiegati focolai di guerra che si accendono in ogni angolo del mondo, che contengono una indicazione sul che fare qui e ora. A breve, di colpo e in massa, le masse popolari del nostro paese e di altri paesi imperialisti scopriranno di essere chiamate in causa come carne da cannone, a difesa degli interessi di questo o quel gruppo imperialista e, a breve, gli effetti della tendenza alla guerra in atto spingerà milioni di persone a cercare soluzioni disparate. Ognuno fra coloro che hanno la falce e il martello nel cuore, ognuno fra coloro che hanno a cuore le sorti dell’umanità, ognuno fra coloro che per convinzioni e valori sono vicini alla causa dei popoli e aspirano a un’emancipazione collettiva, a una liberazione, è già oggi e sarà ancora di più a breve nella necessità di scegliere. Non solo da che parte stare (non ci sono già oggi e ce ne saranno ancora meno in futuro di “margini” per limitarsi a “fare il tifo”) ma anche come starci, cosa fare, che contributo dare, come partecipare attivamente alla costruzione del futuro luminoso che nasce dalle contraddizioni del presente infame e torbido. Sarà posto di fronte al bivio se combattere intruppato negli eserciti della borghesia (sotto varie forme: difesa della patria, guerra di civiltà, guerre umanitarie, guerre tra poveri, ecc.) o combattere nelle fila della guerra popolare rivoluzionaria.
Al di là delle chiacchiere, delle promesse, degli impegni, la realtà è che ogni gruppo imperialista opera già come se fosse in guerra: Marchionne lo ha anche proclamato apertamente. Per ora i gruppi imperialisti conducono la guerra in due forme.
La guerra di sterminio non dichiarata contro le masse di ognuno dei paesi imperialisti: con questa guerra peggiorano le condizioni di vita e di lavoro, eliminano le conquiste di civiltà e di benessere che le masse popolari hanno strappato quando il movimento comunista era forte, riducono o addirittura eliminano di fatto e dove riescono anche formalmente i diritti che esse avevano conquistato nelle istituzioni della democrazia borghese, devastano e inquinano il pianeta.
La guerra ampiamente dispiegata e in molte parti del mondo condotta già anche con mezzi militari (dall’Afghanistan alla Palestina, dall’Ucraina a vari paesi dell’Africa) per fare di tutto il mondo un terreno aperto al saccheggio e alla devastazione, sovvertire e disgregare i paesi (come ad esempio la Cina, la Russia, l’Iran, il Venezuela e altri) i cui Stati non collaborano o addirittura si oppongono alle loro scorrerie, ai loro affari e alle loro manovre.

In ogni paese imperialista, la sinistra borghese e recentemente anche il Vaticano (le dichiarazioni di papa Bergoglio sulla “terza guerra mondiale a pezzi” sono esemplari) cercano di distogliere l’attenzione delle masse popolari dalla prima forma di guerra, deviando la loro attenzione verso la seconda, a cui tuttavia le masse popolari non possono fare fronte e sono anzi impotenti, se non iniziano a combattere la loro guerra contro la classe dominante dei rispettivi paesi.

Per non subire la guerra dei padroni, bisogna organizzarsi per combatterla a modo nostro. Dopo che per decenni la principale manifestazione del protagonismo delle masse popolari contro la guerra di sterminio non dichiarata è stata la resistenza (la difesa dal processo di smantellamento dei diritti e delle conquiste, dalla condanna a condizioni di vita più infami, dalla mercificazione dei servizi, dalle privatizzazioni, dalla devastazione ambientale, ecc.), da quando la crisi è entrata nella fase acuta e irreversibile i risultati della resistenza si sono sempre più ridotti, con le frustrazioni e la rassegnazione che questo genera e lo spazio che apre all’egemonia della destra borghese. La fase che viviamo è quella in cui le masse popolari devono prendere coscienza del processo in atto e organizzarsi per combattere la guerra con propri obiettivi, con proprie organizzazioni, con propri mezzi, combattere per costruire un sistema sociale nuovo, il socialismo. Per alcuni è difficile anche solo pensarlo, oltre che a farsi. Come si organizzano milioni di persone attorno a un obiettivo tanto ambizioso? Come si selezionano e si formano le forze che devono combattere questa guerra?

Le condizioni oggettive vanno tutte in senso favorevole alla nostra azione. In particolare la classe dominante, oltre che essere lacerata da contraddizioni proprie (cioè dalla tendenza a scontrarsi fra fazioni del suo stesso campo) è lacerata dalle contraddizioni fra essa e le masse popolari dei rispettivi paesi e dalle contraddizioni fra essa e le masse popolari dei paesi che opprime (ne sono esempio la situazione in Palestina e i sommovimenti generali in Medio Oriente). La borghesia può contare sulla posizione di dominio che ricopre, sul possesso dei mezzi di informazione, formazione e manipolazione delle coscienze e dei sentimenti, sul monopolio della violenza, sull’esistenza di forze armate regolari e irregolari (mercenari e squadre fasciste). Ma il consenso delle masse popolari al suo operato si riduce a vista d’occhio (l’esito delle elezioni ne è un indice efficace). In ogni paese la questione si manifesta in forme proprie e si manifesta tanto più quanto più è importante il ruolo che il governo del dato paese ricopre nella comunità internazionale. Un esempio su tutti, gli USA.

Non solo le grandi mobilitazioni anticapitaliste degli anni passati (“Occupy”), non solo le mobilitazioni dei lavoratori di tutti i settori che si susseguono, non solo le vaste e capillari manifestazioni di disobbedienza che settori crescenti delle masse popolari alimentano in mille modi. I recenti fatti di Ferguson a seguito dell’omicidio da parte della polizia di un afroamericano, un delitto a sfondo razziale da parte della polizia come se ne contano a decine negli USA, ha scatenato una rivolta simile a quelle che nel corso della storia recente degli USA hanno fatto seguito a fatti simili. Ma vi è una novità: il governo USA ha schierato per le strade di Ferguson la Guardia Nazionale, i reparti speciali, le stesse forze e gli stessi mezzi che ha impiegato in Afghanistan e in Iraq. Non è solo “il colpo d’occhio” nel vedere le strade della cittadina militarizzate come Baghdad, ma è la sostanza della cosa che fa la differenza: il governo USA ha schierato le truppe di occupazione per sedare una rivolta popolare. Che tuttavia è durata più di 2 settimane.
Cosa è questa se non la chiara manifestazione che, benché non sia stata dichiarata da alcuna autorità, è in corso negli USA una guerra civile delle classi dominanti contro le masse popolari? E cosa è, inoltre, se non la manifestazione che la classe dominante ha il terrore che una sommossa popolare possa incendiare il Paese e diventare inarrestabile?
Esempi meno eclatanti, ma non meno indicativi, ricorrono nelle cronache di ogni paese imperialista. L’Italia non è esclusa (anche se storicamente più che l’intervento dell’esercito, i vertici della Repubblica Pontificia prediligono l’intervento delle Organizzazioni Criminali come la mafia).
Se al fronte interno aggiungiamo, nel caso degli USA, i fallimenti in politica estera, abbiamo un quadro ancora più chiaro. Gli sforzi per “esportare la democrazia” (cioè per sottomettere o deporre regimi che si opponevano e resistevano al dominio della comunità internazionale, che non lasciavano libero corso alle scorrerie dei capitalisti nel loro territorio) si sono in larga misura trasformati nel pantano da cui i guerrafondai USA non riescono a uscire.

Se queste sono le condizioni oggettive, quali sono, invece, quelle soggettive? Le masse popolari non possono contare su grandi organizzazioni popolari orientate dal movimento comunista, come nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria. Oggi il movimento comunista è debole e scarsamente organizzato, anche se l’eredità della prima ondata si manifesta in mille aspetti. Ma la questione di fondo, in un contesto di repentini e profondi cambiamenti, è solo secondariamente una questione di quantità delle forze, è principalmente una questione di qualità. Cioè l’aspetto principale è la concezione del mondo che orienta e guida la rinascita del movimento comunista, la capacità del movimento comunista di conquistare il cuore e la mente di quanti aspirano a costruire un futuro e un mondo migliore (sì, è un concetto astratto, ma sono milioni i non comunisti che aspirano, genericamente, a un mondo migliore: dobbiamo conquistarne il cuore, la mente e la fiducia).
Dedichiamo a questo tema gran parte degli articoli di questo numero di Resistenza. Articoli che riprendono la storia, articoli di metodo, articoli che portano esempi specifici di come dobbiamo porci di fronte agli scenari di sconvolgimento che il dominio della borghesia produce.
Ci limitiamo qui a trattare un solo aspetto che combina concezione del mondo e atteggiamento che dobbiamo imparare a contrapporre al pessimismo, alla rassegnazione, alla disperazione e allo smarrimento di fronte al corso delle cose. Lo riassumiamo in “passare dalla difesa all’attacco”, perché di questo si tratta. 
Prima di tutto concepire ogni lotta specifica come una battaglia della guerra popolare rivoluzionaria, quindi mettere al centro non solo l’esito della battaglia, ma quanto la battaglia incide sulle sorti della guerra, quanto incide e contribuisce ad arricchire e accrescere il patrimonio di esperienza delle forze che l’hanno condotta, quanto incide nel cambiare, in favore del nostro campo, i rapporti di forza.
In questa ottica e con questi criteri si misurano i successi e i limiti delle mobilitazioni rivendicative: cioè più che il valore che hanno nel raggiungere o meno l’obiettivo di spingere la classe dominante a “fare concessioni”, ci interessa stabilire se e quanto contribuiscono a creare condizioni più favorevoli per lo sviluppo della guerra contro la classe dominante.
Ognuno di quanti già oggi si mobilitano nelle mille lotte contro gli effetti della crisi ha la libertà e la possibilità di decidere di cambiare il modo di vedere le cose e di interagire con le cose, i processi, di determinarne il corso sulla base dell’ambizione e dell’obiettivo unitario e generale: la costruzione del socialismo.

Ci sono milioni di persone, milioni di esponenti delle masse popolari, che oggi non si sentono ancora investiti di quello che succede, del corso che le cose stanno prendendo, che non si sentono in guerra e continuano a vivere come hanno sempre vissuto, provano a farlo, dato che è impossibile fare fronte ognuno per sé agli effetti della crisi ed è impossibile non subire l’influenza e la propaganda della classe dominante se non vi si oppone la concezione comunista del mondo. Anche per chi oggi pensa di non essere in guerra, non si sente arruolato, tenta di sottrarsi, la guerra è già iniziata. Ne subisce mille effetti e sintomi sulle sue spalle, sul suo presente e sul suo futuro, la guerra è già iniziata. Dietro al fumo della propaganda di regime. Oltre i discorsi, le rassicurazioni, oltre gli oracoli della classe dominante che “vedono che la crisi sta per finire”, siamo dentro tutti, fino al collo, in una spirale che non si può disinnescare. O la guerra o la rivoluzione.
Disfattisti, pessimisti, indecisi, incerti si convinceranno non tanto sulla base dei nostri appelli. Ma impareranno dalla pratica, dall’esperienza concreta, impareranno che dovranno essi stessi prendere posizione, mobilitarsi, concepirsi in una luce nuova dettata dagli eventi. La loro trasformazione, come la nostra trasformazione per assumere un ruolo adeguato allo scontro in corso, sarà tanto più veloce, proficua, sana quanto più a orientare il processo sarà la convinzione che costruire il socialismo non solo è necessario, ma qui e ora è possibile fare un passo in questa direzione, dare un contributo a questo obiettivo.
RE9 01 o 03 - Lenin

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*