governo di emergenza popolare

L’Italia è in condizioni analoghe a quelle di un paese occupato dallo straniero.
“I gruppi imperialisti considerano tutto il mondo un terreno che deve essere aperto alle loro scorrerie (il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) in gestazione – vedi Resistenza n. 2/2014 – rafforza questo stato delle cose). I magnati della finanza, delle banche e dell’industria formano raggruppamenti, nazionali come negli USA o regionali come in Europa, che dispongono dei governi e degli Stati dei singoli paesi e con essi in ogni paese impongono i loro interessi alle masse popolari e li fanno valere nel mondo. In ogni paese le masse popolari e tra esse la classe operaia si trovano in condizioni analoghe a quelle di un paese occupato dallo straniero. Non una classe dirigente che per raggiungere i suoi obiettivi (valorizzare il suo capitale) organizza e riorganizza la vita della massa della popolazione realizzando un progresso complessivo delle sue condizioni rispetto a quelle preesistenti, per quanto operi “con il ferro e con il fuoco” e facendo pagare un prezzo di sangue e di sudore (nella sua fase di ascesa principalmente questo fu la borghesia). Ma un dominio straniero che sconquassa ogni giorno di più e senza che se ne veda un limite (che in effetti non c’è) le condizioni della vita della massa della popolazione” – Avviso ai Naviganti n. 47 del (n)PCI).

Il governo Renzi-Berlusconi è un esecutivo di guerra.
Più che i suoi predecessori (anche per una questione di contesto e condizioni oggettive). Che vuol dire?
Partecipazione alle guerre per interposta persona che stanno sconquassando il mondo in virtù di relazioni e interessi da salvaguardare negli equilibri economici e politici internazionali (vedasi la fornitura di armi ai “kurdi che resistono agli estremisti islamici”, questione molto più pubblicizzata della fornitura di armi ai sionisti); si aggravano la miseria (il 14 luglio l’ISTAT ha pubblicato il suo Rapporto sulla Povertà: “in Italia sono 10.048.000 le persone, pari al 16,6% della popolazione, che vivono in condizioni di povertà relativa; tra questi 6.020.000 sono poveri assoluti, cioè non riescono ad acquistare beni e servizi per una vita dignitosa”), l’emarginazione e l’abbrutimento; la guerra di sterminio contro i migranti miete ogni giorno decine e centinaia di nuove vittime; l’apparato produttivo viene smantellato (Alitalia, Indesit, Ilva, ThyssenKrupp a Terni, Sapa di Latina…. non passa giorno senza che vengano chiuse, delocalizzate o ridimensionate aziende grandi e piccole), aumentano i disoccupati; peggiorano le condizioni di vita di chi un lavoro ancora ce l’ha; insieme ai diritti vengono smantellati pezzo dopo pezzo i servizi pubblici. All’indignazione crescente lo Stato risponde con la forza e l’arroganza, cercando di isolare e criminalizzare gli esponenti più generosi delle masse popolari per demoralizzare e sottomettere tutti, ricorrendo su scala più ampia alla repressione (cariche, inchieste, arresti, condanne esemplari, sanzioni pecuniarie, fogli di via…).

La lunga marcia.
“Dopo l’abolizione del Senato e il tradimento della Costituzione da parte del trio Napolitano, Renzie, Berlusconi, l’unica forza democratica del Paese è il M5S. L’unica che opera attraverso gli strumenti di democrazia rimasti: leggi popolari, referendum, elezioni di candidati “non nominati”, rispetto dell’esito referendario dell’eliminazione dei finanziamenti pubblici ai partiti e della pubblicizzazione dell’acqua. Non c’è più l’alternativa tra noi o loro, ma tra loro e la democrazia. Il M5S ha provato in tutti i modi di affermare una democrazia con la partecipazione autentica dei cittadini. Ha persino provato a migliorare la legge elettorale con una sua proposta, (…) O loro o la democrazia. Non c’è più scelta. Sarà una lunga marcia. Se necessario dovremo convincere gli italiani uno per uno, un porta a porta nazionale, ma arriveremo al governo. Non abbiamo fretta. Con questi golpisti comunque non ci vogliamo più avere niente a che fare.
Prepariamoci al referendum confermativo per il Senato. Il potere appartiene al popolo, non ai partiti” – Dal Blog di Beppe Grillo – 9/8/2014.

Mettiamo in relazione i tre aspetti.
La lunga marcia proposta da Beppe Grillo ha la stessa funzione ed efficacia che avrebbe potuto avere una processione organizzata per cacciare Kappler da Roma (con le dovute proporzioni, è volutamente una esagerazione). Senza rastrellamenti, deportazioni e rappresaglie, l’analogia fra i nazisti e i vertici della Repubblica Pontificia (e il loro “governo provvisorio” Renzi-Berlusconi) è del tutto calzante per ciò che riguarda la disponibilità ad ascoltare le buone ragioni democratiche degli oppositori.
La lunga marcia (“nelle istituzioni” come la definimmo su Resistenza n. 3/2014), alla prova dei fatti del settembre 2014 è un agitarsi convulsamente e generosamente degli eletti del M5S che finisce con l’abbellire la decadenza dei riti della democrazia borghese e a contemplarne lo svuotamento nella sostanza.
Eppure Beppe Grillo, con la sua sparata (correda anche l’articolo con una foto in cui appare come novello Mao Tse-tung), evoca uno scenario giusto: la guerra che abbiamo di fronte non sarà “lampo”, ma davvero una lunga marcia. E davvero le masse popolari e i lavoratori sono di fronte a un bivio: o la lunga marcia o “loro”, gli esponenti, variamente combinati, di questo o del prossimo governo provvisorio di guerra dei vertici della Repubblica Pontificia. Allora dove sta la soluzione?
Diciamo e ripetiamo che il ruolo degli eletti del M5S è prezioso (hanno fatto irruzione nel teatrino della politica e in virtù di ciò hanno una posizione privilegiata rispetto ai comuni cittadini: accesso ad atti e dossier, rete di relazioni, mezzi e strumenti che i comuni cittadini non hanno): devono mettersi al servizio della lunga marcia per costruire il Governo di Blocco Popolare. Cioè devono combinare la mobilitazione loro, dentro i palazzi, con quella delle masse popolari fuori dai palazzi; devono sottomettere la prima alla seconda, devono farsi promotori di un Comitato di Salvezza Nazionale che operi sulla scia dell’esperienza del CLN ai tempi dell’occupazione nazista.
Di certo hanno dimostrato e dimostrano di non essere convinti che sia giusto farlo. E’ una questione di concezione e solo secondariamente una questione di coraggio. Ma se non intendono estinguersi nelle mille questioni secondarie che il Parlamento tratta per intricare e confondere la situazione (per arrivare a concludere che “cambiare le cose è troppo difficile”, come hanno fatto numerosi esponenti della sinistra borghese per decenni), devono uscire fuori e iniziarla, questa lunga marcia.
Ci si obietterà che “non sono comunisti, che lunga marcia vogliono fare?”. E’ vero, in parte. A loro la responsabilità, oggi, di iniziarla e di portarla fin dove riescono, fin dove possono orientarsi in base alla concezione che hanno. Le cose cambiano mentre le facciamo: ogni uomo che inizia un lungo viaggio cambia da quando parte a quando arriva. Anche il M5S e i suoi eletti cambieranno, come sono già cambiati. Cambieranno in modo adeguato a fare fronte alle necessità dei nostri tempi, se iniziano adesso a muoversi con passo più spedito, con maggiore prospettiva in ciò che vanno dicendo di voler costruire, rispetto a ciò che dicono di voler cambiare.

Mentre scriviamo l’articolo è in ballo la querelle sulla concessione del Circo Massimo al M5S per la manifestazione “Italia 5 stelle”: a fronte del rifiuto del Comune di Roma Beppe Grillo ha dichiarato, chiamando alla mobilitazione gli attivisti, che la manifestazione, dal 10 al 12 ottobre si terrà in ogni caso. Se alle parole seguiranno i fatti si tratta di una dimostrazione di ciò che intendiamo quando sosteniamo che non basta protestare e occorre, invece, passare alla pratica. Questo è il ruolo che compete al M5S, che è nelle sue possibilità, che valorizza il ruolo che milioni di elettori gli hanno dato.

Le tendenze e le forze da cui partire non le nominiamo una per una, sono quelle che si attivano in ogni ambito, in ogni zona, in ogni territorio per fare fronte alla catastrofe che incombe. Quello che rimarchiamo, perché sia chiaro, al punto di diventare obiettivo cosciente della loro mobilitazione, è che l’obiettivo unitario e generale di ogni singola, parziale, specifica mobilitazione deve essere la conquista del governo del paese attraverso la costruzione del Governo di Blocco Popolare. E’ la sola prospettiva che alla catastrofe che incombe oppone le misure di emergenza necessarie a disinnescare la guerra in cui la classe dominante ci sta immergendo e far avanzare il processo con cui le masse popolari costruiranno uno Stato nuovo, un paese nuovo, un paese socialista.
“[La massa della popolazione – ndr] subisce perché non ha proprie istituzioni statali e sociali. Per porre fine al degradarsi della sua condizione, deve quindi crearsele nella lotta per liberarsi dall’occupante. Non si tratta di perseguire una maggiore partecipazione delle masse popolari al governo dello Stato che domina nel paese. Per sua natura è uno Stato nemico. Indurre le masse popolari a considerare lo Stato borghese come il proprio Stato è la sostanza dell’imbroglio con cui i borghesi paralizzano la lotta delle masse popolari, dell’opera della sinistra borghese, della concezione e della linea dei riformisti (parlamentaristi o conflittuali, pacifisti o armati [“colpirne uno per educarne cento”] che siano) e dei revisionisti. Il corso delle cose prodotto dalla crisi generale del capitalismo è tale che sia chiedere sia pretendere qualcosa dallo Stato borghese porta fuori strada. Bisogna che le masse popolari creino un proprio Stato. Mai come ora fu così radicalmente vera la tesi marxista che “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia: le masse popolari devono creare un proprio Stato” – Avviso ai Naviganti n. 47 del (n)PCI).

Il Governo di Blocco Popolare da’ forza e forma di legge ai provvedimenti che ogni organizzazione operaia e organizzazione popolare elabora e adotta, fa suo il programma riassunto nelle Sei Misure Generali:
1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa).
2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi.
3. Assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per partecipare alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato).
4. Eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti.
5. Avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione.
6. Stabilire relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con tutti i paesi disposti a stabilirle con noi.

 

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