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“Se ci devono essere polemiche e scissioni, non bisogna aver paura di affrontarle e superarle: esse sono inevitabili in questi processi di sviluppo ed evitarle significa solo rimandarle a quando saranno precisamente pericolose o addirittura catastrofiche” (Gramsci)

“Per non subire la guerra dei padroni, bisogna organizzarsi per combatterla a modo nostro”, scriviamo nell’editoriale. “Organizzarsi per combatterla a modo nostro” significa, innanzitutto, formare una leva di comunisti capaci e decisi a guidare le masse popolari a fare la rivoluzione socialista. Capaci e decisi non si nasce, lo si diventa. E’ una lotta, per stanare e superare i principali limiti che di fase in fase ostacolano e frenano la nostra opera di costruttori della rivoluzione (i limiti per cui “avanziamo lentamente” di cui parla il compagno Ulisse, Segretario Generale del (n)PCI nell’intervista pubblicata sul numero scorso di Resistenza). E’ una mobilitazione per la democrazia proletaria (cioè di educazione alla lotta di classe) di tutti i membri del partito. E’ un percorso attraverso cui si formano e si selezionano nuovi dirigenti (nuovi qualitativamente, non si tratta di semplice “sostituzione”) adeguati ai compiti della fase. E’, per dirla con Gramsci, una “riforma intellettuale e morale” di quelli che vogliono essere comunisti, per assimilare ed elaborare la scienza della rivoluzione socialista e per assumerla come guida della propria azione, in ogni campo.
A gennaio abbiamo lanciato questa riforma intellettuale e morale nella Federazione Campania, sotto forma di Lotta Ideologica Attiva (in cui “salta” momentaneamente il criterio del centralismo democratico e la base del partito è mobilitata a mettere in discussione le istanze dirigenti – vedasi Resistenza n. 2 e 3/2014) per la scienza comunista (contro il senso comune), per mettere al centro il collettivo (contro l’individualismo e il familismo), per la strategia (contro l’economicismo, il movimentismo e l’estremismo), per migliorare il rapporto tra centro e periferia del partito (contro il localismo), per elevare i metodi di direzione (contro la manovalanza, l’organizzativismo e l’accademismo) e i rapporti con le altre forze (contro il settarismo e il codismo).
Nei mesi successivi gli stessi limiti sono stati presi di petto anche nelle altre Federazioni, ma utilizzando gli insegnamenti che venivano dalla LIA in Campania per sviluppare in modo più mirato e cosciente il dibattito franco e aperto finalizzato alla critica- autocritica-trasformazione (gli strumenti della lotta tra due linee) nelle Segreterie federali (e a cascata nelle sezioni) e puntando sulla (e allo stesso tempo verificando la) mobilitazione dei dirigenti locali per mettersi alla testa di questo processo per quanto riguarda se stessi e gli organismi di cui fanno parte.
Nella Federazione Toscana questo processo ha messo a dura prova il gruppo dirigente locale: prima due compagni si sono dimessi dalla Segreteria federale (una anche dal partito), poi il segretario federale si è comportato in modo irresponsabile e sleale verso il partito. Per questo il Centro del partito lo ha sospeso dai suoi incarichi di direzione, predisponendo contemporaneamente un percorso di verifica e rettifica per elevare il suo livello intellettuale e morale, secondo il criterio “curare la malattia per guarire l’ammalato” (gli errori non eliminano l’apporto che un compagno ha dato alla causa del comunismo, nessuno va inchiodato a una caduta: se un compagno si impegna a risollevarsi, il partito gliene dà la possibilità). Il compagno però ha fatto un passo indietro. Quindi è stato concordato con lui che non poteva più essere rivoluzionario di professione (tornerà a lavorare in produzione), è stata nominata una segreteria federale provvisoria e a metà luglio è stata lanciata anche in Toscana la LIA per mobilitare gli altri dirigenti e tutti i compagni della Federazione alla costruzione di un nuovo gruppo dirigente. “Chi è devoto alla causa del comunismo, infatti, chi ne ha capito l’importanza e il significato umano e razionale, se vede che nel Partito qualcosa non va bene, che qualche compagno si comporta in maniera irresponsabile e sleale, che qualche dirigente non è all’altezza del suo ruolo ed è succube della cultura e della mentalità corrente, senza slancio e iniziativa, che qualcosa si può fare meglio: chi si accorge di questo si batte per fare andare meglio le cose, mobilita altri compagni che certamente capiscono anche loro che le cose non vanno bene, si appella alle istanze del Partito e agli organi dirigenti che devono intervenire e interverranno. Insomma lotta (la lotta tra le due linee è permanente nel Partito: è una scoperta che costituisce uno dei sei più importanti apporti del maoismo alla concezione comunista del mondo) per determinare un avanzamento”. Questo è l’appello con cui il partito ha aperto la LIA e che vecchi e nuovi compagni hanno accolto con slancio. Da metà luglio la Federazione Toscana è diventata un fiume in piena, è iniziata una “rivoluzione intellettuale e morale” di cui emerge qualche sprazzo anche dalle lettere che pubblichiamo su questo numero del giornale.
In 15 giorni è stata organizzata la Festa della Riscossa Popolare a Massa con un dibattito per sviluppare nella regione la lotta in difesa della sanità pubblica, uno spettacolo teatrale sulla sicurezza nei posti di lavoro a margine del quale è stata organizzata la mobilitazione ai Nuovi Cantieri Apuani, seminari di studio e discussione (uno del settore donne e l’altro del nascente settore giovani), un questionario su Resistenza per raccogliere proposte e idee su come migliorarlo, oltre alla musica, al ristorante e alla vita collettiva.
Compagni che si sono assunti responsabilità di direzione perché “la questione fondamentale non è se si è adeguati, ma voler imparare a combattere combattendo guidati dalla concezione comunista del mondo” e che si sono fatti avanti per mettersi al servizio del Partito, un compagno di 26 anni è diventato coordinatore della Segreteria federale provvisoria, a Pistoia un militante di base si è fatto promotore dell’organizzazione della Festa della Riscossa Popolare di sezione in un quartiere popolare “perché da lì dobbiamo partire per conquistare le masse popolari della città, lì c’è il cuore rosso della città, lì ci sono molti degli operai della Breda che è la fabbrica principale (l’unica grande fabbrica rimasta) della città”, compagni che non avevano mai scritto mandano le loro critiche, considerazioni e proposte su come sviluppare l’azione del Partito nella loro zona e su come stanno trasformando il loro ruolo anche in famiglia.
Uno dei motori della LIA in Toscana è la lotta al familismo, che porta a subire le relazioni familiari basate sul senso comune, porta a comportamenti immorali come l’illusione di “salvarsi” rifugiandosi nella famiglia, mettendo al centro la propria famiglia che in realtà con la crisi diventa il centro dell’esplosione del malessere della società borghese e clericale in putrefazione. La LIA in Toscana, infatti, è iniziata in modo tale da essere strettamente connessa con relazioni di coppia e familiari e con la disabitudine a regolare la propria condotta in modo razionale anziché sulla base degli stati d’animo (quindi con la morale). Questa situazione ci spinge e ci insegna a entrare appieno in un campo in cui siamo poco abituati a muoverci: siamo anche noi influenzati dal senso comune del “tra moglie e marito non mettere in dito”, non trattiamo ancora della vita privata e delle condizioni di vita dei compagni se non quando le contraddizioni diventano palesi o esplodono. In ogni coppia ci sono specifiche contraddizioni da considerare, ma alla base di ogni contraddizione particolare c’è la lotta tra la concezione comunista e la concezione del senso comune (borghese e clericale) nella gestione dei rapporti familiari, nei rapporti con i figli e nei rapporti sociali, che ogni compagno (in particolare il compagno dirigente, il compagno più avanzato) è chiamato a trattare, sviluppando la lotta tra avanzato e arretrato e la lotta tra vecchia e nuova morale. L’accettazione della concezione comunista come linea guida della coppia e del collettivo familiare è la base necessaria per lo sviluppo di una relazione sana, moralmente e intellettualmente. Per quanto riguarda le coppie, specialmente quelle di lungo corso, man mano che i componenti si trasformano o anche la relazione si trasforma (si eleva) o la coppia entra in crisi ed è sottoposta a contraddizioni che vanno gestite con metodo dai compagni del Partito che le compongono, con il sostegno dei rispettivi collettivi. Anche nelle relazioni di coppia e familiari non dobbiamo lasciare che le cose seguono il loro corso spontaneo. Spontaneamente l’arretrato (il senso comune) sottomette l’avanzato (concezione comunista). La forza dell’arretrato viene dal fatto che oggi esso ha dalla sua la forza della borghesia e del clero, la forza della tradizione e del potere di cui essi sono la personificazione, la forza che deriva loro dal declino del movimento comunista. È questo che rende forte l’arretrato, non la sua natura. Non è la solfa del bene e del male, con il male per sua natura più forte del bene. Al contrario, l’arretrato è per sua natura destinato a scomparire, ma in questa fase concreta della rinascita del movimento comunista, in ognuno di noi l’arretrato gode del vantaggio della forza che la borghesia e il clero hanno nella società.
Noi comunisti non siamo moralisti, ma abbiamo una morale, cioè regole di condotta individuale che non sono i “dieci comandamenti” della Chiesa (la borghesia non ha una morale, il suo unico credo è la valorizzazione del capitale), ma regole di condotta che servono a partecipare con cognizione di causa alla lotta di classe, a essere alla testa della trasformazione che le masse popolari devono compiere in una determinata fase.

La morale comunista, la nuova morale, la scintilla di quella dedizione alla causa che ha permesso ai comunisti di vincere contro il nazifascismo.

Arturo Colombi,
Nelle mani del nemico

“A parte le eventuali conseguenze organizzative del mio arresto, non avevo preoccupazione. Non mi preoccupavo delle mie sorelle, né di mio fratello né della mia fidanzata. Per i miei vecchi genitori ero stato sino allora il loro principale sostegno; sapevo che la notizia del mio arresto li avrebbe sorpresi e addolorati. Pensai però che una mamma, una sposa o una fidanzata ce l’hanno tutti, e che se tutti fossimo stati trattenuti dal timore di fare soffrire i nostri cari, il fascismo non sarebbe mai stato abbattuto”.

Marina Sereni,
I giorni della nostra vita

“Al Partito non so come esprimere la mia immensa gratitudine, per quel che ha fatto della mia vita, per il contenuto che le ha dato, e anche per le possibilità che mi ha dato di poter esplicare un lavoro in momenti decisivi della sua storia; senza questa attività oggi mi sentirei incompleta, avrei da rimpiangere qualcosa che non ho avuto. Il Partito invece si è fuso per me con la mia vita privata, così strettamente e completamente, da darmi sempre la certezza di essere una particella di quella immensa forza che porta avanti il mondo”.

 

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