Da anni i paesi arabi e musulmani (in particolare quelli del Medio Oriente) sono un campo di battaglia in cui le potenze imperialiste si contendono l’egemonia economia, politica e militare nel mondo. Contro le pretese dei gruppi imperialisti (con alla testa quelli USA) e i focolai di guerra accesi dalle truppe al loro servizio si sono sviluppati vasti movimenti di resistenza, per lo più orientati e diretti da gruppi riconducibili al clero musulmano.

Con questo articolo ricostruiamo il filo storico e logico, la natura dei movimenti in corso nei paesi arabi e musulmani e delle forze in gioco: è da qui che noi comunisti deriviamo la linea da seguire verso di essi, non dalle idee che i protagonisti hanno di se stessi e con cui combattono la loro battaglia.

Questo articolo è liberamente tratto da “Lo sconvolgimento in corso”, pubblicato su Rapporti Sociali n. 34, di cui consigliamo ai nostri lettori lo studio.

 

Dopo gli avvenimenti politici dell’11 settembre 2001, la comunità internazionale dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti ha lanciato su larga scala un intenso processo di ricolonizzazione dei paesi arabi e musulmani, che nella pubblicistica borghese passa sotto il nome di “guerra al terrorismo”. Da allora, la situazione in gran parte dei paesi mediorientali (Iraq, Afghanistan, Siria, Libia sono i casi più importanti) è tutt’altro che pacificata. Se si aggiunge la Palestina, da decenni sottoposta ad un’occupazione politica e militare dallo stato sionista d’Israele, risulta chiaro che questi paesi sono oggi i principali campi in cui i gruppi imperialisti combattono una guerra per interposta persona, una delle forme di guerra caratteristica della seconda crisi generale del capitalismo. Ma questi paesi sono oggi attraversati da un altro importante processo: la rivoluzione democratica antimperialista guidata e orientata dal clero islamico, di cui Hamas in Palestina è oggi l’esponente più in vista. Questo fenomeno è il risultato di un lungo processo storico, di cui è necessario ricordare gli aspetti salienti.

 

I paesi arabi e musulmani (che coprono una fascia che va dal Marocco all’Indonesia) sono paesi con grandi tradizioni di civiltà che l’imperialismo ha legato al corso comune della storia mondiale e nello stesso tempo relegato nel ruolo di colonie e semicolonie. Durante la prima ondata della rivoluzione proletaria, i popoli di questi paesi parteciparono su grande scala alla lotta anticoloniale, in ognuno di essi si formarono forti partiti comunisti e le basi della società civile feudale e semifeudale furono sconvolte, ma non eliminate e sostituite. L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del movimento comunista internazionale negli anni ’50 ha impedito che la prima ondata della rivoluzione proletaria compisse fino in fondo il suo corso e, in questi paesi, che il movimento comunista conducesse in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste in cui essa era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia: quel processo rivoluzionario, introdotto da Lenin-Stalin e compiutamente elaborato da Mao Tse-tung (vedasi Sulla nuova democrazia -1940, in Opere di Mao Tse-tung, Ed. Rapporti Sociali, vol.7), per cui nell’epoca imperialista solo la classe operaia tramite il suo partito comunista può guidare con successo le masse popolari dei paesi feudali o semifeudali a eliminare i rapporti feudali e liberarsi dall’oppressione dell’imperialismo; la borghesia nazionale partecipa a questa rivoluzione ma non è capace di dirigerla con successo, perchè ha troppi legami con l’imperialismo e con le classi feudali e ha già troppi contrasti con la classe operaia per essere una classe di combattenti d’avanguardia per la rivoluzione democratica.

I revisionisti moderni in questi paesi promossero la cosiddetta “via non capitalista di sviluppo” (i cui più noti sostenitori sono stati Nasser in Egitto, Arafat in Palestina, Assad in Siria, Messadeq in Iran, Kassem in Iraq, Bumedien in Algeria, Sukarno in Indonesia), che di fatto consisteva nel potere della borghesia burocratica (costituita da dirigenti e funzionari del settore pubblico dell’economia e da capitalisti le cui imprese nascono e si sviluppano principalmente grazie all’opera dello Stato) con le sue velleità di uno sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie al sostegno dell’Unione Sovietica e del campo socialista. Contro questo corso delle cose i gruppi e gli Stati imperialisti ebbero buon gioco a mobilitare il clero e altri gruppi reazionari in funzione anticomunista: da qui vengono gli attuali gruppi dirigenti del fondamentalismo islamico. Ma data la natura semifeudale di questi paesi e l’oppressione semicoloniale a cui erano sottoposti, le forze clericali per prendere in mano la direzione delle masse popolari e conservarla hanno dovuto mettersi alla testa della rivoluzione democratica antimperialista. Da antidoto al movimento comunista, il clero musulmano ha dovuto diventare portavoce di quella rivoluzione che il movimento comunista non aveva portato a compimento: l’esempio più emblematico è quello di Hamas, che da contraltare all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è diventato il promotore della lotta contro lo Stato sionista d’Israele.

 

Ciò che ci pone un problema teorico è il contrasto tra questa rivoluzione democratica antimperialista diretta dal clero musulmano e la nostra teoria della rivoluzione di nuova democrazia. A questo problema teorico sono legati i problemi politici 1. del nostro atteggiamento verso la rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani e 2. degli sviluppi possibili, degli esiti di questa rivoluzione. Che atteggiamento adottare nei confronti di quei movimenti – ideologicamente arretrati – che sono alla testa delle rivoluzioni democratiche antimperialiste nei paesi oppressi e semicoloniali?

– Il clero musulmano fautore di una riforma religiosa ha preso la direzione della rivoluzione democratica dei paesi arabi e musulmani principalmente a causa della decadenza del movimento comunista internazionale e secondariamente grazie all’appoggio che i gruppi imperialisti gli hanno fornito per costruire un baluardo contro il comunismo.

– Il clero musulmano contrappone al capitalismo un ordinamento sociale in cui i ricchi devono moderare i loro appetiti e praticare l’elemosina; l’assistenza ai poveri, agli orfani e alle vedove è un obbligo morale universale; il denaro bisogna prestarlo senza chiedere interesse; ecc. Insomma niente che possa andare oltre il capitalismo. Per questo e per i suoi residui legami con l’imperialismo, il clero musulmano non potrà condurre fino in fondo la rivoluzione democratica (l’esempio dell’Iran lo conferma). A livello internazionale è incapace di far leva sulla contraddizione tra le masse popolari dei paesi imperialisti e i gruppi imperialisti che le opprimono: attacca entrambi come se fossero un unico blocco. Se il movimento comunista avanza, esso prenderà quindi la direzione della rivoluzione democratica, perché è portatore di un ordine sociale superiore.

I comunisti devono appoggiare la rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani e guidare le masse popolari del nostro paese ad appoggiarla. Ciò non vuol dire appoggiare il clero musulmano e cercare al suo interno i nostri interlocutori, ma significa praticare apertamente l’alleanza e il sostegno. I nostri referenti devono essere le masse popolari di questi paesi, che apprezzeranno la nostra opera sempre più man mano che il movimento comunista ridiventerà una potenza mondiale, quanto più le esitazioni e le difficoltà del clero nel dirigere una rivoluzione democratica antimperialista diventeranno evidenti. Dobbiamo opporci all’aggressione imperialista, quale che sia il pretesto e la forma con cui si maschera. Chi prende pretesto dagli errori dei dirigenti della rivoluzione democratica antimperialista e si allea con le autorità imperialiste contro di essa, si mette fuori dal campo della rivoluzione e diventa promotore della mobilitazione reazionaria delle masse. Dobbiamo appoggiare i comunisti che in ogni paese arabo e musulmano lottano per mettersi nuovamente alla testa della rivoluzione e, nel nostro paese, dobbiamo sostenere i movimenti rivoluzionari degli immigrati contro le autorità imperialiste.

Il contributo più alto, l’aiuto più efficace e la forma principale di solidarietà che i comunisti italiani possono dare alla rivoluzione democratica antimperialista dei popoli oppressi è costruire la rivoluzione socialista nel nostro paese. Oggi significa creare le condizioni per costituire un governo d’emergenza delle organizzazioni operaie e popolari che stabilisca relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi (a partire da quelli i cui Stati si oppongono ai diktat e alle pretese della comunità internazionale degli imperialisti europei, americani e sionisti), che metta fine da subito alla partecipazione alle missioni di guerra comunque mascherate, vieti l’uso del nostro territorio come retroterra logistico, per informazioni ed esercitazioni, disattenda gli accordi che vincolano il nostro paese a fornire armi, aiuti e prestazioni di vario genere agli imperialisti USA e sionisti.

 

La borghesia imperialista non è in grado di evitare che la guerra che essa porta contro i popoli dei paesi arabi e musulmani venga riportata nei nostri paesi: l’unico modo di impedirlo è unirsi contro la borghesia imperialista. L’ordinamento sociale che essa difende e impone con ogni mezzo è l’unico ostacolo che impedisce alle masse popolari dei paesi imperialisti e dei paesi oppressi di soddisfare le proprie aspirazioni di benessere, di civiltà e di pace.

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