La catastrofe incombe. Non sono solo gli allarmi di chi paragona la situazione italiana a quella della Grecia, non è solo il periodo di vigilia dell’entrata in vigore del Fiscal Compact (l’insieme delle misure che la UE si è data nel tentativo di garantire la “stabilità” finanziaria degli Stati membri, fra cui l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione), non sono solo le manovre per l’entrata a regime del MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità, il cosiddetto Fondo salva-stati). Che la catastrofe incombe lo vediamo tutti, tutti i giorni, in ogni ambito della vita politica, economica, sociale. Sono le fabbriche che chiudono, la precarietà che cresce, i servizi smantellati o ridotti a merce, i diritti cancellati, i piccoli e i grandi abusi e soprusi che diventano “legge”. Lo vediamo nella palese incapacità (mescolata alla mancanza di volontà politica) dei vertici della Repubblica Pontificia di fare fronte agli effetti peggiori della crisi. Il “nuovismo” di Renzi è una ventata di aria stantia e putrida in un sistema politico decadente e compromesso. Il terzo governo installato con un colpo di mano (prima Monti, poi Letta e infine questo) è la sintesi della lotta che attraversa i vertici della Repubblica Pontificia fra accodarsi agli imperialisti UE o a quelli USA; in mezzo ci stanno sempre, a fare carne da macello, le masse popolari e i lavoratori.

I mesi appena trascorsi sono fonte di un grande insegnamento, per chi vuole vederlo. Chi sosteneva che “solo se le condizioni peggiorano, allora le masse popolari si decideranno a mobilitarsi, a ribellarsi, a rivoltarsi” è servito: stava sbagliando e sbaglia. Non è automatico che il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro porti alla mobilitazione rivoluzionaria. Certamente spinge le masse popolari a ribellarsi, ma l’orientamento e la direzione di questa ribellione rimane ambito di contesa fra la mobilitazione rivoluzionaria e quella reazionaria. E l’aspetto decisivo che fa andare la mobilitazione in un senso o nell’altro è la capacità dei comunisti di immaginare, progettare, costruire, pianificare e condurre la mobilitazione popolare verso la costruzione di una alternativa reale, pratica, un obiettivo riconosciuto da tutti quei settori (o dalla maggioranza di quei settori) che si attivano per fare fronte alla catastrofe che incombe.

Quello che insegnano i mesi scorsi è che al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro non corrisponde automaticamente un aumento della coscienza da parte delle masse popolari che si mobilitano, che protestano. Per condizioni oggettive, l’elevazione della coscienza della parte delle masse popolari che già oggi si mobilita è opera, compito e obiettivo dei comunisti, con le specifiche difficoltà di noi comunisti italiani, eredi di specifiche deviazioni e limiti che hanno caratterizzato il movimento comunista nel nostro paese.

Quali limiti? La concezione che indica la costruzione della rivoluzione come il moltiplicarsi e l’estendersi di lotte rivendicative, di proteste e di richieste alla classe dominante (economicismo) porta la mobilitazione popolare in una situazione sterile, se non controproducente. Il movimento comunista aveva già capito, analizzato e trattato il ruolo e le conseguenze dell’economicismo durante la prima crisi generale del capitalismo. Oggi quegli insegnamenti li riprendiamo e li caliamo alla situazione particolare della seconda crisi generale, nel nostro paese, la Repubblica Pontificia italiana.

Il sistema capitalista funziona in modo tale che la classe dominante trasforma ogni contraddizione fra sé e le masse popolari in contraddizioni fra settori delle masse popolari. Questo significa che se le lotte rivendicative non sono inquadrate, curate, trattate e sviluppate come aspetti particolari, come componenti di un movimento generale per cacciare la classe dominante e costruire il socialismo, alla lunga alimentano lo sconto fra settori diversi di masse popolari, perché ogni miglioramento per questo o quel settore delle masse la borghesia e il clero li concedono solo come contropartita dell’erosione delle condizioni di vita e di lavoro di altri settori – vedi gli 80 euro al mese promessi da Renzi. Per quanto giusto, legittimo, ogni movimento rivendicativo che non diventa strumento per la politica rivoluzionaria diventa, potenzialmente, un fattore che alimenta le contraddizioni nel campo delle masse popolari e le incanala in un vicolo cieco. L’esempio della Grecia lo insegna e lo dimostra.

La storia del nostro paese, inoltre, è costellata di esempi di grandi mobilitazioni popolari che rimanendo confinate in un contesto rivendicativo (economicista) sono diventate strumento al servizio di questo o quel capitalista o di questa o quella fazione di capitalisti per sbrigare le loro beghe, le loro contraddizioni. Le classi dominanti del nostro paese hanno insegnato alle classi dominanti del mondo intero a cavalcare i movimenti popolari per obiettivi propri (prima e dopo il Risorgimento gli esempi si sprecano).

La rivoluzione la fanno le masse popolari. Abbiamo capito che la rivoluzione si costruisce operando su più fronti, operando in più ambiti, anche diversi fra loro e in contraddizione, perché diverse e contraddittorie sono le costrizioni che la società borghese impone alle masse popolari. La forza della rivoluzione non sono i comunisti; la rivoluzione la fanno le masse popolari e iniziano a farla dal livello di coscienza e di assunzione di responsabilità che oggi possiedono. E contemporaneamente abbiamo capito, anche, che tuttavia la costruzione della rivoluzione dipende da noi, dai comunisti, dal grado di capacità che il movimento comunista matura e acquisisce nello scoprire i contenuti, le forme e i risultati della lotta di classe, qui e ora, e dalla capacità che acquisisce di orientare e formare la classe operaia e le masse popolari, di diventare il motore della costruzione della rivoluzione, di incanalare ogni lotta nell’alveo della conquista del potere da parte delle masse popolari organizzate e dell’instaurazione del socialismo.

Abbiamo, sperimentando in questo senso, fatto dei passi, li stiamo facendo, forse ancora piccoli (cioè inadeguati ad influire in modo decisivo e repentino sul corso delle cose), ma importanti (perché ogni cosa nasce piccola e ogni sentiero tracciato può diventare una via maestra).

Da qui una sintesi: le organizzazioni operaie e popolari (quella parte di masse popolari organizzate che già si mobilitano, siano esse grandi o piccole, più o meno influenti e autorevoli, territoriali o tematiche) hanno da fare una forzatura su loro stesse (e il ruolo dei comunisti è quello di favorire e sostenere questa forzatura), sul modo che hanno di concepirsi e concepire il proprio ruolo. Devono trasformarsi da quello che sono già oggi (centri di organizzazione, di mobilitazione, di rivendicazione) in autorità popolari che indicano caso per caso quali sono le misure necessarie per fare fronte agli effetti della crisi, iniziano a mobilitarsi direttamente e a mobilitare le masse popolari per realizzarle, si collegano tra loro per realizzarle con più forza fino a imporre un proprio governo. Questo è il cuore del processo di costruzione della rivoluzione.

Ci sono organizzazioni operaie e popolari che hanno già relativamente chiaro che il loro ruolo e il loro posto è “a sinistra”. Ce l’hanno chiaro in virtù del legame che hanno con il vecchio movimento comunista, con i valori della Resistenza, della provenienza di classe di chi le compone e le anima. Ce ne sono altre che non ce l’hanno chiaro per niente perché sono nate sulla spinta della mobilitazione di settori popolari (non proletari) che si sono attivati e si mobilitano solo in funzione degli effetti di una crisi generale che li tocca adesso per la prima volta direttamente, che vedono solo oggi al di là della patina di qualunquismo, menzogne, opportunismo in cui sono stati educati (vedere il Coordinamento 9 dicembre, ad esempio). Non è questo un peccato originale. Possono anch’essi dare il loro contributo, anzi i comunisti devono adoperarsi affinché anch’essi diano il loro contributo alla costruzione di un percorso che magari non conoscono, non condividono (il pregiudizio anticomunista in Italia è forte, nonostante tutto), ma che li coinvolge, li comprende e li riguarda. Perché il socialismo è il futuro dell’umanità, non solo di coloro che oggi si definiscono comunisti.

I sermoni non servono. Cioè non è ripetendo il mantra che “le organizzazioni operaie e popolari devono trasformarsi in autorità alternative e antagoniste ai vertici della Repubblica Pontificia” che incoraggeremo questo processo. Le masse popolari imparano principalmente dalla loro pratica. E’ con il bilancio della pratica che si riconoscono e definiscono gli errori commessi, gli avanzamenti, gli aspetti positivi, i punti critici da superare, il modo per superarle. Questo è quello che chiamiamo “scuola di comunismo” perché ogni organizzazione operaia e popolare se vuole perseguire gli obiettivi, conquistare quello che rivendica, in modo duraturo e decisivo, deve, nella fase terminale della crisi, adoperarsi per trasformare la società.

C’è quindi un altro modo di vedere la fase che viviamo. La catastrofe incombe per tutti coloro che vedono e concepiscono il futuro entro i confini e gli orizzonti della società capitalista. Per loro, alla lunga, nessun movimento rivendicativo sarà sufficiente, perché le loro rivendicazioni rimangono nelle intenzioni, nelle concessioni, al buon cuore della classe dominante. La catastrofe incombe per la classe dominante. Per le masse popolari si tratta dell’alba di una fase nuova e superiore ed è con lo spirito di chi vuole imparare a fare ciò che non sa fare, che finora gli è stato precluso, vietato, che devono guardare al futuro. Con lo spirito di chi, da sottomesso, diventa dirigente della società. Decide, governa. Questo è il socialismo.

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Oggetto e soggetto della rivoluzione. Mentre si mobilitano per fare fronte agli effetti della crisi, le organizzazioni operaie e popolari si trasformano, imparano a fare meglio ciò per cui sono nate. Imparano a lottare lottando, imparano a fare fronte alle difficoltà, alle contraddizioni, ai limiti organizzativi e ideologici oppure soccombono. Finché non si mobilitano per iniziare a dirigere quegli ambiti di società che oggi possono già dirigere, non imparano a dirigere. Dirigere significa imparare a fare cose diverse rispetto a quando si protesta, si chiede, si pretende che le autorità borghesi soddisfino le richieste che si avanzano.

In questo senso, nel processo rivoluzionario, le organizzazioni operaie e popolari sono soggetto della rivoluzione (cioè sono la forza che trasforma la società), ma sono anche oggetto della rivoluzione (cioè devono trasformarsi per imparare a fare ciò che oggi non sanno fare).

La migliore scuola è la pratica. La migliore scuola è iniziare a dirigere, porsi come dirigenti, porsi come autorità popolare che dirige la mobilitazione, che decide cosa bisogna fare per invertire il corso delle cose, come bisogna farlo, che mobilita altri a farlo, che si sostituisce alle autorità della classe dominante per affermare gli interessi collettivi di cui è portatrice al posto degli interessi privati di cui sono portatrici le vecchie e attuali autorità borghesi.

Non ci sono scorciatoie, non ci sono alternative, non c’è radicale rivendicazione, grande protesta, diffuso movimento di rivendicazione che sostituisca questo percorso.

Chi aspetta dagli altri le soluzioni alle condizioni infami che vive, non è un rivoluzionario, non costruisce la rivoluzione, non trasforma la società.

Questa è la porta stretta che devono attraversare i più lungimiranti, coraggiosi, generosi esponenti delle masse popolari organizzate, indicare una strada percorrendola.

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