E’ una questione di praticità, come sosteneva anche Gramsci (“la mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro”), che implica e comprende una questione di capacità di progettare la prospettiva, che è tutta politica e la cui responsabilità ricade in pieno sulle spalle di quanti sono anticapitalisti, sia nell’accezione generale del termine (cioè contro il capitalismo come sistema, società) sia in quella particolare e circoscritta alle singole manifestazione della barbarie del capitalismo (disoccupazione precarietà, sfruttamento, oppressione, devastazione ambientale, ecc.): che fare?

Per essere pratici diamo un taglio “informale” a questo articolo e lasciamo per un momento indietro le categorie, le “formule”, le sintesi. Non perché siano inutili (ogni scienza ha le sue sintesi e la lotta politica rivoluzionaria non è esclusa), sono al contrario fondamentali. Ma perché è partendo dalle questioni pratiche che in certi casi si introducono e si affrontano le questioni generali, è con gli esempi che a volte si spiegano i processi.

Parlando fra compagni, fra lavoratori di sinistra, fra lavoratori comunisti, fra persone che partecipano e in certi casi sono portavoce o dirigono movimenti popolari, spesso si gira intorno alle questioni organizzative e questa piega delle discussioni va di pari passo con il fatto che si tralasciano gli aspetti politici, ideologici (come dire, ci curiamo dell’andatura, delle soste necessarie, del terreno, delle condizioni ambientali, ma non curiamo la direzione verso cui si marcia e si procede). In altri casi si riesce a parlare di questioni politiche e ideologiche, ma in modo così generico e generale che alla fine sembra che l’obiettivo di costruire il socialismo debba “piovere dal cielo” o dipenda da forze astratte che non ci sono se non in scenari ipotetici.

Quindi succede che si parla spesso del fatto che bisogna “partire dalle cose concrete” per intervenire nelle questioni che “interessano i lavoratori”, o addirittura che bisogna “partire dai bisogni” per interagire “con le masse popolari”, come se il problema cui siamo tutti di fronte, milioni di persone, fossero solo le questioni concrete e invece le prospettive di quello che accadrà, può accadere, dobbiamo far accadere da oggi e per il futuro, non interessassero nessuno, fossero aria fritta.

Questo è, oltre che un’impostazione che trasuda sfiducia nelle masse popolari (trattate alla stregua di bestie da soma che si accontentano di biada e acqua), il modo più arretrato di trattare la questione delle lotte diffuse, capillari, generalizzate che le masse popolari oppongono agli effetti della crisi che le sta travolgendo. Da qui, da questa concezione, saltano fuori le “elaborazioni” di chi teorizza che il cuore del movimento pratico per costruire una società nuova e superiore, il socialismo, siano le lotte rivendicative: “iniziamo a mettere tutti d’accordo sugli aumenti salariali, saremo tanti e decisi, perché la povertà tocca tutti” (è un esempio, eh), ma quelle lotte per gli aumenti salariali faranno i conti con il fatto che nella fase acuta, irreversibile “catastrofica” della crisi, non ci sono cristi che saranno soddisfatte. Anzi, la tendenza è proprio quella opposta: licenziamenti, delocalizzazioni, precarietà, miseria. Eppure le lotte rivendicative sono sane, genuine e giuste, sono la risposta immediata, per quanto elementare, che le masse popolari possono e devono dare ai padroni e alla classe dominante. Elevare questa risposta, inquadrarla e valorizzarla nella lotta politica è la sostanza della risposta a quel “che fare?” che oggi tormenta praticamente tutti i maggiori “centri autorevoli” della mobilitazione delle masse popolari. Il che fare è una questione pratica: dare testate contro il muro provocherà morti e feriti (in senso figurato, ma è altamente probabile che provocherà, politicamente, condizioni estremamente favorevoli alla mobilitazione reazionaria e alla guerra fra poveri)…

E’ una questione di praticità politica (parafrasando Gramsci): si tratta cioè, è il compito di tutti coloro che si dichiarano decisi a farla finita con il capitalismo, la sua crisi, la sua barbarie, di usare la testa non per dare testate, ma per progettare, programmare, imparare e insegnare ad abbattere il muro, vedere oltre, costruirvi, oltre, una società superiore. E gli esempi pratici ci vengono in soccorso, se si tratta di spiegare cosa si intende.

Uno. Parlando fra compagni e fra operai comunisti, viene fuori che in una certa fabbrica di Brescia i cui operai installano impianti in altre aziende, non esistono norme di sicurezza sul luogo di lavoro e del resto, dato che i lavoratori operano in altre aziende, il RLS di fabbrica può fare poco per le condizioni concrete di chi lavora, dato che le norme di sicurezza non vengono rispettate neppure nelle altre aziende. Ha senso fare una mobilitazione per obbligare la data azienda a rispettare i protocolli di sicurezza, se nelle altre aziende in cui materialmente i dipendenti lavorano non rispettano alcun protocollo? Sì, senso ha senso, ma non basta. Occorre che i lavoratori di quella fabbrica si pongano il problema di contattare, relazionarsi, organizzare i lavoratori delle altre aziende in cui operano per costruire una rete operaia per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che vigili, controlli e faccia valere il rispetto dei protocolli (e delle elementari misure di sicurezza) in tutte le aziende del territorio. Questa non è più solo una lotta rivendicativa. Nel fare questo percorso e per conquistare il diritto alla sicurezza occorre che gli operai diano vita a una organizzazione che “occupa le fabbriche”, ma soprattutto che “esca dalla singola fabbrica” e assuma un ruolo politico sul territorio di riferimento. Assumendo questo ruolo, sono gli operai stessi che creano anche le condizioni per fare fronte alle “contromisure” dei padroni, ai licenziamenti, alle delocalizzazioni, alle serrate. L’alternativa c’è, ma molto meno efficace e per certi versi controproducente: costringere il padrone (con scioperi, mobilitazioni, ecc.) ad imporre agli altri padroni il rispetto dei protocolli di sicurezza, ma ciò significa che l’azienda per cui lavorano perderebbe tutte o gran parte delle commesse… in favore di un’altra azienda che non rispetta a sua volta i protocolli di sicurezza sul lavoro. E in questo modo, limitandosi all’intervento sulla singola fabbrica, la rete di operai del territorio sarebbe debole e frammentata, incapace di fare fronte a chiusure e delocalizzazioni.

Due. Parlando fra compagni e fra attivisti del movimento di lotta per la casa, viene fuori che di riappropriazione in riappropriazione (assegnazioni dal basso) di case popolari, di sgombero in sgombero, di porte chiuse in faccia dalle istituzioni, non basta più limitarsi a spingere sull’acceleratore delle occupazioni, per quanto legittime. Occorre trovare una via (pratica) per sbloccare il circolo vizioso di speculazione e affarismo per cui, solo a Milano, migliaia di case del patrimonio pubblico rimangono vuote, sigillate e non assegnate perché “non agibili”. Se si accosta l’esigenza urgente di ristrutturare qualche migliaia di case popolari con il fatto che esiste l’esigenza urgente di creare posti di lavoro, la sintesi che ne esce è che la lotta per la casa e quella per il lavoro devono procedere insieme. Possono farlo. Dobbiamo fare in modo che lo facciano. Di certo occupare le case sfitte, eseguire le ristrutturazioni (scioperi al contrario) e assegnarle alle famiglie in stato di necessità non garantisce alcuno scudo da sgomberi e repressione. Ma di certo, aspetto di gran lunga più importante, apre un campo di azione comune su cui movimenti di lotta per la casa, organizzazioni di disoccupati, sinistra sindacale e sindacati di base possono agire insieme su un comune terreno. Fare questo passo, avviare questo percorso, va oltre la lotta rivendicativa, perché spinge chi lo promuove ad assumere un ruolo politico, superiore, lo spinge a non sbattere la testa contro il muro della logica occupazione/sgombero/resistenza allo sgombero/repressione, ma mette al centro l’aspetto principale e dirigente della lotta contro gli effetti della crisi, la lotta per un lavoro utile e dignitoso per tutti e, in definitiva, i modi, le forme, le misure concrete per praticarla.

Tre. Parlando fra compagni e attivisti dei movimenti per la difesa dell’ambiente e contro le speculazioni e le devastazioni ambientali, si ragiona del fatto che la mobilitazione vive un periodo di riflusso, dato che tutte le forme usate per ribadire il NO alla cementificazione hanno portato a un nulla di fatto, cioè i palazzi crescono come funghi velenosi nel cuore delle (ultime) aree verdi e le cancellano. Palazzi che rimarranno invenduti, se mai saranno ultimati. Palazzi di cui non c’è bisogno. E lascia il tempo che trova la pur giusta ambizione di “riunire in un coordinamento tutti i comitati dell’hinterland, per fare una grande mobilitazione”, la questione di fondo è che a forza di dire NO, a forza di frustrarsi di fronte all’inutilità di quel NO, anche i comitati storici iniziano a perdere colpi e seguito. Dobbiamo invertire la questione: cioè il NO deve essere subordinato a un SI’ (sì agli orti sociali, sì al recupero delle zone incolte e degradate (scioperi al contrario) per farne parchi giochi, sì alle “occupazioni delle terre” a scopo ricreativo, sociale e culturale), a una progettualità, a un allargamento del fronte della mobilitazione (dagli ambientalisti a settori popolari più vasti, coinvolgibili sulla base della progettualità, della condivisione di obiettivi e della cooperazione). Si tratta, cioè, di passare dalla protesta alla proposta, di costituirsi in centro di iniziativa e lasciarsi alle spalle la natura di gruppo di radical chic “che si preoccupa dei prati anziché della vita delle persone”. Si badi, non è solo una questione di “comunicazione”, come in certi casi si lascia intendere; è proprio una questione di prospettive, di ruolo, di natura della mobilitazione.

E’ una questione di praticità, torniamo a ribadire, porsi nella condizione di trovare soluzioni non solo ai problemi concreti e alle concrete condizioni di vita che peggiorano, ma anche e soprattutto all’ostacolo del “che fare?” che le lotte puramente rivendicative pongono di fronte alle organizzazioni operaie e popolari. In questo senso appare in modo abbastanza chiaro, partendo dagli esempi fatti, che il ruolo dei comunisti, in particolare, ma anche di chi si definisce ed è anticapitalista, non è tanto quello di fare massa critica per dare tante e forti testate al muro (ci si permetta la traduzione: “i diritti si conquistano a spinta”, “estendere e radicalizzare il conflitto”, “lotta dura senza paura”, “lotta, lotta, lotta”, ecc.), ma usare la testa per sperimentare, trovare le forme, i modi, i processi attraverso cui incanalare, valorizzare, elevare le legittime, giuste, “naturali” mobilitazioni rivendicative e farle confluire (come ogni affluente arriva al fiume che sfocia in mare) nella lotta politica per il socialismo. Perché senza questo sbocco, anche le nostre mille iniziative di base reggerebbero ancora meno delle lotte rivendicative: non si moltiplicherebbero neanche come invece prima di rovesciarsi in mobilitazione reazionaria si moltiplicano le lotte rivendicative: resterebbero fenomeni limitati e la reazione li corromperebbe o spazzerebbe via.

In conclusione: le mille iniziative di base possono e devono svilupparsi come scuola di comunismo, per costituire il Governo di Blocco Popolare, per fare la rivoluzione socialista!

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