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Dopo le assemblee di base, nei mesi di marzo e aprile si sono tenuti i congressi nazionali dei sindacati di categoria della CGIL. Stante le nostre attuali forze, il P.CARC non è riuscito a seguirli direttamente, per cui ci avvaliamo del lavoro sistematico fatto in tal senso da il manifesto (da cui sono tratte le citazioni sotto riportate, per cui mettiamo in guardia i nostri lettori dal linguaggio da sinistra borghese che spesso trapela).

I compagni de “Il sindacato è un’altra cosa” (vedasi i rapporti postati sul sito della Rete 28 Aprile) dei congressi di categoria hanno messo in luce principalmente le manovre della destra CGIL per impedirgli di intervenire e tagliarli fuori dai direttivi. Ma i congressi di categoria hanno confermato una cosa che nessuna manovra di Camusso & C. può eliminare: la preoccupazione e il malcontento crescenti degli iscritti per gli effetti della crisi e delle misure prese dai governi sull’occupazione, sui diritti dei lavoratori e dei pensionati, sulle condizioni di lavoro e di vita, sul paese. A questo proposito dai congressi di categoria viene fuori un bollettino di guerra.

Dalla FILCAMS (commercio, terziario, turismo): “il filo che accomuna tutte queste categorie è la precarietà. E certamente la via scelta dalle imprese per affrontare la crisi non ci piace: come Marchionne con la Fiat, puntano a mantenere i margini tagliando il costo del lavoro. I maggiori gruppi della distribuzione hanno dato disdetta di tutti i contratti integrativi. Il messaggio è: se con la crisi non riesco a pagartelo, te lo tolgo del tutto. Puntano alla cancellazione dei premi di produzione fissi, per trasformarli interamente in variabili. Nei tavoli dei rinnovi nazionali chiedono che si affronti la caduta di produttività attraverso l’aumento delle ore lavorate a parità di salario, arrivando alle 40 ore medie settimanali. Il governo Monti ha liberalizzato le aperture festive e domenicali disseminando l’illusione che bastasse a rilanciare i consumi. L’unico risultato è stato il peggioramento della vita di chi lavora, soprattutto delle donne”.

Alla FILCTEM (tessili, chimici, edili): “dal 2008 a oggi abbiamo perso 180 mila posti di lavoro. Oggi sono morti altri due operai a Molfetta, dopo quelli di qualche anno fa. Tra i tessili, abbiamo registrato i sette cinesi di Prato, l’anno scorso (ndr: e quante sono le donne ridotte a lavorare nelle stesse condizioni in cui quattro di loro hanno perso la vita nell’ottobre del 2011 a Barletta, travolte dal crollo della palazzina in cui lavoravano in nero per 3-4 euro all’ora?). Attenzione all’industria, ma nello stesso tempo all’ambiente: l’ultimo scandalo è quello della Montedison di Bussi (in Abruzzo); è essenziale che verso l’ecologia vada tutto il paese, il nostro ricorso alle rinnovabili è ancora troppo basso”.

Dalla FILLEA (edili): “la nostra categoria è già iperprecarizzata e solo il 5% degli addetti ha l’articolo 18, molti vengono licenziati a fine cantiere. Dal 2008 abbiamo già perso 750 mila posti di lavoro, 480 mila strettamente edili. Superare la crisi senza costruire nuove case può sembrare un paradosso, ma non lo è: si deve investire, ma per recuperare i nostri centri storici, per il riutilizzo, per riqualificare le scuole e le periferie, per costruire quelle infrastrutture che servono”.

Alla FLAI (agroalimentare): “irricevibile e provocatoria la proposta di flessibilizzare i contratti avanzata dalla Nestlè. Così si riduce il salario e si mette a rischio il futuro di tanti lavoratori. Dei 110 addetti Perugina, 300 sono stagionali: vengono chiamati al lavoro solo nei periodi di ‘curva alta’ (da fine estate a Pasqua). Degli altri 800, tutti a tempo indeterminato, circa 260 sono già part time: sono contrattualizzati per 30 ore settimanali, ma in realtà le fanno soprattutto nei periodi di ‘curva alta’, arrivando spesso anche fino a 40 o 48 ore a settimana. Tutte le ore aggiuntive alle 30 ore vengono poi ‘smaltite’ nei periodi di ‘curva bassa’ (da aprile a fine luglio): pur restando a casa, così percepiscono comunque uno stipendio. Gli altri 540 operai, essendo full time, sono diventati un rompicapo per il gruppo che li ritiene troppo ‘rigidi’, sempre meno adatti al mercato che chiede ogni anno una stagionalità più spinta. Per questi, e analogamente per i circa 400 addetti delle industrie del gelato Nestlè di Parma e Ferentino (FR), la multinazionale chiede adesso la conversione in contratti part time”.

Al congresso della FILT (trasporti), l’associazione delle famiglie delle vittime della strage di Viareggio “Il mondo che vorrei”, l’associazione di ferrovieri, lavoratori e cittadini di Viareggio “Assemblea 29 giugno” e il “Il sindacato è un’altra cosa” hanno organizzato un presidio contro l’invito (poi ritirato) all’ad di Trenitalia Moretti, rinviato a giudizio per la strage di Viareggio, e hanno fatto “irrompere” la denuncia del legame tra privatizzazione del trasporto ferroviario e devastazione della sicurezza e della vita dei ferrovieri, degli utenti e dei cittadini.

Dalla FLC (scuola): “sui quasi 200 mila iscritti, 70 mila sono precari nella scuola, nell’università e nella ricerca. In questo anni il pubblico impiego, e soprattutto scuola e università, sono stati dissanguati da tagli che hanno causato una riduzione dei dipendenti. Bisogna sbloccare i contratti, riportare al 100% il turn over nell’università e nella ricerca. Gli italiani tra i 30 e i 34 anni che hanno completato il ciclo di studi universitari sono il 22,4% della popolazione, il livello più basso tra i paesi dell’Unione Europea. Anche sul fronte della lotta contro gli abbandoni scolastici l’Italia si colloca in fondo alla classifica. Per quanto riguarda i ricercatori delle università italiane, meno della metà è assunto a tempo indeterminato. Negli ultimi 10 anni il precariato nelle università è quasi raddoppiato: a dimostrazione che al blocco del turn over le università hanno risposto in un solo modo, moltiplicando il numero dei contratti precari, senza contare il lavoro gratuito e le corvée. Nel decennio della grande dismissione deciso dal governo Berlusconi e mai più corretto dai suoi successori, solo il 7% dei 35 mila contratti stipulati si è trasformato in assunzioni. Lo Stato italiano si conferma il più grande sfruttatore di lavoro precario, in particolare di quello qualificato. Solo restando nel mondo dell’istruzione, tiene da tantissimi anni sulla corda almeno 141 mila docenti precari, senza considerare le multiformi precarietà del resto del personale scolastico. I dati di oggi rivelano tuttavia qualcosa di più. Come tagliatore di teste, lo Stato italiano è molto più spietato di qualsiasi manager di un’azienda privata”.

Alla FP (pubblico impiego): “è dal 2009 che abbiamo la contrattazione ferma, e chiunque può immaginare che il danno economico è stato molto più rilevante di 80 euro. Oltretutto gli 80 euro andranno sì e no alla metà, e forse anche meno, dei dipendenti pubblici. Sugli 85 mila prepensionamenti, come sarebbe garantito chi esce? o vogliamo creare nuovi esodati? E dove si taglia? Per alcuni servizi togliere personale vuol dire chiudere. Ormai 9 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi anche per i costi dei ticket”.

Dal NIDIL (precari): “il ministro Poletti giustifica le nuove norme affermando che in questo modo, venendo meno i rischi di contenzioso, le imprese non avranno timori ad assumere. Ma già oggi gli imprenditori non sono a corto di strumenti, basta guardare le comunicazioni obbligatorie all’INPS: ogni anno ci sono 10 milioni di attivazioni di rapporti, e più o meno altrettante cessazioni. Il 70% delle assunzioni avviene a termine e un quarto di queste per durate inferiori alla settimana”.

Al congresso dello SPI (pensionati), la segretaria generale Carla Cantone ha dovuto proclamare che “non ci faremo impacchettare come è avvenuto con Monti e la Fornero”, perché con la riforma delle pensioni targata Fornero “siamo stati deboli, soltanto 3 ore di sciopero: quella è stata una sconfitta annunciata”.

Il congresso della FIOM ha tirato una prima e parziale lezione da questo bollettino di guerra: “bisogna superare la logica della riduzione del danno aspettando tempi migliori, praticata in questi ultimi dieci anni, che ci ha messo in una posizione puramente difensiva e spesso subalterna e ha reso esplicita la vera e propria crisi di rappresentanza che viviamo” ha detto Landini nella relazione introduttiva. Ma Landini non ha osato dire da dove viene la situazione che ha denunciato né cosa fare per “superare la logica della riduzione del danno”.

Tiriamola allora fino in fondo noi la lezione. La situazione che i congressi di categoria della CGIL hanno messo in luce è legata a doppio filo alla linea della moderazione salariale (svolta dell’EUR del 1978) prima, della concertazione e della compatibilità poi (dall’inizio degli anni ’90) e, dall’installazione del governo Monti in poi, della complicità più o meno aperta seguita anche dalla CGIL: chi oggi si ostina a sostenere quelle linee, lo fa perché si schiera dalla parte dei padroni. Contemporaneamente è la dimostrazione pratica e capillare che “cedere qualcosa perché c’è la crisi” e “salvare il salvabile in attesa che la crisi passi” apre solo la strada a nuovi e più pesanti arretramenti: ogni cedimento non fa che accrescere le pretese dei capitalisti, degli speculatori, degli altri ricchi e delle loro autorità e indebolire il fronte dei lavoratori e dei pensionati.

Quindi? Quindi la sinistra CGIL deve basare la sua attività sulle lotte e sulla mobilitazione degli operai e del resto dei lavoratori, sul conflitto (e a questo fine la lotta per la democrazia, favorire l’iniziativa di base e la crescita degli iscritti e dei gruppi di iscritti azienda per azienda devono diventare metodi di lavoro permanenti e diffusi) e giovarsi della forza degli operai delle fabbriche e delle aziende maggiori per sviluppare la mobilitazione e l’organizzazione delle categorie non aggregate in aziende (disoccupati, precari, ecc.) e su terreni non aziendali (ad esempio la casa, la salute, i servizi pubblici, la salvaguardia dell’ambiente e del territorio). Da questo punto di vista, il fatto che una delegazione dell’USB sia stata invitata e abbia partecipato al congresso della FIOM costituisce una novità importante e crea un terreno favorevole: conflitto, democrazia nella rappresentanza sindacale, mobilitazione diffusa per “casa, reddito, sanità, istruzione” sono state le bandiere del I congresso dell’USB (giugno 2013).

Ma di fronte alla crisi del capitalismo e al conseguente smantellamento di aziende e servizi pubblici anche i sindacati alternativi e di base fanno i conti con il fatto che il conflitto sul terreno sindacale e rivendicativo non basta a cambiare rotta. Allora, e questa è la principale lezione, il legame tra conflitto e trattativa da una parte e dall’altra l’iniziativa politica deve diventare prassi corrente del sindacato.

Nella crisi in corso un sindacato per fare bene il sindacato deve impegnarsi nella lotta per dare al paese un governo che risponda del suo operato ai lavoratori e lavori secondo gli interessi dei lavoratori. Questa è la lezione!

I padroni e i loro governi non possono porre rimedio alla crisi del capitalismo. Essi sono la personificazione, i portavoce, i rappresentanti e i tutori del sistema di relazioni sociali e internazionali che ha prodotto la crisi e la perpetua. Rivendicare salari, diritti, ammortizzatori sociali e interventi per scongiurare lo smantellamento dell’apparato produttivo dai padroni e dai loro governi (cioè da chi fonda i propri interessi e il proprio potere sul sistema di relazioni che ha prodotto la crisi) non è una diversione solo se è funzionale alla mobilitazione, all’organizzazione e all’allargamento del movimento per cambiare il paese. Questa crisi finirà quando gli operai e il resto dei lavoratori organizzati vi metteranno fine e per mettervi fine devono anzitutto costituire e imporre nel paese un loro governo. A questo deve arrivare anche la CGIL oppure scoppierà tra le mani della destra che oggi la dirige: basta che i comunisti sviluppino con lungimiranza e forza la loro opera tra i lavoratori!

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