“Per secoli e secoli, le donne cinesi sono state considerate come bestie. Noi facciamo parte della classe operaia, ma come potrebbe essa dirigere il paese se la metà dei suoi membri resta ignorante, incapace di assimilare le nuove tecniche? Non sappiamo niente? Benissimo, impareremo! Le storie più belle si scrivono sulle pagine bianche!”

(La metà del cielo. Il movimento di liberazione nella Cina di Mao – Claude Broyelle, 1973).

Il testo riportato parte dalle donne, ma non parla solo di loro e a loro. E’ un racconto che dice tanto a tutta la classe operaia del nostro paese, che oggi lotta per la difesa del posto di lavoro e contro lo smantellamento industriale, la delocalizzazione e i licenziamenti. Sono tanti piccoli passi di un processo che mette in mostra cosa vuol dire “occupare le fabbriche e uscire dalle fabbriche”. In un contesto, però, quello della Cina socialista di Mao Tse-tung, in cui l’iniziativa dal basso e la creatività degli operai (come gruppo e di ognuno come membro del collettivo) è sciolta da ogni catena, è promossa, alimentata e sostenuto, e può finalmente dispiegarsi liberamente, supportata dalle condizioni materiali adatte e dal consenso e incitamento sociale.
Occupare le fabbriche: “Dal momento che per molte di noi non c’era più lavoro, non venivamo nemmeno pagate. Ma questo non fa niente: non ci danno lavoro? Lo inventeremo noi”.
“In questo quartiere, fino al 1958, la maggior parte delle donne erano ancora casalinghe, al servizio della famiglia, sbrigavano le faccende domestiche, curavano i bambini. In quell’anno tutto il paese si impegnò nel “grande balzo in avanti”, cioè tutte le energie si mobilitarono per compiere una nuova tappa nella trasformazione della società. Nelle campagne, i contadini raggruppavano le cooperative di tipo superiore per creare le comuni popolari, mentre l’industria veniva decentrata a livelli più avanzati. Anche nei posti più sperduti furono create piccole unità di produzione industriale. E noi donne dovevamo restare a casa, fuori dalla tempesta? Il presidente Mao ci lanciò l’appello a “contare sulle nostre forze”, a liberarci dai lavori di casa e a partecipare alle attività produttive e sociali”. Anche noi volevamo rispondere a questo appello, fare il grande balzo in avanti. Ma come fare?
In quel periodo, una ventina di donne di questo quartiere si decisero ad “oltrepassare la porta di casa” per creare una fabbrica di quartiere. Il comitato di quartiere, per venirci incontro, ci prestò due capannoni vuoti. Da un certo punto di vista, si può dire che avevamo tutto contro: eravamo poche, senza attrezzature, senza asili nido, senza mensa, senza nessuna esperienza di produzione (eravamo tutte casalinghe). Non sapevamo cosa produrre. Ma da un altro punto di vista, eravamo in vantaggio: non avevamo deciso di lavorare per dare più benessere alla nostra famiglia, ma per trasformare la società, la condizione femminile. Le donne aprono finalmente la porta di casa che impedisce loro di vedere! Noi non volevamo più servire la nostra famiglia, volevamo servire il popolo.
Infine, dopo un’ inchiesta tra gli abitanti del quartiere, abbiamo deciso di produrre oggetti di prima necessità che mancavano: bollitori, tubi da stufa, pentole, ecc. Abbiamo preso da casa gli attrezzi che ci servivano: martelli pinze, cacciaviti, chiodi ecc.. Non avevamo niente altro. Nelle fabbriche abbiamo recuperato piastre di metallo, tubi di ferro e ci siamo messe al lavoro. A volte dopo il lavoro venivano gli operai a insegnarci qualcosa.
Un altro problema enorme era la custodia dei bambini. (…) Ci siamo arrangiate come abbiamo potuto. I più grandi curavano piccoli; alcune li affidavano alla madre o alla suocera, anche alle vicine che ci appoggiavano e ci davano una mano. A quell’epoca il problema era stato risolto con il mutuo soccorso. Allora non guadagnavamo niente e spesso anzi restavamo in fabbrica a fino a tarda notte per terminare un lavoro che ci eravamo fissato.
Infine a forza di tentare siamo riuscite a produrre, con le nostre mani, bollitori e tubi da stufa. Questa produzione è stata accettata dallo Stato e ha costituito la nostra prima vittoria, Come! Delle casalinghe senza specializzazione erano riuscite, attraverso la cooperazione, il mutuo aiuto e a forza di energia e ostinazione, a fabbricare utensili per la casa di qualità sufficientemente buona da farli comprare dallo Stato? Il nostro ardore raddoppiò. Decidemmo allora di diversificare la produzione secondo i bisogni del popolo. Facemmo un’ inchiesta per conoscere i nuovi bisogni locali e poi cominciammo la fabbricazione di apparecchi sanitari: lastre di protezione contro i raggi x, armadi isolanti. A questo scopo abbiamo utilizzato vecchie macchine che non servivano più: le abbiamo smontate, riparate e trasformate per aumentare la produttività e facilitare il lavoro, che era più complesso e richiedeva più competenza che non la fabbricazione di bollitori.
Avevamo affisso in fabbrica questa frase del presidente Mao: oggi i tempi sono cambiati e ciò che può fare un uomo, anche una donna può farlo. In fondo, non c’era nessuna ragione perché noi donne non potessimo costruire questi apparecchi. A volte, di fronte alle difficoltà, alcune di noi si scoraggiavano. Dicevano: “non servono a niente tutti questi sforzi, non ci riusciremo mai. Non siamo istruite, gli apparecchi sanitari sono troppo difficili da produrre, sarebbe meglio limitarsi ai bollitori”. Discutevamo tra noi: “noi non siamo qui per arricchirci, tantomeno per arricchire qualche signore. Il popolo ha bisogno di questi apparecchi e noi donne ci arrendiamo di fonte agli insuccessi! Per secoli e secoli, le donne cinesi sono state considerate come bestie. Noi facciamo parte della classe operaia, ma come potrebbe essa dirigere il paese se la metà dei suoi membri resta ignorante, incapace di assimilare le nuove tecniche? Non sappiamo niente? Benissimo, impareremo! Le storie più belle si scrivono sulle pagine bianche!§
E ci rimettevamo al lavoro, con più fiducia. Con l’aiuto di altre fabbriche che ci hanno mandato gente esperta a consigliarci, siamo riuscite a produrre non solo piastre di protezione e armadi isolanti, ma anche grandi sterilizzatori ad alte temperature e lampade a raggi infrarossi. Dopo averli esaminati lo Stato ci affidò questo compito di produzione e la nostra fabbrica prese il nome attuale di Fabbrica di Materiale Sanitario di Chaou Yan.
In quel periodo le nostre fila si erano ingrossate: eravamo un po’ più di 300, tra cui una ventina di uomini. Nel 1960, abbiamo costruito altri quattro capannoni nel cortile senza domandare un centesimo allo Stato, semplicemente recuperando i mattoni provenienti da vecchie costruzioni. Nello stesso anno, abbiamo costruito una mensa e un nido dentro la fabbrica. E tutto questo con le nostre mani: con le nostre mani possiamo costruire il socialismo.
Nella fabbrica c’era una atmosfera di solidarietà, di dinamismo e di impegno. Non era raro vedere delle operaie restare dopo il turno di lavoro per terminare il loro compito o per impratichirsi in una tecnica difficile. Non eravamo certo obbligate a farlo, né eravamo pagate per questo “straordinario”. Si ricevono premi per fare la rivoluzione? E si trattava proprio di questo.”
Uscire dalle fabbriche: “D’altra parte la nostra esperienza non piaceva a tutti. Nel 1961, una parte della direzione della fabbrica, completamente succube della municipalità di Pechino (bastione dei seguaci di Liu Shao-chi, esponente della linea di destra del Partito Comunista Cinese) interveniva spesso presso le direzioni delle fabbriche per far “razionalizzare” la produzione e decretò che eravamo troppo numerose per il lavoro che c’era da fare, che dovevamo smetterla di fabbricare bollitori, dal momento che eravamo ormai una fabbrica di materiale medico. Con che disprezzo parlavano dei nostri bollitori. Questa ristrutturazione avrebbe comportato il ritorno a casa di buona parte di noi. Credevano di convincerci dicendo che “i salari degli uomini sarebbero aumentati affinché le donne potessero restare a casa ad occuparsi della famiglia”. Non era tutto più semplice? Ma questi progetti urtarono contro una fortissima resistenza delle donne, che dichiararono: non ritorneremo affatto ai nostri fornelli e non lasceremo affatto il nostro posto. La tensione in fabbrica era fortissima. Vi fu una lotta dura tra una parte della direzione che voleva far funzionare la fabbrica in vista di un profitto immediato e che soprattutto non voleva la liberazione delle operaie, e la grande maggioranza delle operaie che volevano continuare sulla stessa strada.
La lotta fu condotta coscientemente. Ne capivamo la portata. Nella maggior parte di casi i nostri mariti e gli altri uomini ci sostenevano. E questo si può ben capire: ciò che avveniva a Chaou Yan non era un caso isolato. In tutte le fabbriche c’era un’offensiva reazionaria orchestrata da Liu Shao-chi, che mirava sia a ristabilire le norme capitaliste della produzione sia impedire alle masse di distruggerle. Questo spiega il sostegno degli uomini: anch’essi dovevano affrontare questa offensiva borghese e perciò capivano e sostenevano la resistenza delle donne.
Dal momento che per molte di noi non c’era più lavoro, non venivamo nemmeno pagate. Ma questo non fa niente: non ci danno lavoro? Lo inventeremo noi. Non ci danno il salario? Terremo duro aiutandoci l’un l’altra. Abbiamo chiesto ad altre fabbriche di affidarci lavori che poi eseguivamo nella “nostra fabbrica”; alcune operaie portarono in fabbrica materiale da demolizione (mattoni, tavole ecc.) che noi recuperavamo, pulivamo e che così potevano essere riutilizzati. Il lavoro delle operaie poteva essere utile anche se non dava “profitto”. (…)”

Le donne: da casalinghe trattate come bestie ad avanguardie operaie
“Durante la rivoluzione culturale abbiamo capito ancora meglio la natura profonda di questa politica reazionaria. Abbiamo condotto campagne di denuncia di questa pretesa “razionalizzazione”. La maggior parte di coloro che avevano sostenuto la posizione di Liu-Shao-chi scoprirono quali interessi avevano servito, e ora lavorano con noi gomito a gomito. (…) Prima le operaie di questa fabbrica erano tutte ex casalinghe, in genere relativamente anziane (…). Ora vi sono anche giovani diplomatesi a scuola che trasmettono le loro conoscenze alle più anziane e nello stesso tempo imparano da loro le qualità dell’ostinazione rivoluzionaria e della fermezza proletaria delle ex casalinghe. Nel quartiere non ci sono più praticamente donne che restano a casa, ad eccezione di quelle troppo anziane o malate, ma anche la loro vita è cambiata. Si aiutano l’un l’altra e si fanno carico di alcune faccende domestiche per dare una mano a quelle che lavorano fuori; organizzano la vita politica e culturale dei quartieri: insomma non sono più isolate come una volta.
Questo cambiamento è il risultato dell’inserimento di migliaia di donne nelle attività produttive e sociali. Quanto a noi, è evidente che riceviamo un salario ed è importante aver ricevuto un’indipendenza economica; ma è necessario capire che è ancora più importante essere entrate a pieno diritto nel mondo, preoccuparsi della collettività invece di essere immersi soltanto nei problemi familiari. Abbiamo fatto della produzione un’arma per liberarci, per servire meglio il popolo cinese e la rivoluzione mondiale”.

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