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Dal mese di febbraio gli imperialisti USA hanno lanciato un’operazione di destabilizzazione per arrivare a un colpo di Stato (come nel 2002 contro il presidente Chavez). Quali sono le principali forze su cui fanno leva all’interno del paese?
Tentativi di questo genere ce ne sono stati anche prima. Già nel ’98 e prima, successivamente si sono concretizzati in un colpo di Stato nel 2002, una serrata del settore petrolifero nel 2003, e, in sequenza, azioni esattamente uguali a queste sono state messe in atto nel 2004, nel 2005 e nel 2007. Non è certo la prima volta che in Venezuela ci troviamo in una situazione di questo tipo. Questi avvenimenti sono parte di ciò che è stato definito “golpe morbido”. Una variante della guerra di quarta generazione, con la quale gli USA inizialmente non si mostrano, non si intromettono in maniera diretta, come è avvenuto in Cile. Agiscono disarticolando la società per generare il caos e in maniera che venga attribuita la responsabilità al governo venezuelano e, successivamente, attraverso i mezzi di comunicazione nazionali ed internazionali, manipolano i fatti, ingigantendo e amplificando ciò che sta avvenendo.

In Venezuela in questo momento ci troviamo in una situazione economica difficile e complessa proprio a causa dei fatti di cui sopra, e che ancora oggi accadono. In Venezuela andiamo a dormire con il nemico, ci conviviamo. È una situazione diversa da quella che vive Cuba e che hanno vissuto altri paesi che hanno provato a costruire una società alternativa. Come accade in Bolivia, in Ecuador, o nello stesso Brasile, questa strategia di destabilizzazione il Venezuela la sta vivendo da molto tempo. Non si tratta semplicemente di un problema di ordine economico. È un problema inerente al fatto che c’è chi non vuole che esista alcun riferimento alla costruzione di un sistema diverso dal capitalismo. Noi siamo questo riferimento, continueremo ad esserlo e siamo assolutamente certi che il popolo venezuelano, i cittadini venezuelani che hanno sconfitto la reazione 17 volte nelle ultime 18 elezioni, faranno fallire i tentativi di destabilizzazione. 

 

Possiamo dire che questa operazione è il segno che il tentativo delle forze reazionarie interne di rovesciare il governo bolivariano per via elettorale è andato a vuoto? I risultati delle elezioni amministrative dell’8 dicembre scorso da questo punto di vista parlano chiaro…
Nella domanda è già insita la risposta. Come dicevo, in Venezuela in 18 elezioni il processo popolare rivoluzionario si è imposto per ben 17 volte. Le ultime tre sono state chiare: Capriles perde con Chávez, Capriles perde con Maduro e, successivamente, con le elezioni municipali, la differenza tra le forze rivoluzionarie e l’opposizione è superiore ad un milione di voti garantendoci la vittoria nel 71% dei municipi. Questo ha fatto pensare, non all’opposizione venezuelana, ma a coloro che la animano, a coloro che la utilizzano, che non c’è alcuna possibilità di imporsi con le elezioni e la democrazia.
L’imperialismo, il fascismo non si fanno problemi nell’inventare qualsiasi cosa che non sia democratica, elettorale e pacifica per prendere il potere.  È per loro fondamentale mantenere il potere per continuare a tenere in piedi le relazioni capitaliste appoggiando tutte le azioni utili ad allargare il dominio dell’imperialismo neoliberista. Se per fare ciò hanno bisogno di ricorrere alla violenza fascista, lo fanno… e abbiamo già diversi esempi: il più recente è quello dell’Ucraina, ma prima c’è stato l’attacco contro la Siria e quello contro l’Egitto, nulla di nuovo quindi. Specialmente nei paesi produttori di petrolio: non in Arabia Saudita né in Qatar, ma in quei paesi che possono offrire una resistenza all’imperialismo e che possono in qualche modo offrire un’immagine di rinnovamento della società in funzione di una maggiore giustizia e uguaglianza. 

Da noi i giornali che non hanno collaborato alla campagna di disinformazione e diversione made in USA hanno principalmente denunciato l’operato delle squadre fasciste e la falsità delle notizie (e delle immagini!) partite dalla CNN. Noi vorremmo concentrarci sull’azione che il governo sta conducendo per continuare la rivoluzione bolivariana e avanzare verso il socialismo. Recentemente infatti il presidente Maduro ha annunciato un piano in 4 punti: 1. lotta alla speculazione sui prezzi nel commercio al minuto, 2. lotta contro l’insicurezza e la criminalità diffusa con interventi per creare posti di lavoro, 3. lotta per rafforzare le amministrazioni locali (comunali), 4. lotta contro la cospirazione. Quali sono le forze mobilitate per attuarlo e i risultati a oggi raggiunti?
La lotta contro l’insicurezza, contro la speculazione, contro l’irreperibilità dei prodotti, è una lotta che stiamo portando avanti da molti anni e che negli ultimi tempi si sta approfondendo. E’ una lotta permanente, perché uno dei modi per destabilizzare il nostro processo rivoluzionario da parte di questo nemico con cui andiamo a dormire, che abbiamo in casa, è provocare l’irreperibilità dei prodotti attraverso il controllo del commercio, quello che ancora sta nelle loro mani, e della produzione di alcuni beni di prima necessità e materie prime, che ancora conservano, per mettere in difficoltà il governo. Per arginare questa situazione stiamo agendo in maniera creativa [ndt: il riferimento implicito è alla frase di Simón Rodríguez “o inventamos, o erramos”, che può essere tradotta con “se non siamo creativi, commettiamo un errore”]. Stiamo dando una risposta nuova, promuovendo la mobilitazione popolare, delle donne, degli anziani, dei diversamente abili, dei lavoratori dell’industria petrolifera, affinché il Paese prenda coscienza che la sua forza fondamentale, pacificamente, sta nella mobilitazione di massa per dare sostegno al governo. E affinché il governo si esprima con forza con la voce delle comunità, pacificamente e nel migliore dei modi, con l’obiettivo di disarticolare le manifestazioni violente del fascismo. La violenza di coloro che vogliono trascinare nel caos e nel disordine la nostra società per generare eventuali scontri con il governo e quindi dimostrare che il governo è repressivo e che bisogna liberarsene con ogni mezzo, anche in maniera non democratica. Alla luce del fatto che non sono riusciti a raggiungere questo obiettivo, rimane solo la carta del golpe e dell’intervento esterno di terzi. Nel paese sono già sconfitti, sanno di non avere alcuna possibilità elettorale e nessuna possibilità democratica di imporsi e stanno intraprendendo forme non democratiche per arrivare al potere. Ma questo meccanismo non darà loro alcun risultato.
Il governo sta affrontando le questioni economiche, della giustizia, dell’occupazione, della sanità, abitative e dell’educazione. La Rivoluzione non si è mai fermata e possiamo vantare, di fronte al mondo, cifre e statistiche grazie alle quali la nostra Rivoluzione, agli occhi del mondo, non è solo una parola, ma conta su conquiste, fatti concreti, progressi sociali che danno profonda dignità alla società venezuelana. Ci sono meno poveri e ci sono molti più studenti di prima, siamo al quinto posto nel mondo per numero di nuovi iscritti all’Università. La popolazione del Venezuela è giovane, con una età media di 35 anni, e questa popolazione aspira ad un futuro migliore, come si è visto nelle elezioni: nell’ultima tornata elettorale il rapporto tra maggioranza e opposizione si è attestato al 60% contro il 40%.
Siamo perfettamente coscienti che tutto ciò è un riferimento mondiale nella lotta contro il capitalismo. 

Che dimensioni ha la classe operaia di fabbrica in Venezuela? come è organizzata? che orientamento e che ruolo ha nell’attuazione del piano in 4 punti?
Facevo prima riferimento al fatto che una delle mobilitazioni di appoggio al Governo rivoluzionario è stata una manifestazione di migliaia di lavoratori dell’industria del petrolio a Caracas. Una manifestazione così non c’era mai stata prima in Venezuela, una manifestazione dei soli lavoratori del settore petrolifero che sono scesi in piazza per sostenere pacificamente Maduro. La classe operaia si organizza in sindacati, ci sono centrali operaie nazionali, esistono diverse organizzazioni sindacali e reti sociali. Indubbiamente, con il processo rivoluzionario i più favoriti sono stati i lavoratori: c’è più lavoro, ci sono salari migliori, abbiamo il salario minimo più alto dell’America latina. Ci sono diverse opportunità per i figli dei lavoratori, opportunità di educazione e di formazione, ci sono opportunità di studio per gli stessi lavoratori: la giornata lavorativa è stata ridotta, i lavoratori hanno molto più tempo libero, hanno più tempo a disposizione per la formazione intellettuale, accademica, pratica, spirituale. Soprattutto esiste la certezza che la società marcia verso l’uguaglianza dei cittadini, marcia per dare risposte ai problemi di chi ha meno e fra questi ci sono i lavoratori. Non è un caso che la campagna di destabilizzazione si sia basata sulla categoria degli “studenti”, in nessun caso hanno provato a coinvolgere i lavoratori. Questo indica che i lavoratori sono parte fondamentale del processo rivoluzionario. 

Nel 2002, all’epoca del colpo di Stato contro il governo del presidente Chavez, il grosso delle Forze Armate venezuelane rimase fedele alla Costituzione e alla rivoluzione. Qual è attualmente il loro orientamento?
Una delle cose interessanti delle Forze Armate venezuelane è che rappresentano le uniche Forze Armate dell’America latina di estrazione popolare. La maggior parte delle caste che si sono formate in America latina tra le FA viene dall’élite della società, dell’aristocrazia sociale, invece in Venezuela proviene dal popolo e questo fa sì che abbiano una visione del paese molto più aderente e reale, con maggiore senso di responsabilità rispetto ad altre dell’America latina. Inoltre abbiamo avuto anche un altro elemento importante, con il Presidente Chávez, che proviene dalle fila delle Forze Armate con un’estrazione popolare: un contadino, un uomo di famiglia molto povera che è arrivato ad essere un comandante delle FA ed è arrivato ad essere Presidente della Repubblica uscendo da una caserma. Questo ha generato nelle FA una visione che noi chiamiamo “civico-militare”, che mette insieme l’elemento civile e militare con l’obiettivo di costruire il Paese. Uniti per costruire il Paese. In nessun altro Paese si è verificata una situazione di questo genere, ed è qualcosa che difficilmente può accadere dove le FA non hanno un’estrazione popolare. Inoltre hanno anche una maggiore coscienza politica. Il militare non è solo colui che ha come missione la difesa dello Stato, ma piuttosto la difesa della società. Questa difesa della società si articola in azioni che non sono necessariamente di guerra, ma in azioni con le quali i militari partecipano al lavoro civile con l’obiettivo di dare senso, formazione e conquiste alla società rivoluzionaria. I nostri soldati partecipano permanentemente alle attività per far fronte al problema degli approvvigionamenti alimentari, alla lotta al contrabbando, per evitare che gli alimenti vengano contrabbandati fuori dal paese. Trasporto, educazione, salute: i militari partecipano a tutte queste attività che sono attività civili. Ma l’aspetto più importante, che noi consideriamo imprescindibile, è che i militari sono strettamente legati al concetto di sovranità del nostro paese: per loro la cosa più importante è che il nostro paese sia un paese sovrano (concetto fondamentale di qualsiasi forza armata che sia tale), integrando a questo l’idea della società, della propria famiglia, dei propri fratelli, e facendo proprie le idee dei libertadores. Le nostre FA sono forze liberatrici, per liberare il nostro paese dall’oppressione. 

Sempre nel 2002, la gerarchia ecclesiastica (in particolare l’allora vescovo di Caracas Velasco Garcia) ebbe una parte importante nel colpo di Stato. Che forza ha la gerarchia ecclesiastica in Venezuela? qual è oggi il suo atteggiamento?
Esistono due Chiese. Quella dall’alto e quella dal basso. Quella che dirige la Chiesa e quella che milita, che partecipa alla Chiesa. Quella che partecipa alla Chiesa con contenuto popolare, non sarà mai domata né addomesticata da questa gerarchia ecclesiastica. Questa gerarchia ecclesiastica risponde agli interessi fondamentali di dominazione, ma coloro che stanno in basso, i dominati, sanno che devono liberarsi di questi gerarchi e sanno che devono liberarsi da questi elementi di dominazione. La Chiesa in Venezuela ha sempre giocato un ruolo determinante contro la liberazione. Nell’epoca di Bolívar la Chiesa provò a frenare l’emancipazione del Venezuela e in tutte le altre occasioni la Chiesa, per quanto concerne la sua gerarchia, è stata una Chiesa assolutamente conservatrice. Oggi continua ad avere lo stesso ruolo. Ma, insisto, esistono due Chiese: una cosa sono quelli che la dirigono e altro sono coloro che partecipano alla Chiesa. Chi partecipa alla Chiesa non necessariamente si identifica con i cardinali, con i vescovi. Inoltre ci sono molti sacerdoti in America latina che fanno ancora parte della Teologia della Liberazione e sono impegnati in un’interessante attività al fine di usare lo strumento della religione per unirsi al popolo e organizzare nelle fila del popolo una forza di liberazione.  

Ringraziamo Ciro Brescia, redattore di ALBAinFormazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli, che ha curato la traduzione dell’intervista.

 

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