Alcune settimane dopo che si sono calmate le acque attorno alle mobilitazioni che ha organizzato, il Movimento 9 dicembre (M9D) si sta interrogando sul bilancio e le prospettive (è una realtà magmatica e fluida, a Firenze si sono riuniti alcuni nodi cittadini il 16 febbraio per discutere, appunto, di bilancio e rilancio). Di quella mobilitazione rimangono gli strascichi legati alla caratura del gruppo dirigente (che ha alimentato spaccature, personalismi, ecc.) e rimane soprattutto, ribadiamo, la questione che ha avuto il merito di sollevare: far fronte alla crisi è un problema politico, non basta rivendicare cambiamenti e riforme, bisogna puntare a una forma alternativa di governo del paese.

Sono noti i tentativi di infiltrazioni delle organizzazioni fasciste (in certi casi pure riusciti, in parte o pienamente), ma definire il M9D un coacervo di reazionari continua ad essere una sintesi e una conclusione sbagliata e superficiale.

Il M9D è il sommovimento di una parte consistente dell’elettorato che si è affidato al M5S (al netto di qualche pentito di aver votato per i partiti della sinistra borghese, di una parte di astenuti e di alcuni camaleonti che hanno votato destra reazionaria o Lega), quella parte che non necessariamente è legata all’attivismo dei meet-up, ma concepisce la mobilitazione popolare come aspetto complementare all’opera degli eletti del M5S nelle istituzioni.

Questo rapporto per nulla consolidato e reciproco fra M9D e M5S indica che sono le mobilitazioni spontanee e autonome del primo che hanno contribuito all’attivismo e alla disobbedienza del secondo, facendo in un certo senso e autonomamente ciò che Grillo non ha chiamato a fare (non ne ha avuto il coraggio) la base di riferimento del M5S: mobilitarsi nelle piazze e nelle strade.

Questo ruolo di agitazione dal basso del M9D si combina con l’attivismo di altri movimenti popolari (anche molto diversi per orientamenti e per referenti sociali, anche in apparente concorrenza o contrapposizione con esso: NO TAV, 19 ottobre…). L’aspetto decisivo che interessa e deve interessare chi si pone l’obiettivo di cacciare i governi della Repubblica Pontificia (a seconda del movimento in questione, “i governi delle banche e delle tasse”, i governi “delle grandi opere speculative”, i governi “dell’austerity”, ecc.) e cambiare rotta non è ciò che ognuno di questi movimenti, rappresentativi e a loro modo autorevoli rispetto ai loro referenti, è oggi, ma quello che ognuno di essi e soprattutto insieme possono diventare se con metodo e scienza vengono assunti come oggetto e soggetto della trasformazione sociale e politica a cui la crisi spinge e obbliga le masse popolari.

Per le categorie di masse popolari a cui il M9D si rivolge e che mobilita, il suo contributo a rendere ingovernabile il paese alle autorità può essere di alto livello. Sia in termini di agitazioni, manifestazioni, blocchi, ecc., sia, soprattutto, in termini di consolidamento di una autorità che promuove l’organizzazione e la disobbedienza al cappio delle imposte, delle tasse, del pagamento di mutui e interessi sui mutui che strangola centinaia di migliaia di lavoratori autonomi, artigiani, piccoli commercianti. Cioè si tratta di progettare e realizzare un percorso di mobilitazione che oggi sarebbe possibile, sempre tenendo conto della base di riferimento del M9D, solo ai sindacati di regime o alle confederazioni di artigiani e commercianti, ma i primi sono troppo legati e succubi alle classi dominanti e alle sue autorità (e non a caso si chiamano “di regime”) e i secondi troppo infeudati a una concezione corporativa in cui hanno proliferato per decenni, come lobbies, nelle pieghe del sistema produttivo.

Il M9D è la parte “rozza, genuina e di rottura” di settori popolari avvezzi a non essere rappresentati, a concepire i diritti come privilegi, affermati individualmente “nel fuoco della concorrenza del libero mercato”, ma alle condizioni italiane in cui clientelismo, nepotismo e familismo l’hanno fatta da padroni.

Era inevitabile che, riprendendo un concetto espresso da Alberto Perino, il loro gruppo dirigente (di coordinatori e portavoce) fosse di basso livello, di orientamento confuso e di principi tutt’altro che saldi. Ma la sociologia spiccia non serve ad affrontare e risolvere la situazione… occorre la scienza che trasforma un movimento spontaneo e caricato prima di tutto dalla rabbia, dallo smarrimento e dalla disperazione in un rivolo che contribuisce alla trasformazione della società.

A Firenze la parte di M9D che si è riunita si sta dando gli strumenti per coordinarsi più efficacemente e per trovare una sintesi unitaria sul che fare. Ci sono altre componenti che per ora hanno scelto altre strade, ce ne sono alcune che sono il paravento di organizzazioni fasciste, ci sono i capi popolo, gli arruffapopolo e gli avventurieri.

Ma in questo ribollire, fra diatribe e incertezze, voglia di mobilitarsi e titubanze, nella parte più genuina e generosa di questo movimento si sta insinuando la consapevolezza che hanno da imparare da chi lotta già, da quanti hanno esperienza di mobilitazioni popolari, da quanti resistono da decenni, da quanti, soprattutto, vogliono vincere. E non è secondario, però, che si stia insinuando anche la comprensione del ruolo che possono avere, cioè del fatto che mentre imparano, possono anche insegnare, essere da esempio, alimentare la fiducia delle masse popolari in loro stesse e nella loro forza.

carc

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