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Alla manifestazione #VIALADIVISA contro il reintegro dei poliziotti che hanno ucciso Federico Aldrovandi hanno partecipato non solo i parenti delle vittime degli omicidi di stato (Ilaria Cucchi, Lucia Uva…), ma anche tutte quei collettivi, associazioni, comitati e singoli che alimentano la campagna nazionale per l’introduzione del reato di tortura e del codice identificativo per gli agenti delle forze dell’ordine.

Il reintegro dei poliziotti che uccisero Federico (oltre a un’azione criminale di per sé) si combina con le prove di fascismo che la parte più reazionaria della borghesia conduce per individuare, formare e selezionare gli uomini che in prospettiva siano capaci di promuovere tra le masse popolari la mobilitazione reazionaria.

Un esempio rivelatore della commistione tra operato delle forze dell’ordine e prove di fascismo è il caso del Questore Manzo di Pistoia, che per impedire il coordinamento degli antifascisti toscani contro le ronde razziste del Pacchetto Sicurezza Maroni, nel 2009, ha montato ad arte una persecuzione giudiziaria che ha colpito 7 compagni (3 dei quali sono stati incarcerati per mesi), permettendo non solo che Casa Pound continuasse il proprio lavoro di propaganda e proselitismo (il frutto più maturo di questo lavoro sono stati gli omicidi di immigrati ad opera di Casseri), ma anche indicando e suggerendo ai fascisti le strategie processuali, la scelta dei testimoni, la linea di difesa e quella di denuncia. Manzo è un tipico esempio di quanti, come fu per tanti dirigenti del macello del G8 di Genova, hanno di fronte una carriera “sfolgorante” se si afferma e prevale la mobilitazione reazionaria.

Attorno alla campagna per l’introduzione del numero identificativo sulle divise, a quella contro il reintegro dei poliziotti assassini, a quella per la verità e giustizia sugli omicidi di Stato, a quella per l’introduzione del reato di tortura in Italia, si stanno mobilitando e attivando settori popolari anche diversi fra loro (dai “sinceri democratici” al mondo degli ultras di calcio). Ci sono le condizioni per progettare un “salto in avanti”: coordinarsi con i vari comitati, associazioni, collettivi che lottano contro la repressione e formare degli organismi che vadano a controllare l’operato delle forze dell’ordine denunciando pubblicamente tramite foto, nomi, cognomi ed indirizzi gli agenti che commettono abusi e sviluppando campagne per cacciarli, loro e la loro “linea di comando”.

Iniziative come il sito Caccia allo Sbirro promosso dal (n)PCI indicano una via: “rendere noti i nomi ed i volti degli agenti delle forze dell’ordine che commettono abusi è un’operazione di democrazia”.

la sezione di Reggio Emilia

 

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