“All’entrata dello stabilimento Electrolux di Susegana, si è svolta un’assemblea pubblica, nella quale i rappresentati sindacali hanno spiegato ai lavoratori cos’è successo durante il confronto di ieri con l’azienda e quali saranno le possibili future iniziative. Nell’ assemblea hanno parlato Augustin Breda (Fiom-CGIL), Paola Morandin (Fiom-CGIL) e Enza Calderone (UIL-UILM). Il nuovo piano dell’Electrolux per l’Italia, non è ancora sufficiente (basti pensare che l’idea rimane quella di licenziare centinaia di persone), ma si respira un’aria un po’ più positiva e i lavoratori sono ancor più convinti nel continuare la lotta, perché qui non ci si gioca solamente il futuro degli stabilimenti in Italia, ma il futuro di tutte le decisioni e piani industriali delle multinazionali nel nostro Paese.

Nel tardo pomeriggio invece la RSU decide la strategia sindacale, attraverso le seguenti iniziative. Organizzazione nei prossimi giorni di una mobilitazione con i sindaci locali, per fare pressione sul prossimo governo e chiedere un intervento sul costo del lavoro. Sospensione dello sciopero a rotazione. Conferma del presidio notte e giorno, sette giorni su sette. Prosecuzione della regolazione di uscite ed entrate delle merci, con le modalità elastiche che rimangono tuttora al di sotto della produzione giornaliera. Infine, una possibile (e probabile) visita agli operai di Porcia, stabilimento in maggior difficoltà e più colpito dai tagli aziendali.

L’incontro avvenuto ieri è stato relativamente positivo, ma come afferma Augustin Breda ‘dobbiamo stare attenti, perché come hanno cambiato strada rispetto a venti giorni fa, potrebbero cambiarla ancora nel prossimo periodo. Questo è l’invito che mi sento di fare anch’io: stiamo attenti’” (da Oggi Treviso, 18.02.14).

“La grande lotta dei lavoratori Electrolux, che per settimane ha bloccato i quattro stabilimenti, ha costretto la direzione a ritirare il taglio dei salari. Ed ora ci si appresta a chiedere soldi al governo, senza neppure avere la cancellazione di tutti gli esuberi?

La lotta deve continuare,

– sia nei confronti del governo perché intervenga per rifinanziare i contratti di solidarietà

– sia nei confronti di Electrolux per il ritiro totale di tutti gli esuberi e per programmi certi che prevedano il mantenimento dei quattro stabilimenti” (dal volantino della FLMU-CUB Electrolux Solaro e Susegana, 21.02.14)

all’ALNOR ALLUMINIO di Porzano di Leno (BS) e l’AGFA di Manerbio (BS)

“Quando siamo arrivati al presidio dell’ALNOR (che dura da un anno e mezzo, è seguito e promosso unicamente dalla FIOM), era presente un solo operaio che ci ha accolti molto bene e ci ha raccontato i problemi derivanti dal fatto che, siccome inizialmente avevano la speranza della riapertura e una certa fiducia nei confronti della direzione aziendale, si sono lasciati portare via tutti i macchinari. Nei capannoni ci sono ancora ingenti quantità di alluminio che ora non fanno uscire. La direzione ha proibito però ai lavoratori di entrare nei capannoni, come invece facevano inizialmente, addirittura saldando cancelli e portoni e assumendo delle guardie giurate per controllare che i lavoratori non entrassero. Ha poi parlato del Movimento 9 dicembre, sostenendo quanto avessero ragione e che fra un po’ non ci saranno solo i lavoratori autonomi per strada, ma anche gli operai. (…) Siamo andati poi al presidio della AGFA, che era affollato e dove gli operai hanno detto che recentemente ci sono stati sviluppi nella vicenda: un piano in cui sono coinvolti la Regione e un imprenditore locale (Ziletti), che rileverebbe l’azienda e continuerebbe sostanzialmente con la vecchia produzione, proponendo alla multinazionale AGFA un patto di non concorrenza (infatti AGFA non vorrebbe mantenere il sito proprio per questioni di concorrenza, così dice). La Regione finanzierebbe e offrirebbe commesse principalmente nel ramo sanitario. A un certo punto è saltata fuori anche una proposta alternativa, con una fantomatica società lussemburghese che produrrebbe motorini elettrici (ma che in sostanza non ha ancora prodotto nulla) che vorrebbe rilevare il sito per assumere parte dei lavoratori, smantellare gli impianti e impiegarli nel ramo della raccolta di materiali ferrosi. Quindi AGFA ha bloccato il piano e propende per questa alternativa, che le dà maggiori garanzie di non concorrenza. Questo tavolo alternativo andava avanti da un po’ con la partecipazione della FIM che ha agito senza mandato dei lavoratori e fingendo di proseguire anche sull’altro tavolo! Inutile dire come è finita: disdette le 25 tessere presenti al presidio, RSU comprese, e l’invito tramite raccomandata alla funzionaria FIM a presentarsi al presidio a dare spiegazioni ai lavoratori. Ovviamente nessuno della FIM si è più fatto vedere.

In precedenza avevamo discusso con alcuni operai della possibilità di autogestione ed erano perplessi. Adesso sono compatti per il piano Ziletti (che tra l’altro è figlio dei vecchi padroni dell’azienda che poi la cedettero alla AGFA). Non so che consistenza abbia oggi quel piano (sembra quasi troppo bello per essere vero), però il presidio è compatto nel sostenerlo e nel volerlo ottenere, inoltre la Regione ci sta mettendo la faccia e gli operai non hanno intenzione di lasciare passare nulla dal punto di vista occupazionale e della loro dignità professionale (dal rapporto del Segretario della sezione di BS – 15.01.14)

dalla Mecm di Merano (BZ)

“A noi non ci conosce nessuno perché siamo in Alto Adige. La Memc è un’azienda leader in Italia, facciamo silicio. Il silicio che cos’è? Materiale che sta dentro i vostri telefonini o materiali che mettiamo nei pannelli solari. La nostra azienda è americana e ha investito 340 milioni, ha tirato su un impianto megagalattico. Noi operai avevamo un futuro e abbiamo investito anche noi, c’è chi ha comprato casa… Abbiamo fatto e stiamo ancora facendo, da 28 mesi siamo in cassintegrazione. L’ultima pugnalata l’abbiamo ricevuta la scorsa settimana: 235 operai in mezzo alla strada, 235 famiglie senza neanche un lavoro. Per me la prima colpa è della politica, che sta calpestando il primo articolo della Costituzione italiana: l’Italia è una repubblica basata sul lavoro. Ce lo stanno tirando via! Gli americani magari cosa fanno? Chiudono da noi e vanno negli Emirati Arabi, gli danno il progetto, gli arabi mettono i soldi e via. Noi non lo permetteremo, io sarà uno dei primi a mettermi davanti al cancello e a non far uscire nulla!” (dall’intervento di Giorgio Cacco, operaio della Memc, alla puntata del 19 febbraio de La Gabbia)

alla DEMA di Somma Vesuviana (NA)

“Al presidio alcuni operai ci hanno raccontato che l’annuncio di decine di licenziamenti non trova spiegazioni apparentemente plausibili. La DEMA (che fa progettazione e realizzazione di componenti dell’industria aereonautica) ha diverse commesse di lavoro da parte di grandi imprese del settore, da Alenia a Bombardier. Le cose stanno diversamente: il titolare, Starace, negli anni ’90 ha rilevato degli stabilimenti in dismissione usando fondi per la mobilità e incentivi statali, ottenendo subito commesse da grandi aziende del settore, grazie ai legami politici con personaggi del calibro di Bassolino e Cozzolino che all’epoca spadroneggiavano a Napoli e provincia. Un’azienda (decantata come fiore all’occhiello della media impresa italiana) sempre in attivo addirittura da continuare a fare assunzioni, dal 2008 a oggi la media è stata di 80 assunzioni l’anno! Ha acquisito anche uno stabilimento in Tunisia. La verità sulla crisi della DEMA, ci hanno detto gli operai, è che a causa delle assunzioni clientelari ci sono più dirigenti che lavoratori, con stipendi d’ora (compreso Starace che guadagna 250 mila euro l’anno ufficiali): in DEMA ci sono 40 dirigenti (in FIAT sono 4)!

In realtà slittamenti nei pagamenti degli stipendi avvengono da 2 anni e a maggio scorso c’è stata la prima risposta forte da parte degli operai con i picchetti ai cancelli, quando si iniziò a vociferare di un piano di 40 licenziamenti per recuperare i debiti fatti da Starace. Quando sono stati annunciati i licenziamenti, la risposta è stata immediata. È stata convocata l’assemblea degli iscritti FIOM ma poi è stata estesa a tutti i lavoratori e nelle ultime 3 settimane sono state organizzate 2 ore di sciopero a fine turno e i picchetti nei sabati di straordinario. In sostanza c’è un’assemblea permanente, che si tiene ogni giorno nel parcheggio della fabbrica: all’inizio partecipavano 20 operai su 37 iscritti FIOM dei 270 lavoratori, oggi allargando a tutti senza distinzioni di tessera sindacale sono arrivati a 80” (dal rapporto della segretaria della Federazione Campania- 20.02.14)

“L’aggravarsi della crisi, l’operato del governo Renzi-Berlusconi, la complicità dei sindacati di regime con padronato e governo costringono “gli operai combattivi a scegliere tra da una parte una maggiore sottomissione al padrone finché gli conviene farli lavorare e la rassegnazione agli ammortizzatori sociali e alla precarietà o alla disoccupazione quando il padrone chiude o delocalizza e dall’altra organizzarsi da subito come istituzioni del Nuovo Potere, costituire in ogni azienda organismi operai che prevengano le misure e i progetti del padrone circa il futuro dell’azienda e che quindi si proiettino anche fuori dell’azienda, promuovendo l’organizzazione del resto delle masse popolari e collegandosi con le organizzazioni operaie delle altre aziende per costituire insieme il governo d’emergenza delle masse popolari. Infatti o noi cambiamo il corso delle cose o peggioriamo. Dagli stabilimenti FIAT (da Torino a Termini Imerese) condannati a morte lenta alla Indesit, dall’Electrolux all’Ilva, dalla Piaggio a centinaia di altre aziende, dal territorio devastato e inquinato al patrimonio edilizio lasciato all’abbandono e ai servizi pubblici lasciati decadere o privatizzati, dalle basi NATO e USA alle spedizioni militari all’estero, bisogna prevenire il disastro a cui la borghesia e il clero ci portano. Bisogna prevenire i padroni e le loro autorità. Bisogna mobilitare tutte le risorse intellettuali e morali del paese, mettere all’opera tutte le persone che godono di autorità e prestigio e che sono disposte a collaborare. Bisogna definire, attuare e imporre da subito, in lotta contro le autorità e le istituzioni della Repubblica Pontifica e dell’UE, soluzioni alternative alle produzioni militari, alle lavorazioni nocive e inquinanti e alla sovrapproduzione di beni, soluzioni che assicurino un avvenire a tutta la popolazione, che realizzino i grandi progressi materiali, ma anche culturali e morali che lo sviluppo delle forze produttive e la ricerca scientifica rendono possibili. Così le organizzazioni operaie e popolari costituiscono e impongono il loro governo d’emergenza.

Ridurre su grande scala il tempo di lavoro mobilitando tutti a compiere un lavoro utile e dignitoso, oggi è possibile. Stabilire relazioni di scambio, collaborazione e solidarietà con gli altri paesi è necessario oltre che possibile. Salvaguardare e migliorare l’ambiente e il territorio è possibile. Oggi esistono le condizioni perché gli uomini accedano in massa al patrimonio culturale e morale più avanzato che l’umanità ha creato, così come negli ultimi cento anni gran parte dell’umanità ha imparato a leggere e a scrivere. Assicurare a ogni individuo l’accesso a condizioni di vita dignitose, oggi è possibile. Ma bisogna che instauriamo nel nostro paese un governo e un sistema di potere (le organizzazioni operaie e popolari) che lo vogliano e che abbiano la forza di imporlo” (dal Comunicato del (n)PCI, n. 4-28.01.14).

 

carc

 

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