Il decreto sul femminicidio, messo a punto dal ministro Alfano e  divenuto legge l’ottobre scorso, assume i contorni di una nuova manovra repressiva a danno delle donne e degli uomini che lottano per difendere i propri diritti.

 Il governo Letta ha  messo a punto un vero e proprio pacchetto sicurezza che nulla ha a che fare con la reale tutela della donna.

Il decreto prevede tra le tante e controverse misure, un forte inasprimento delle pene per chi manifesta contro l’alta velocità, un massiccio impiego delle forze armate nei territori con l’attribuzione, a quest’ultime, di maggiori funzioni, l’ introduzione di appartenenti alle forze dell’ordine stranieri sul nostro territorio... ma che cosa c’entra tutto questo con il femminicido?

Premettiamo che non crediamo affatto che l’oppressione della donna, la cui massima e più grave espressione sta proprio nella violenza, possa essere liquidata da leggi più o meno repressive.

La problematica di genere rientra in una questione molto più ampia attinente alla morale ed alla concezione clericale che da millenni opprime le donne e gli uomini delle masse popolari.

La cultura patriarcale è legata e alimentata dai poteri forti del nostro paese guidati dal Vaticano per prolungare il sistema di oppressione e sfruttamento che ogni giorno causa la morte di centinaia di migliaia di donne, uomini, bambini, anziani, in nome del profitto. 

Patriarcato e padronato suggellati dal supremo interesse di mantenere nell’oppressione, abbrutimento e disperazione le donne e gli uomini delle masse popolari.

La lotta per l’emancipazione delle donne, quindi, non può essere scissa dalla lotta per cambiare l’intera società, dalla lotta di classe!

Le misure repressive adottate in questo decreto sono l’ennesima prova di fascismo sul corpo delle donne, un atto vile che trasforma le donne in un alibi ad una nuova ondata repressiva.

Quella stessa repressione che, non a caso, si scatena ferocemente proprio su quelle donne che decidono di non essere strumento dello status-quo ma soggetti della trasformazione individuale e, soprattutto, collettiva. Per queste donne non c’è “questione di genere” che tenga: davanti alle botte, agli stupri, alle manganellate, ai palpeggiamenti e alle ingiurie messi a punto dalle forze dell’ordine nei CIE, nelle carceri, nei Cantieri No Tav, tutto rimane nell’impunità e nell’indifferenza. 
Vogliamo promuovere questa giornata come momento di confronto su queste tematiche al fine di smascherare le prove di fascismo che la classe dominante attua a danno delle donne e degli uomini delle masse popolari. 
Ma vogliamo anche aprire una riflessione sull’oppressione che vive la donna, un’oppressione che dura millenni e che ha la sua principale fonte nella cultura patriarcale-cattolica mantenuta saldamente in vita da un sistema di sfruttamento come quello vigente. L’iniziativa, che si terrà a Palazzo Patrizi a partire dalle ore 17.00,  vedrà la partecipazione del collettivo “Se non con Marta quando?”, dell’avvocato Irene Margherita Gonnelli e il contributo di una deputata del Movimento 5 Stelle.

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