L’esempio del Giappone e le lezioni della storia

Dopo sei anni che picchia ininterrotta, è diventato sentire comune che questa crisi è di là da finire e che non passerà da sé così come è venuta. C’è sempre il Letta di turno che ogni tanto salta su a giurare che “stiamo uscendo proprio in questi giorni dalla crisi, stiamo cominciando a crescere”, ma alla balla della “ripresa dietro l’angolo” non credono più neanche i caporioni della troika e delle altre istituzioni del mercato finanziario, tanto vero che si sono inventanti persino la “jobless recovery”: una ripresa economica accompagnata da un tasso di disoccupazione che resta elevato o addirittura continua ad aumentare!
Che ci vogliono misure d’emergenza lo dicono tutti, tanto è evidente ed è altrettanto evidente che le ricette di austerità della BCE, della CE e del FMI non fanno che aggravare la crisi che pretenderebbero di risolvere. Ma allora quali sono queste misure d’emergenza e, soprattutto, chi può applicarle? Attualmente “sono sul mercato” due risposte.
La prima, quella indicata dal P.CARC e dalla Carovana del (n)PCI, è che per farla finita da subito con gli effetti peggiori della crisi del capitalismo bisogna che gli operai e il resto delle masse popolari si organizzino, rendano dal basso ingovernabile il paese alle autorità della Repubblica Pontificia con mille iniziative di base per tenere aperte le aziende (o riaprire quelle chiuse) e costituire per questa via un proprio governo d’emergenza (formato da persone di loro fiducia) che ponga “un lavoro utile e dignitoso per tutti” davanti alle pretese del sistema finanziario e dei poteri forti nostrani. Quindi che abolisca il debito pubblico (tutelando solo i piccoli risparmiatori), metta sotto controllo le banche, nazionalizzi la FIAT e le altre grandi aziende, lanci un Piano generale del Lavoro che mobiliti lavoratori, cassintegrati, disoccupati e precari a rimettere in sicurezza il territorio, le infrastrutture e i quartieri, a far funzionare i servizi pubblici. E’ una risposta, e una linea, sicuramente ancora di minoranza, ma su di essa abbiamo già degli alleati e il loro numero aumenterà: è l’unica linea realistica e costruttiva per far fronte alla crisi perché è, nello stesso tempo, un pezzo della strada da fare per farla finita con il capitalismo, che è la sorgente della crisi, e instaurare il socialismo.
La seconda, quella che va per la maggiore tra i promotori di “un’uscita a sinistra dalla crisi”, è che i governi dovrebbero (qualcuno dice che bisogna convincerli, altri che bisogna costringerli) fare una massiccia politica di lavori pubblici, sostegno alle imprese e redistribuzione del reddito. Cioè dovrebbero rompere il diktat della riduzione del debito pubblico e del pareggio del bilancio dello Stato per attuare quelle che si chiamano politiche neokeynesiane per rilanciare i consumi e in questo modo rimettere in moto l’economia. A sostegno delle loro proposte portano l’esempio della “grande crisi del 1929” da cui, secondo loro, si è usciti con il New Deal di Roosevelt (le riforme economiche keynesiane) e in generale con l’aumento della spesa pubblica. Ma le cose non sono andate propriamente così.
Siccome si avvicinano le elezioni europee e visto che i governi nostrani giustificano le misure antipopolari come imposizione delle istituzioni dell’Unione Europea, alcuni sostenitori delle politiche keynesiane aggiungono che bisogna uscire dall’euro e “riconquistare la sovranità monetaria”. E’ così? Andiamo a vedere come stanno le cose in Giappone, un paese che ha una sua propria moneta e dove dal dicembre 2012 il governo guidato da Abe Shinzo (del Partito liberal-democratico) sta attuando politiche keynesiane. “Dal suo arrivo al potere (dicembre 2012), il governo Abe ha posto l’accento sulla volontà di raddrizzare l’economia attraverso tre tipi di misure (è quello che i media hanno chiamato ‘abenomics’): aumentare la liquidità (altrimenti detto battere moneta), rilanciare gli investimenti pubblici, attuare una strategia di crescita fondata su esportazioni, privatizzazioni e deregolamentazione del mercato del lavoro. Un anno dopo, a che punto siamo?
L’immissione di liquidità a partire dal gennaio 2013 imposta alla Banca del Giappone ha ‘dopato’ l’economia borsistica. Su ripetuta richiesta dei grandi esportatori, il corso dello yen si è abbassato, in particolare in rapporto al dollaro e all’euro. Le vendite all’estero ne sono state stimolate (+16% da ottobre 2012 a ottobre 2013), ma molto di meno di quanto atteso in ragione della debole crescita economica nei paesi clienti e delle importanti delocalizzazioni operate negli ultimi decenni. Solo i profitti degli esportatori ne risultano rafforzati.
Invece il ribasso della moneta giapponese ha fatto infiammare il prezzo delle importazioni. Mai, secondo i dati del ministero delle finanze, il deficit commerciale era stato così considerevole dal 1979. Più di 9 miliardi di euro nel novembre 2013 (1293 miliardi di yen) contro un’eccedenza superiore a 11 miliardi di euro nel 2007. Tabù budgetario negli anni precedenti, talmente lo stato è indebitato (224% del PIL nel 2013), l’incentivazione dei lavori pubblici è stata ben accolta dalle imprese locali che soffrono del rallentamento della loro attività. L’idea di un rilancio per mezzo delle spese pubbliche, proprio mentre dappertutto altrove, e in particolare in Europa, il dogma comanda di ridurle, ha tutto per sedurre i partigiani del volontarismo politico e gli economisti ostili all’austerità. Tuttavia questo ritorno al keynesismo non ha avuto l’effetto previsto. Il tasso di crescita annuale del PIL, che raggiungeva il 4,3% tra gennaio e marzo 2013, è caduto all’1,9% nel corso del terzo trimestre (tra luglio e ottobre). Il tasso di investimento produttivo delle imprese, che hanno accelerato le delocalizzazioni in questi ultimi anni, resta debole. Il bilancio è così poco convincente che Abe ha annunciato all’inizio di ottobre un nuovo pacchetto di finanziamenti che in totale ammontano a 40 miliardi di euro. Ma per rilanciare la macchina, non basta rompere con l’ortodossia dominante e immettere denaro a favore delle imprese. Sul piano sociale, il bilancio dell’abenomics è chiaramente negativo. Il numero di nuclei familiari che ricorrono all’aiuto dei servizi sociali batte un record storico, con 1 milione 600 mila famiglie interessate nell’agosto 2013. Dietro un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (OCSE), dell’ordine del 4%, si nasconde una silenziosa ma profonda crisi del lavoro, con il rafforzamento della precarietà e l’intensificazione dei ritmi. Il 35% degli impieghi è ormai precarizzato (lavoro a tempo parziale, interinale, ecc.) e il reddito reale dei salariati è in regressione: – 1, 3% tra ottobre 2012 e ottobre 2013, secondo il ministero della salute, del lavoro e della sicurezza sociale. Bisogna dire che il tasso di sindacalizzazione è sceso (18% contro il 24% all’inizio degli anni ’90). Essenzialmente sono le associazioni, e non i sindacati, a farsi carico delle rivendicazioni dei lavoratori precarizzati. Dal 2012, queste associazioni pubblicano la lista nera delle imprese che impongono ai loro salariati condizioni di lavoro disumane. Assegnato ogni anno, il premio della ‘impresa nera’ è stato attribuito nel 2013 a un grande gruppo della ristorazione, Watami, il cui fondatore ed ex presidente (Watanabe Miki) è stato appena eletto senatore nella lista della maggioranza. Il suo famoso comandamento indirizzato agli impiegati, ‘lavora 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno, fino alla morte’, ha arricchito la lista dei detti del neoliberismo giapponese.
Discutendo della decisione di ridurre l’imposta sulle società, Abe ha pubblicamente esortato il padronato ad aumentare i salari per dare una spinta ai consumi. Nei fatti, Abe si rivela essere l’applicatore zelante della strategia dell’abbassamento del costo del lavoro. Non solo mantiene regali fiscali, ma aumenta l’imposta sul valore aggiunto (IVA), che pesa sulle famiglie e passerà dal 5 all’8% a partire dal 1° aprile per alleggerire il deficit dell’assicurazione sociale. Abe avrebbe potuto scegliere di alzare le aliquote contributive a carico delle imprese, le più basse del mondo, un po’ più del 5% del PIL, contro l’11% in media per i paese dell’Unione europea, per esempio.
Allo stesso tempo il governo conduce un’offensiva commerciale, molto mediatizzata in Giappone, per esportare centrali nucleari, prodotti alimentari di lusso ed equipaggiamenti militari ad alta tecnologia. La vendita di questi ultimi all’estero era fino a oggi strettamente limitata da tre principi: non vendere armi ai paesi in conflitto, non vendere a quelli che rischiano di entrare in guerra, non promuovere l’esportazione di armamenti.
Voler vendere centrali nucleari può apparire incoerente, visto che, benché il primo ministro abbia dichiarato che la centrale di Fukushima era sotto controllo e che tutto sarà sistemato prima dei Giochi di Tokyo (nel 2020), la sistemazione dell’acqua contaminata non è ancora conclusa (…).
Quanto alle esportazioni agricole, la politica aggressiva esaltata dal governo è considerata come una tattica per distogliere l’attenzione dall’accordo di partenariato transpacifico (Trans-Pacific Partnership- TPP), in corso di negoziazione. In molti temono che questo Accordo sia la campana che suona a morto per l’agricoltura familiare e per le norme sulla sicurezza alimentare, più severe in Giappone che negli Stati Uniti.
La piega presa da questa nuova politica economica inquieta tanto più in quanto, nella storia del Giappone, la risposta al malessere sociale è consistita globalmente in una restrizione delle libertà. All’epoca della crisi economica degli anni 1920-30, di fronte all’aumento delle rivendicazioni democratiche dei contadini e dei lavoratori urbani, la soluzione adottata è stata alla fine quella della militarizzazione e della repressione, che ha favorito lo slancio di un nazionalismo espansionista. (…) La recrudescenza degli incidenti territoriali con la Cina sulle isole Senkaku (Diaoyu in cinese) nel Mar cinese orientale e con la Corea del Sud sugli isolotti Takeshima (Dokdo in coreano) fornisce al governo Abe l’occasione sognata di mobilitazione nazionalista (ndr: e a dicembre 2013 il governo Abe ha annunciato un aumento del 5% delle spese militari per il periodo 2014-2019). Non è un caso che il progetto (pubblicato nel 2012 del Partito liberal-democratico) di revisione della Costituzione sopprime il riferimento al ‘principio universale di umanità’ nel preambolo e inserisce formule come ‘lo Stato è fondato sulla patria, la famiglia e il rispetto dell’armonia’. Per Abe questa revisione della Costituzione mira a ‘uscire dal regime da dopoguerra’ e a mettere in discussione l’ordine internazionale derivante dalle conferenze di Yalta e Potsdam (1945), che hanno penalizzato le potenze fascisteggianti. Ma il primo ministro non cerca di prendere le distanze dagli Stati Uniti in nome della sovranità nazionale: egli insiste, al contrario, sul rafforzamento dell’alleanza militare e giustifica la presenza di importanti basi americane come quella di Okinawa (…). (Fonte: Katsumata Makuto “In Giappone, falsa audacia economica, vero nazionalismo”, Le Monde diplomatique – gennaio 2014).
Insomma, e qui tiriamo noi le conclusioni: o mobilitazione reazionaria o mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari. O la guerra agli ordini dei Marchionne nostrani contro i popoli degli altri paesi o la guerra contro i Marchionne in alleanza con gli altri popoli. Non ci sono altre vie.

“Politiche keynesiane” a confronto: il New Deal di Roosevelt e la politica economica dei regimi nazista e fascista
Il tratto comune delle politiche economiche del governo Roosevelt negli USA (New Deal), del regime nazista in Germania e di quello fascista in Italia è l’aumento della spesa pubblica e dell’intervento dello Stato nell’economia (programmi di lavori pubblici, creazione di istituti assistenziali, sussidi ai capitalisti imprenditori, creazione di industrie statali, ecc.). La differenza è che le politiche economiche del regime nazista e di quello fascista erano finalizzate esplicitamente al riarmo e alla preparazione della guerra. Infatti anche se la Seconda guerra mondiale inizia ufficialmente il 1° settembre del 1939, il regime fascista dal 1922 e il 1932 riconquista con il ferro e il fuoco la Libia e nel 1935 si lancia nella conquista dell’Etiopia, il regime nazista nel 1936 occupa la Renania, nel marzo 1938 l’Austria, nel settembre 1938 i Sudeti, una regione della Cecoslovacchia (con il consenso ufficiale del governo francese e inglese – conferenza di Monaco) e nel marzo 1939 si prende anche la Boemia e la Moravia, sempre nel marzo del 1939 impone alla Lituania di cedere alla Germania la città di Memel. Entrambi appoggiano politicamente, economicamente e militarmente (corpi di spedizione, mezzi aerei, armi e pezzi d’artiglieria) Franco e le forze reazionarie spagnole nella guerra civile spagnola del 1936-1939.
Da qui i diversi risultati ed effetti del New Deal e delle politiche economiche del regime fascista e di quello nazista.
Hitler prende il potere in Germania nel 1933 e, se in un primo momento l’azione statale si indirizzò verso i grandi lavori pubblici (autostrade, aeroporti, case per i lavoratori), nel 1935 il regime nazista annuncia ufficialmente il riarmo (in violazione degli accordi di Versailles) e nel 1936 lancia un piano quadriennale con cui imposta una vera e propria economia di guerra “grazie” alla quale nel 1939 la produzione industriale era raddoppiata rispetto al 1932 e la disoccupazione (nel 1932 i disoccupati erano 6 milioni) di fatto non esisteva più.
Gli USA, invece, nel 1939 non avevano ancora raggiunto i livelli di reddito nazionale e individuale del 1929. Sarà solo il riarmo, iniziato nel 1939 in previsione della guerra, a dare un vigoroso impulso alla produzione industriale e a permettere il riassorbimento dei nove milioni di disoccupati che (dopo sei anni di New Deal) si contavano ancora nel paese (nel 1932 erano 12 milioni).

Si chiama TTP in Giappone e TTIP in Italia si legge: arma di distruzione di massa!
Le regole e le modalità del TPP (in corso di adozione, oltre che in Giappone, anche in Malesia, Singapore, Vietnam, Brunei, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Messico e Perù) sono gli stessi del TTIP, il Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti che è in corso di negoziazione tra gli USA e l’Unione Europea (compresa l’Italia: a giugno dello scorso anno Letta ha dato il via libera del governo italiano alla Commissione Europea) di nascosto dall’opinione pubblica.
Qual è la sostanza del TTIP (il cui testo è top secret anche per il Parlamento europeo e il Congresso statunitense)? Con esso ogni impresa potrebbe costringere governi e amministrazioni locali a promuovere i suoi profitti sotto la minaccia di chiedere i danni tramite il ricorso a gruppi di arbitrato appositamente creati. Tribunali speciali, abilitati a condannare (e a emettere anche sanzioni commerciali) governi e amministrazioni locali che con la loro legislazione danneggiano i profitti, quelli attuali e quelli futuri sperati, delle imprese. Competenti su cose come sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà di rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione…
Lo chiamano “eliminare, ridurre e prevenire le politiche nazionali superflue” (o libero scambio), un’ idea di cosa vorrebbe dire? “Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perù. Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige diversi miliardi di euro dalla Germania per la sua ‘svolta energetica’, che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare.
Non ci sono limiti alle pene che un tribunale può infliggere a uno Stato a beneficio di una multinazionale. Un anno fa, l’Ecuador si è visto condannato a versare la somma record di 2 miliardi di euro a una compagnia petrolifera. Anche quando i governi vincono il processo, essi devono farsi carico delle spese giudiziarie e di varie commissioni che ammontano mediamente a 8 milioni di dollari per caso, dilapidati a discapito del cittadino. Calcolando ciò, i poteri pubblici preferiscono spesso negoziare con il querelante piuttosto che perorare la propria causa davanti al tribunale. Lo stato canadese si è così risparmiato una convocazione alla sbarra abrogando velocemente il divieto di un additivo tossico utilizzato dall’industria petrolifera. (…) Le multinazionali mostrano una notevole franchezza nell’esporre le loro intenzioni. Sulla questione degli Ogm, ad esempio. L’influente Associazione dell’industria biotecnologica (Biotechnology industry organization, Bio), di cui fa parte il colosso Monsanto, si indigna perché alcuni prodotti contenenti Ogm e venduti negli Stati uniti possano subire un rifiuto sul mercato europeo. Essa desidera di conseguenza che il ‘baratro che si è scavato tra la deregolamentazione dei nuovi prodotti biotecnologici negli Stati uniti e la loro accoglienza in Europa’ sia presto colmato (…). Anche le norme sulla qualità nell’alimentazione sono prese di mira. L’industria statunitense della carne vuole ottenere la soppressione della regola europea che vieta i polli disinfettati al cloro. Il Consiglio nazionale dei produttori di suino minaccia: ‘I produttori americani di carne di suino non accetteranno altro risultato che non sia la rimozione del divieto europeo della ractopamina’. La ractopamina è un medicinale utilizzato per gonfiare il tasso di carne magra di suini e bovini. A causa dei rischi per la salute degli animali e dei consumatori, è stata bandita in centosessanta paesi, tra cui gli stati membri dell’Unione, la Russia e la Cina. Per la filiera statunitense del suino, tale misura di protezione costituisce una distorsione della libera concorrenza a cui il TTIP deve urgentemente porre fine” (Fonte: Lori Wallach, “Il Trattato Transatlantico- Un uragano minaccia gli europei”, Le Monde diplomatique – novembre 2013).

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