crisi

“Finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente (e ciò è stato fino alla metà degli anni ’70), non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste fra Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti fra gruppi capitalisti in campo economico”.

Questo è un passaggio tratto da “Le contraddizioni fra Stati imperialisti nel futuro”, articolo pubblicato su La Voce del (n)PCI n. 45. Lo riprendiamo (e invitiamo alla lettura dell’articolo completo) perché, benché sia solo un passaggio, illumina e rischiara le condizioni e le evoluzioni del contesto politico internazionale, offre elementi per leggere nella confusione delle tante (e contraddittorie) notizie che i media borghesi rilanciano sugli “equilibri” internazionali.

Non abbiamo la pretesa di sintetizzare in poche righe una situazione articolata e mutevole, ma a partire dal passaggio citato, siamo in grado di “prevedere” che tutti coloro che immaginano o sperano che sarà la comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti a “salvare l’Italia”, sono destinati a fare i conti con una tendenza opposta: non solo l’Italia, la Repubblica Pontificia, non può essere salvata, ma il suo declino è anzi parte del generale declino di un sistema politico, economico e finanziario che riguarda e coinvolge l’intera classe dominante, a livello globale.

Gli affari non vanno bene, anzi vanno sempre peggio. Sono molti i segnali che la crisi e la lotta fra gruppi imperialisti USA e UE si sta acuendo e coinvolge, inevitabilmente le “potenze emergenti” e quelle “calanti”, sono anche evidenti, nel senso che non occorre essere fini analisti che cercano fra le righe di articoli, trattati e risoluzioni: dalla guerra delle valute fra USA e Cina (che “mette in mezzo” e lascia indietro l’UE) agli scandali (reiterati e reciproci) dello spionaggio dei capi di stato e manager (con le traversie del pentito Snowden che ha spifferato al mondo il metodo NSA e poi ha cercato rifugio in Russia) che seguono le ondate di fughe di notizie di Wikileaks. Dall’affaire Siria ai contraccolpi della primavere arabe, fino alla seconda fase delle rivoluzioni arancioni, tornate alla ribalta con la questione Ucraina.

Tendenza alla guerra. Man mano che avanza la crisi, e con un’accelerazione netta da quando è entrata nella fase acuta e irreversibile, le contraddizioni, i colpi di mano, gli sgambetti fra i gruppi imperialisti USA e UE si sono avviati a grandi passi verso la guerra aperta; sconvolgimenti politici, tentativi di mobilitazione delle masse popolari per affermare gli interessi degli uni o degli altri, guerre civili locali, rivolte e “destabilizzazioni”: rientra tutto nel clima e nel quadro dello scontro fra USA e UE che è sempre meno rimandabile e che certamente non è sanabile. In questa guerra la Repubblica Pontificia è lacerata al suo interno fra due fazioni: quella che spinge per rimanere fedele agli imperialisti USA (da sempre autorevoli membri dei vertici della Repubblica Pontificia) e quella che spinge per sottrarsi ad essi e “sposare” gli imperialisti UE e nello specifico quelli tedeschi. La “particolarità italiana” vive in forme, modi e gradi diversi nel resto dei paesi europei. E’ questa la sfida che i vertici della UE hanno di fronte anche in funzione delle prossime elezioni europee in cui il fronte “NO UE e NO Euro” sta guadagnando terreno (non solo a livello elettorale, ma anche e soprattutto in relazione alla capacità di mobilitazione popolare).

Mobilitazione popolare. Gli intrighi e le contraddizioni fra gruppi imperialisti non si risolvono con manovre sporche, accordi o rotture fra di loro: ognuno di essi per primeggiare (sopravvivere) e fare le scarpe agli altri ha bisogno di avere dalla propria parte le masse popolari, ha bisogno di mobilitarle al suo seguito. In questo senso e per questo motivo i movimenti NO euro e NO UE che stanno sorgendo e si stanno sviluppando in tutta Europa sono movimenti prevalentemente di destra reazionaria, nazionalisti: gli imperialisti USA hanno tutto l’interesse a far fuori i governi e le forze “filo UE” e ad affermare forze più controllabili, meno ostili, più “infeudate”. In Italia le manovre per mobilitare le masse popolari in senso reazionario hanno trovato fino ad oggi maggiori ostacoli e resistenze che nel resto d’Europa (del resto è il paese in cui, più di ogni altro, quando la borghesia e il Vaticano ci hanno provato a inizio del secolo scorso, per poco non perdono tutto e non vengono spazzate via dal movimento comunista). Questo non significa che i tentativi siano sfumati e alla lunga non possano andare a buon fine. Ma questo dipende, in definitiva, da quanto i comunisti e le masse popolari organizzate lasceranno ai vertici della Repubblica Pontificia libertà di manovra e iniziativa.

Per andare dritti al discorso senza giri di parole: impugnare “da sinistra” la parola d’ordine “NO Euro, NO UE” oggi in Italia, più che una prospettiva rivoluzionaria è una prospettiva di infeudamento ulteriore agli imperialisti USA. L’approssimazione di questa parola d’ordine a sinistra è evidente, anche, dal fatto che per quanto ne parlino Ross@, il PRC, il PCL, Sinistra Anticapitalista, la Rete dei Comunisti, Sinistra Popolare di Rizzo, ecc. le uniche mobilitazioni popolari che chiaramente si sono espresse in questo senso sono quelle “dei Forconi”, cioè quelle che proprio loro definiscono “reazionarie, populiste, nazionaliste e fascistoidi”. Il M5S su questo esita, propone il referendum. E in fondo è in un certo senso ovvio che sia così, è quello che è successo in Grecia in cui al vasto movimento popolare contro le politiche della Troika è velocemente subentrata la direzione e l’orientamento di Alba Dorata (asservita quanto si vuole agli imperialisti USA, come denunciano molte fonti della sinistra greca… appunto!) che ha dato una potenziale svolta alla mobilitazione delle masse popolari non solo in Grecia, ma nell’Europa intera (citiamo solo il FN in Francia).

Agitare l’uscita dall’Euro e dalla UE senza la prospettiva di costruire un governo di blocco popolare significa sottomettersi, coscientemente o meno, agli imperialisti USA, infeudarsi ad essi. Più di mille arzigogolati propositi e analisi radicali ma sterili, parla il ruolo, ad esempio, della Gran Bretagna e, volendo vedere bene, parlano anche le sommosse “teleguidate” in Ucraina.

Allora rimettiamo in ordine le cose, nella loro dialettica. Solo il Governo di Blocco Popolare può trasformare la clava che i vertici della Repubblica Pontificia usano contro le masse popolari, in leva per far saltare il banco dei circoli della finanza e della speculazione USA e UE. Se questo voglia dire, o porterà, anche all’uscita dall’euro e dalla UE, dipende non dalla volontà soggettiva di chi lo propone, ma dall’avanzamento della lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

La situazione rivoluzionaria

All’inizio del secolo scorso, in una situazione analoga a quella attuale, Lenin sintetizzava in questo modo i segnali di una situazione rivoluzionaria:

“1. le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli “strati superiori”, una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse (…);

2. un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse;

3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente.

Senza questi cambiamenti oggettivi, indipendenti dalla volontà non soltanto di singoli gruppi e partiti, ma anche di singole classi, la rivoluzione – di regola – è impossibile. L’insieme di tutti questi cambiamenti oggettivi si chiama situazione rivoluzionaria”.

Crisi negli “strati superiori”, aggravamento dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse, aumento dell’attività delle masse: non è la fotografia della situazione odierna?

Lenin aggiungeva: “Una tale situazione si presentò nel 1905 in Russia e in tutte le epoche rivoluzionarie in Europa occidentale; ma essa si presentò anche nel 1860 in Germania e nel 1859-1861 e 1879-1880 in Russia, sebbene in questi casi non vi sia stata alcuna rivoluzione. Perché? Perché la rivoluzione non nasce da ogni situazione rivoluzionaria, ma solo nei casi in cui, alle trasformazioni oggettive sopra indicate, si aggiunge una trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo, il quale, anche in un periodo di crisi, non “cadrà” mai se non lo “si fa cadere”.

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