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E’ il nostro grido di battaglia, è la lotta che come compagne della carovana, come comuniste, siamo chiamate a fare, è la lotta che le milioni di donne, giovani e meno giovani, lavoratrici e studentesse, precarie, operaie e casalinghe abbracceranno: dipende da noi, compagne!

Cara compagna, ti scrivo perché so che la “questione di genere” e la duplice oppressione che vivono le donne delle masse popolari sono i principali motivi che determinano il tuo impegno politico, il tuo attivismo, la tua stanchezza anche, nel portare avanti una lotta senza quartiere contro le discriminazioni, i soprusi, le violenze che quotidianamente le donne subiscono. Scrivo a te, che contemporaneamente sei impegnata su mille altri fronti di lotta (scuola, sanità, beni comuni) contro il sistema capitalista e le sue miserie (morali, pratiche) e hai capito che la liberazione della donna non può esistere senza la trasformazione della società intera. Infine scrivo a te, perché quello che ancora ci distingue oggi è la prospettiva del domani, dell’alternativa che stiamo costruendo. Qual è? Tu non vuoi dargli un nome, io lo chiamo socialismo. Tu ritieni che sia “desueto, impraticabile, forse un “ideale”, io so che è l’unico sbocco positivo che possiamo dare alle mille lotte che conduciamo oggi. Perché la lotta di genere non può scindersi dalla lotta di classe, perché dobbiamo farla confluire nel fiume di cambiamento del nostro paese, perché, e qui entriamo in ballo noi compagne, non possiamo e non dobbiamo più limitarci a tappare i buchi e le mancanze che le istituzioni e i poteri forti creano (servizi, sanità, case per donne), ma dobbiamo elevare il nostro ruolo, da “crocerossine” a combattenti che costruiscono soluzioni definitive, perché è guerra di sterminio quella che la borghesia e i poteri forti, papi e cardinali alla testa, conducono contro le masse popolari, e in particolare contro i soggetti più deboli, come le donne, i giovani, i migranti. E se guerra è, dobbiamo armarci. Di strumenti di analisi, di una concezione che ci guida e che supera il senso comune (lo stesso disfattismo che anni e anni di lavoro sporco della sinistra borghese ha impresso sulle nostre menti), di un obiettivo concreto e dei passi necessari per raggiungerlo.

Ecco perché voglio raccontare proprio a te cosa è stata la prima assemblea nazionale delle donne del P.CARC, una giornata importante (storica!), non principalmente perché abbiamo creato un momento tra donne, ma perché tutte abbiamo espresso la necessità e la volontà di diventare dirigenti comuniste. Noi stiamo marciando verso il nostro futuro e verso la costruzione di un nuovo sistema economico, senza sfruttati né sfruttatori. Del resto, quello che tu vuoi costruire non è diverso da ciò che voglio costruire io. Ma mettiamoci in gioco davvero, partiamo da noi e dalla nostra trasformazione, perché noi abbiamo un ruolo fondamentale. La crisi si aggrava e quello che siamo oggi, non è più sufficiente. E’ anche da li che deriva la tua stanchezza.

Il 17 novembre si è svolta a Roma, la prima Assemblea Nazionale delle donne del P.CARC “Donne Prima!”, in collaborazione con Progetto Eva, un collettivo di Napoli. Ci siamo ritrovate nella Casa Internazionale delle Donne, uno stabile occupato da più di 10 anni che oggi ospita 45 associazioni che offrono servizi alle donne (ginecologici, legali, tratta delle donne, ecc.), il collettivo che lo gestisce ci ha sostenuto nel lavoro che abbiamo messo in campo in particolare nell’ultimo anno. Vogliamo costruire un Settore Donne nel nostro partito e dare seguito concreto alle mille spinte positive che negli ultimi due anni (dall’Assemblea Nazionale della primavera del 2012 al III Congresso e poi agli attivi estivi) hanno creato le condizioni materiali, morali, pratiche perché questo percorso, ambizioso e sperimentale, prendesse avvio nel Partito. Per tutte le compagne che vi hanno partecipato, non è stata una giornata qualunque. Per il nostro Partito è stata l’occasione di sintetizzare il lavoro svolto finora e gettare le basi per un suo generale avanzamento.

Alcune questioni centrali e un invito alla riflessione: contrastare la lotta alla duplice oppressione come puro “movimento di opinione”, o come lotta a sé, significa prima di tutto comprendere alcuni aspetti fondamentali, da cui non si può prescindere e che hanno costituito la base delle relazione introduttive:

– la cultura patriarcale è legata, alimentata, promossa dai poteri forti del nostro paese, con il Vaticano e il suo esercito reazionario alla testa, per prolungare il sistema di oppressione e sfruttamento che ogni giorno e in ogni angolo del mondo tortura, violenta e uccide in nome del profitto e del lusso e per mano di una classe, la borghesia imperialista;

– la Repubblica Pontificia (il ruolo di governo di fatto, irresponsabile e occulto, svolto nel nostro paese dal Vaticano con la sua Chiesa) è la sintesi dell’anomalia italiana, e senza la comprensione di questo regime particolare che esiste nel nostro paese non si capisce a pieno il ruolo che il Vaticano svolge quotidianamente e attraverso mille canali nell’oppressione delle donne; una violenza fatta di leggi-compromesso (come la 194, che se da una parte garantisce il diritto all’aborto, dall’altra permette l’obiezione di coscienza), una violenza veicolata attraverso la morale cattolica;

– ogni classe ha una propria concezione del mondo, la concezione comunista è quella che dobbiamo fare nostra per la trasformazione individuale finalizzata alla trasformazione collettiva (della società, e dall’interno all’esterno).

Abbiamo aperto una breccia nella muraglia della vecchia morale, la butteremo giù, pietra per pietra. Tutti gli interventi hanno messo al centro storie, esperienze e problematiche diverse, accomunate da un unico grande denominatore. La scarsa assimilazione della concezione comunista del mondo e degli strumenti che ci offre per avanzare come donne e come dirigenti comuniste fa sì che a guidare la nostra azione sia spesso il “senso comune”, frutto della pesante influenza che la morale cattolica e borghese esercitano nelle nostre vite. Pesano come macigni sulle nostre spalle. Ed eccola la difficoltà ad uscire dai ruoli imposti di madre, moglie, figlia; la difficoltà a legare il personale al politico e quindi a trattare le contraddizioni che si generano nei collettivi o in famiglia come un aut-aut; la tendenza ad essere rivendicative e quindi lamentarsi e delegare ad altri (ai nostri compagni di partito come di vita) le soluzioni dei nostri problemi, o ancora la tendenza a non elaborare né dare alla formazione e allo studio la giusta importanza in questo processo. E quando proviamo a rompere il retaggio clericale e borghese, dobbiamo fare i conti con i pesanti sensi di colpa (verso la famiglia, verso i figli) perché non è socialmente accettabile che diamo la priorità all’attività politica, perché mettiamo al primo posto non la costruzione di un nucleo famigliare, ma di una società nuova. Questo succede perché tendiamo a fare le nostre battaglie da sole e ci barrichiamo nella solitudine, ci guardiamo attorno e vediamo solo nemici! Questa è una delle prime cose che abbiamo voluto rovesciare, contrastando l’individualismo e mettendo al centro il collettivo in tutte le forme in cui si esprime.

I punti principali della nostra trasformazione: non abbiamo avuto paura a metterci in gioco e di guardarci dentro, non ci siamo fermate a denunciare in mille modi il maschilismo, ma abbiamo fatto tesoro della nostra esperienza e capito che la chiave di volta non sta né nel negare la duplice oppressione, né nel farne una crociata personale. Entrambi questi atteggiamenti sono espressione di una morale vecchia, che guarda all’indietro e non fa avanzare. A che serve lamentarsi e rivendicare se non ci assumiamo le nostre responsabilità? Al contrario facciamo valere una morale nuova, quella che tratta apertamente i problemi, che li pone in maniera avanzata, che ne fa uno strumento di crescita individuale e collettiva, femminile e maschile. Creiamo le condizioni affinché i nostri problemi o limiti siano “collettivi” nel senso in cui il collettivo diventa il promotore di una soluzione, in un processo che emancipa sia le donne che gli uomini. Rompiamo con la morale borghese e clericale e uno dei suoi principi cardine, cioè che i panni sporchi si lavano in famiglia.

Siamo in guerra e allora passiamo dalla difesa all’attacco, per superare il senso comune e la vecchia morale, che individua nell’uomo in quanto tale “il nemico” e mette la donna in condizione di “difesa permanente” (ancora dalla società, dalla famiglia, dal proprio collettivo). Siamo coscienti e consapevoli di iniziare un cammino nuovo, che parte da noi e si riversa all’esterno, nel fiume del cambiamento in corso oggi nel nostro paese, dove le donne sono protagoniste e in prima linea, ma assieme a tanti altri. Per questo, nella seconda parte dell’assemblea, ci siamo concentrate su alcuni passi precisi, che riporto sinteticamente.

Non c’è futuro senza memoria: siamo comuniste, aspiriamo ad esserlo e quindi non possiamo procedere senza prendere il meglio di ciò che il movimento comunista italiano e internazionale ci ha lasciato in eredità in merito alla lotta per l’emancipazione della donna. Partiamo dalle esperienze prodotte nei primi paesi socialisti, per ricongiungerci con la Resistenza (il punto più alto raggiunto nel nostro paese dalla classe operaia nella sua lotta per il potere) e arrivare al movimento femminista degli anni ’70. Entrambi hanno tratto energia e forza (diretta- indiretta, riconosciuta o meno) dal movimento comunista internazionale che era forte e quindi alla testa dei moti di emancipazione delle masse popolari. Dal contributo altissimo che le donne hanno dato alla lotta contro il nazifascismo alle lotte successive del movimento femminista, fatto di donne nate e cresciute nella Repubblica Pontificia, ma che hanno osato guardare e conoscere i propri corpi, osato parlare del sesso anche come piacere, e soprattutto che hanno vinto battaglie fondamentali (per il divorzio, l’aborto e la maternità consapevole), e compreso l’importanza di momenti di confronto tra donne-per le donne, da protagoniste della propria trasformazione. Allo stesso tempo siamo consapevoli che il femminismo borghese è stato un percorso di allontanamento della lotta di genere dalla lotta di classe. “Con una punta di amaro orgoglio, penso di poter dichiarare che la ricca donna americana debba dire grazie alla contadina russa… Senza tutti i sommovimenti rivoluzionari dei primi del novecento, senza l’esempio delle compagne russe o delle suffragette inglesi non penso che alcuna donna avrebbe potuto osare atteggiamenti come fumare in pubblico o guidare aerei in un paese capitalista”.

La lotta contro il Vaticano e le mille iniziative dal basso: il movimento per l’emancipazione delle donne è il principale movimento che può mettere al centro e alimentare la lotta al Vaticano, uno dei gruppi imperialisti che governano il mondo e il nostro paese. E’ una lotta particolare che si inserisce in una più generale. Da comuniste, è necessario orientare, promuovere e rafforzare il movimento delle masse popolari femminili, legarlo al movimento comunista e, nella fase attuale, legarlo alla costruzione di un governo d’emergenza popolare come primo passo per avanzare verso il socialismo. Se vogliamo distruggere questa società, dobbiamo occuparci di costruirne una nuova. Le condizioni ci sono tutte, anche per quanto riguarda il movimento delle donne. Dalla difesa dei posti di lavoro, dell’ambiente, della sanità e della scuola, all’attivismo di madri e sorelle come Haidi Giuliani, Stefania Cucchi, Lucia Uva, Stefania Zuccari, alle occupazioni di case per donne, ogni lotta è una questione politica. Fare rete, coordinarsi a livello cittadino, nazionale e fare politica da fronte, partire da ciò che già si muove, sono misure concrete con cui avanzare in un percorso nuovo, mai osato nel nostro paese. Bisogna incanalare questo fiume in quello della rivoluzione, per valorizzarlo e non disperderlo in mille rivoli. Bisogna far emergere il legame tra la nostra condizione e il ruolo nefasto che il Vaticano ha nel determinarne la miseria, l’abbrutimento e la precarietà, aprire una battaglia aperta: contro i movimenti pro-life (i reazionari con i feti al collo), sostenendo e promuovendo l’autorganizzazione delle donne (occupazioni, case per donne) e spingendo sulle amministrazioni locali per far si che prendano misure d’emergenza per soddisfare bisogni ed esigenze primari (dalla sanità pubblica ai consultori, dalle mense scolastiche agli asili nido ecc…), sostenendo la costruzione di un 8 marzo unitario.

Il nostro assalto al cielo parte dal basso ma siamo pronte a volare alto: con questa prima assemblea nazionale abbiamo messo le basi. Abbiamo creato le condizioni perché molte compagne uscissero allo scoperto, con i loro dubbi, le loro lacerazioni ma soprattutto con le loro proposte di avanzamento ed entusiasmo nell’intraprendere un percorso di trasformazione in dirigenti comuniste. Perché questo è stato l’aspetto principale e lo spirito che ha caratterizzato l’assemblea dall’inizio alla fine. Positivo, entusiasmante, perché riguarda principalmente noi, e ci fa assumere la responsabilità dei passi che facciamo. L’assemblea ha risposto a chi si chiedeva “come faccio a trasformarmi? quali sono i miei ostacoli?”, a chi “la violenza subita l’ho superata nella lotta”, a chi “cerca un collettivo di riferimento”, a chi dice “devo partire da me, devo mettermi in discussione” e a tante altre questioni. Non abbiamo una soluzione definitiva, ma abbiamo una prospettiva di lavoro su noi stesse e al di fuori, in quella società che vogliamo cambiare. Lo sviluppo di questo percorso dipenderà anche da quanto saremo capaci di riportare questi insegnamenti, di trattare i problemi apertamente e in maniera avanzata, di assumere un ruolo dirigente, di trasformare noi stesse in combattenti d’avanguardia contro la Repubblica Pontificia, distruggendo il suo potere e costruendo il nuovo mondo, il socialismo.

Concludo questa lettera e ho ancora davanti agli occhi e nella testa le compagne che hanno partecipato, le loro emozioni, le loro lacrime, i loro sorrisi, le loro conquiste (che sono anche le mie)… Sarà una lotta, dura ma entusiasmante, necessaria… per questo ti invito a partecipare attivamente alla campagna che lanceremo e a contribuire a questa lotta, perché mai come ora c’è bisogno del contributo migliore che possiamo dare, intellettualmente, moralmente e praticamente.

Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna, non c’è liberazione della donna senza rivoluzione!

Chiara D.M.

Segretaria della sezione di Roma

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