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Tutti assolti per “non aver commesso il fatto” (con la formula che la “prova del reato è mancante, insufficiente o contraddittoria”). Con questa sentenza il giudice Pecorella il 12 febbraio ha chiuso il procedimento aperto nel 2009 a Bologna contro tre compagni del Partito dei CARC e del Sindacato Lavoratori in Lotta-per il sindacato di classe e un altro compagno accusati di “istigazione a delinquere, diffamazione e violazione della legge sulla privacy,” perché, secondo il PM Morena Plazzi titolare del procedimento, avrebbero collaborato con il sito “Caccia allo Sbirro” [http://cacciaallosbirro.awardspace.info/] realizzato dal (nuovo)Partito comunista italiano per rendere noti i volti di agenti delle forze dell’ordine che spiano, controllano, schedano, minacciano, ricattano, orchestrano provocazioni, infiltrano, picchiano, massacrano. 

E’ stata una giornata movimentata, dentro e fuori dall’aula  [video 1] [video 2]

E’ la seconda vittoria nel giro di breve: il 17.10.12 si è infatti concluso sempre con un’assoluzione (in questo caso “perché il fatto non sussiste”) anche il procedimento giudiziario per associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art. 270 bis) aperto nel 2003 contro il (n)PCI, il P.CARC e l’ASP dal sostituto procuratore di Bologna Paolo Giovagnoli (ora Procuratore Capo a Rimini). Nell’arco di pochi mesi i due principali procedimenti giudiziari contro la nostra area politica sono caduti nel nulla.
E’ una vittoria di tutte quelle organizzazioni e associazioni che protestano contro le violenze, gli arbitri e i crimini delle forze dell’ordine, si battono per l’introduzione del codice identificativo per gli agenti in servizio di ordine pubblico e del reato di tortura, si mobilitano perché sia fatta “verità e giustizia” sugli omicidi di Stato e sulle stragi di Stato, perché vengano sciolti i corpi speciali formati, selezionati e addestrati per le operazioni sporche contro i comunisti, gli oppositori politici e le masse popolari. Come avevamo dichiarato fin dall’inizio, il procedimento giudiziario montato dal PM Morena Plazzi aveva un unico obiettivo: colpire, scoraggiare e far arretrare tutto quel variegato movimento di “vigilanza democratica” cresciuto negli ultimi anni, in particolare dal G8 di Genova in poi. E questo, volenti o nolenti, significa garantire l’anonimato, quindi l’impunità, la licenza di abuso e magari anche di carriera a quegli agenti delle forze dell’ordine autori di crimini, abusi, arbitri e soprusi, ai loro capi e ai loro mandanti.

Il giudice si è preso 60 giorni di tempo per depositare le motivazioni della sentenza di assoluzione. Quando lo farà le renderemo pubbliche perché (come successo con le sentenze del procedimento aperto da Giovagnoli per associazione sovversiva con finalità di terrorismo) possano servire ed essere usate anche da altri compagni e attivisti inquisiti in procedimenti analoghi: bisogna far valere ogni appiglio offerto da quelle leggi che in qualche modo ancora tutelano le libertà di opinione, organizzazione e attività politica sancite dalla Costituzione ancora (almeno formalmente) in vigore.

Ma non è negli articoli di legge che vanno cercati i motivi dell’assoluzione del 12 febbraio. I compagni non sono stati assolti perché un giudice si è reso contro che i reati specifici di cui erano accusati non avevano fondamento neanche ai termini delle leggi in vigore e che le prove di colpevolezza non c’erano o erano insufficienti o contraddittorie: tutto questo era chiaro ed evidente fin dall’inizio del processo (e anche prima)!
Non lo diciamo per “partito preso”.

Quali erano i reati specifici addebitati ai compagni sotto processo? Istigazione a delinquere, diffamazione e violazione della privacy. L’istigazione a delinquere consisteva nell’incitamento a “diffamare gli agenti delle forze dell’ordine” (cioè a denunciare e smascherare quelli che spiano, controllano, schedano, minacciano, ricattano, orchestrano provocazioni, infiltrano, picchiano, massacrano) e a rendere noti i loro nomi e volti: “peccato” però che l’accusa di diffamazione non aveva basi perché nessuno degli agenti che comparivano sul sito aveva presentato querela e quando il procedimento per Caccia allo sbirro è stato aperto “le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa valutazione non sono oggetto di protezione della riservatezza personale” (art. 1 del Testo unico sulla privacy, esclusione che è stata poi “opportunamente” soppressa nel 2010). Possibile che il PM e i vari giudici per le cui mani è passato il procedimento non se ne siano accorti? A questa stregua è possibile anche che gli asini volino!
E le prove? Tanto erano “importanti” le prove che a 3 anni dalle perquisizioni gli inquirenti non avevano neanche esaminato i computer, le chiavette usb e le macchine fotografiche che avevano sequestrato! Per “mettere una pezza” il giudice in accordo con il PM ha ingaggiato (a indagini chiuse!) un perito informatico a cui sono stati pagati quasi 9mila euro per arrivare a concludere che “non è possibile stabile con certezza che le foto trovate sui reperti sequestrati siano le stesse apparse sul sito Caccia allo sbirro”… sorvolando per di più sul fatto che tutte le analisi sono state fatte su un sito (http://cacciallosbirro.iblogger.org) diverso da quello incriminato (http://cacciallosbirro.byethost7.com)!   

I motivi della vittoria del 12 febbraio stanno principalmente nella linea con cui gli inquisiti e le organizzazioni coinvolte hanno fatto fronte al procedimento giudiziario.
Nessuna di esse ha “smobilitato”, è “stata buona”, ha sospeso le attività “incriminate” o ne ha preso le distanze. Il (n)PCI ha aperto un altro sito Caccia allo sbirro (il primo era stato oscurato da “ignoti”!) che è tuttora funzionante. Il P.CARC insieme al SLL ha dall’inizio alla fine rivendicato che denunciare e rendere noti volti e nomi degli agenti picchiatori e provocatori è un dovere democratico, uno strumento di prevenzione e un elementare strumento di difesa, hanno lanciato un appello (link) a estendere il controllo e la vigilanza democratica sottoscritto da quasi 10.000 persone. Alcuni degli inquisiti hanno dato vita al sito vigilanzademocratica.org per sostenere e alimentare la denuncia contro gli abusi e i crimini delle forze dell’ordine, la battaglia per il codice identificativo e il reato di tortura, il coordinamento e l’unità d’azione tra gli organismi e le associazioni mobilitate in questo campo. Già di per sé la continuità e anzi lo sviluppo delle attività di vigilanza democratica ha spuntato le armi al procedimento giudiziario. Non è punire i colpevoli di “reati” veri o presunti il contenuto reale delle inchieste e dei processi, ma disgregare gli organismi che sono o le autorità ritengono che possano diventare centro propulsore della mobilitazione e della resistenza popolare contro il regime, porre fine ad attività che coagulano lo sdegno, la rabbia e l’insofferenza per il corso rovinoso delle cose intorno ad obiettivi che rafforzano il campo delle masse popolari e minano la direzione della borghesia e del clero ed esibire di fronte alle masse popolari lo spettacolo di comunisti, oppositori politici e ribelli trasformati in pentiti, in dissociati, in cantori di una “democrazia”, di una “legalità” che uccide, riduce in miseria e getta nella disperazione una parte crescente della popolazione. Se ci riescono, hanno raggiunto il loro obiettivo; in caso contrario, si trovano in difficoltà, si trovano posti di fronte all’alternativa se andare avanti o lasci cadere l’attacco giudiziario.

Il processo è stato impostato e condotto come un “processo di rottura”. Ne abbiamo trattato già altre volte nei nostri comunicati, sul sito e su Resistenza. Visto il moltiplicarsi di indagini, inchieste, procedimenti giudiziari, sanzioni e ritorsioni di vario genere contro chi protesta, lotta e si ribella all’ordine di miseria, devastazione e guerra degli “italiani che contano”, delle loro autorità e della loro comunità internazionale vale la pena di tornarci su. Il processo di rottura non si riduce né al comportamento in aula degli imputati, né al “fare casino dentro e/o fuori dai tribunali” e neanche alla linea difensiva degli avvocati, anche se comprende una linea di comportamento degli imputati e degli avvocati, di gestione della presenza dentro e fuori i tribunali: trasformarsi da accusati in accusatori, negare da parte degli imputati ogni collaborazione alle autorità dello Stato, non collaborare alla messinscena della giustizia uguale per tutti. Il processo di rottura è principalmente un’operazione politica, un’operazione di propaganda (tra le masse popolari) e di mobilitazione (delle masse popolari) condotta prendendo spunto dal processo e sfruttando le azioni delle autorità, della magistratura e della polizia. Una campagna tesa a sfruttare il processo per compiere un passo avanti nella battaglia specifica che l’organizzazione sotto attacco sta conducendo e più in generale nella guerra che oppone le masse popolari alle autorità dei padroni, dei banchieri, degli speculatori e della gerarchia vaticana, quindi per accumulare forze rivoluzionarie e indebolire il potere della borghesia imperialista.
La linea di comportamento degli avvocati, la difesa legale svolta dagli avvocati va considerata e fatta diventare parte integrante del processo di rottura: quindi né subordinare l’impostazione e la gestione del processo alla difesa legale (cioè ai margini consentiti da dispositivi, leggi, strutture, procedure vigenti) né lasciar andare gli avvocati e la difesa legale per conto loro, ma orientare gli avvocati perché la linea con cui conduciamo l’operazione politica ispiri anche la linea difensiva e quest’ultima a sua volta supporti e alimenti la nostra operazione politica.
Processo di rottura significa rompere con le regole e la prassi imposte dalla borghesia e dalle sue istituzioni (rompere con subordinazione ideologica, politica e morale alla borghesia e alle sue istituzioni), usare tutte le possibilità e gli appigli  per educare noi stessi e le masse alla lotta di classe, per fomentare e mobilitare le masse contro la borghesia (lotta contro il legalitarismo borghese), per creare scompiglio nel campo della borghesia (mobilitare i sinceri democratici della società civile e delle amministrazioni locali, gli esponenti della sinistra borghese non ciecamente anticomunisti, usare i contrasti tra gruppi e apparati del campo nemico).
Così facendo è possibile rivoltare contro i suoi mandanti ed esecutori ogni azione repressiva e ogni provocazione, usarli per rafforzare la mobilitazione e l’organizzazione delle masse ed elevare la loro coscienza politica.
In particolare il processo Caccia allo sbirro è stata l’occasione per “mettere il dito nella piaga” del VII Reparto Mobile di Bologna: per denunciare la lunga storia di crimini e abusi di cui è responsabile (link al dossier), per sostenere le vittime di questi picchiatori in divisa, per mettere la Procura di Bologna di fronte ai due pesi e due misure che usa verso chi promuove la vigilanza democratica e verso questo corpo di criminali che ha sotto il naso (leggi la dichiarazione in aula degli imputati del 12.02.13), per chiamare le associazioni impegnate contro gli abusi delle forze dell’ordine a presentare un esposto contro il VII Reparto Mobile.

La forza della battaglia per la “vigilanza democratica” sta nella combinazione delle movimento di opinione, degli appelli (come la lettera aperta a Ingroia), delle petizioni, delle raccolte di firme con le mobilitazioni di piazza e le iniziative pratiche per rendere pubblici volti e nomi degli agenti picchiatori e provocatori (come il sito Caccia allo sbirro e altri analoghi siti di copwatching), per far conoscere modus operandi dei corpi speciali e non contro il movimento di resistenza popolare (come ha fatto Anonymus), per stare “con il fiato sul collo” ai corpi speciali formati, selezionati e addestrati per le operazioni sporche contro i comunisti, gli oppositori politici e le masse popolari come il VII Reparto Mobile di Bologna, il Battaglione Tuscania, i Nocs, per rimuovere tutti gli agenti colpevoli di abusi e soprusi, individuare, denunciare e cacciare i loro capi e mandanti! Come insegna il movimento NO TAV, no alla divisione tra “buoni e cattivi”!

Ringraziamo tutti i compagni, i lavoratori e quanti ci hanno sostenuti in vari modi: la solidarietà è un’arma! Un ringraziamento particolare ai nostri avvocati per la dedizione, la passione e la perizia con cui hanno contribuito alla battaglia per la vigilanza democratica: ci auguriamo che saremo insieme per raggiungere nuove e definitive vittorie!

Dedichiamo la vittoria del 12 febbraio a Carlo Giuliani, a Federico Aldovrandi, a Stefano Cucchi, a tutte le vittime dei crimini e degli abusi delle forze dell’ordine, ai loro familiari che si battono per la verità e la giustizia e perché, come ha detto la madre di Federico, “quanto è accaduto a mio figlio non succeda mai più”. Agli attivisti NO TAV sotto processo. Ai giovani condannati per la manifestazione del 15 ottobre 2011: uno di loro, Davide Rosci, è stato arrestato nei giorni scorsi perché è uscito per andare a lavorare sbagliando giorno, un trattamento ben diverso da quello riservato a Sallusti, direttore de Il Giornale, subito graziato dal suo compare Napoletano!

La lotta paga! La solidarietà è un’arma, usiamola!

Estendere il controllo e la vigilanza democratica!

Smascherare, denunciare, rendere noti volti e nomi degli agenti picchiatori e provocatori

è un dovere democratico: anonimato vuol dire licenza di picchiare, minacciare, torturare e uccidere, garanzia di impunità e magari anche di carriera

– è uno strumento di prevenzione: rende più difficili se non impossibili gli abusi e le prepotenze della polizia

– è un elementare strumento di difesa: se li conosci, almeno puoi evitarli

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