pag. 32 – euro 3,50 – edizione 2000.

Un capitolo estratto dal libro di un’autrice statunitense “Everyday stalinism. Ordinary life in Extraordinary times: Soviet Russia in the 1930s” di chiara matrice anticomunista e reazionaria. La straordinarietà di questo opuscolo si manifesta nel raggiungimento dell’obbiettivo opposto rispetto a ciò che l’autrice stessa si era prefissata: anziché descrivere uno stato socialista (anni ’30), tirannico e claudicante riesce a dare uno spaccato di un paese unito, mosso da un’ideale che travolge individualismo e tendenze borghesi, unisce il popolo in uno sforzo incredibile che porta l’Urss verso l’emancipazione economica, culturale, scientifica. Non meno di ogni autentico estimatore dell’esperienza sovietica, l’autrice riesce soltanto a far brillare gli aspetti che hanno reso l’Urss una potenza e il popolo sovietico il protagonista di un’esperienza ancora ineguagliata, se non in Cina. Proprio dove la malafede e l’ottusità portano l’autrice ad identificare un’anormalità , un’aberrazione del sistema sovietico, proprio in quell’aspetto ogni comunista riconosce l’avanzamento della società socialista rispetto alla civiltà delle potenze imperialiste. Neppure i pennivendoli al servizio della borghesia, pieni di veleno verso l’esperienza socialista ed esacerbati da un odio malsano per la figura di Stalin riescono a nascondere ciò che per milioni di uomini e donne è stata realtà, dura e impegnativa, per certi versi e allo stesso tempo magnifica, gioiosa, edificante.

 

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